Danilo Sacco: una (nuova) storia da raccontare

Danilo Sacco

Un’avventura di successo lunga quasi due decenni, nonostante la critica ti snobbi perché non “fai figo” come gli Afterhours o i Baustelle. Dischi che vanno bene in classifica di cui almeno tre da ricordare con affetto: “SOS Con rabbia e con amore” (anche se si tratta di classici riarrangiati…), “Una storia da raccontare” e “Con me o contro di me”. Concerti sempre pieni in ogni zona d’Italia. Affetto straripante (“Scusa, mi autografi questo? Hey, ce la facciamo una foto assieme? Lo sai che vi ascolto dagli anni Sessanta” ecc.). Guadagni soddisfacenti per trascorrere una vita serena in cui magari ti godi pure la campagna e coltivi i pomodori quando il richiamo del palco non è così pressante (situazione rara, a dire la verità). Il Festival di Sanremo che (con colpevole ritardo, giusto 35 anni…) si accorge finalmente di te e ti irradia alla nazione in qualità di “gruppo più longevo ed importante del Belpaese”. Aprendo di conseguenza il rubinetto dell’acqua calda e scoprendo che – ahia! – scotta. Questi sono stati i Nomadi dal terribile “punto zero” (7 ottobre 1992, data della scomparsa incolmabile di Augusto Daolio) al terzo millennio abbondante, quando il 28 dicembre 2011 Danilo Sacco (solo omonimo di chi vi sta scrivendo…) decise di dire basta una volta per tutte. E di cantare ‘Io vagabondo’ o ‘Ho difeso il mio amore’ for the last time ever. Per una serie abbondante di ragioni, partendo in primis dal tremendo incidente (cardiaco) che l’ha visto tragico ed involontario protagonista nella tarda primavera del 2009. Ragioni che, logicamente, non staremmo qui a riassumere perché le troverete analizzate tra breve nelle risposte del diretto interessato. Qua vi basti ancora sapere che il cantante astigiano (ma domiciliato recentemente in Abruzzo) ha ripreso a lavorare alacremente (‘lavoro come un cane’, canta in suo nuovo brano), scritto con Massimo Cotto un agile libro sulla sua recente esperienza esistenziale (Come Polvere nel Vento edito da Rizzoli), pubblicato un album solista intitolato Un Altro Me che veleggia spedito tra cantautorato alto (Massimo Bubola) e roots-rock a stelle e strisce (gli amati Tom Petty e John Mellencamp) e ripreso contatto con le sale da concerti grazie alle nuove date che sta attualmente tenendo lungo la Penisola. Noi, ad esempio, lo abbiamo incrociato una domenica sera di intensa primavera al Legend Club di Milano, lungo un vialone di poetica bruttezza. E questo – a livello di pensieri, sassolini fastidiosi e stoccatine che non ti aspetti – è quanto abbiamo portato a casa.

Partiamo facili facili: chi è Danilo Sacco nel 2013?

Eh, gran bella domanda! (ridacchia)

Perdonami, ma anch’io faccio un po’ di fatica a inquadrarti. Una popstar isterica del mainstream italiano non me la sembri proprio. E nemmeno un serioso cantautore-indie ben attento a non allontanarsi dalla sua nicchia…

Posso risolverla dicendoti che mi sento un artista popolare? Nel senso che ho innegabili pretese di piacere a più persone possibili visto che la musica deve circolare tra la gente e farla stare bene. Ecco perché non c’è giorno che non mi ostini a cercare sulla mia chitarra una nuova melodia fruibile da chiunque.

D’altronde tu vieni dagli anni ’90. Un’epoca in cui si vendevano ancora dischi (tanti dischi) e il mestiere del musicista era un affare decisamente più nobile di tutta questa attuale mercificazione “social” dove le canzoni si regalano e i tweet ti inseguono fino dentro il bagno.

Esatto. E, a mia volta, io ero figlio di un’epoca in cui ‘The Dark Side Of The Moon’ dei Pink Floyd stava in classifica qualcosa come quindici anni di fila… Non ti dico che mi piacerebbe tornare così indietro nel tempo, ma solo che il pop torni ad avere quella dignità in grado di farti affezionare ad un album per sei mesi di fila…. Solo che la tendenza, oggigiorno, va in tutt’altra direzione. Alcune opere escono solo in formato mp3 e non è mai un buon sintomo quando si smette di stampare dischi.

Forse producendo musica migliore, la situazione migliorerebbe almeno in parte…

E difatti io ho messo su una band dalle qualità ineccepibili. Con me suonano Valerio Giambelli (ex Statuto), Antonio ‘Rigo’ Righetti (proveniente dal gruppo storico di Ligabue), Tommy Graziani (il figlio del grande Ivan), Andrea Mei e a volte viene a trovarci anche Mel Previte… Insomma qua dentro il più scarso di tutti sono io! (ride) E con una band del genere, capiamoci bene, voglio sfruttare l’occasione e realizzare musica solo quando avrò qualcosa d’importante da dire. Difatti il mio secondo disco…”

Stai già pensando al seguito di ‘Un Altro Me’?

“Di più. Almeno metà CD è già pronto, ma finché non troverò quelle canzoni mancanti ed essenziali, di pubblicarlo non se ne parla neanche. Sai, non stare più su major mi dà questo vantaggio enorme: fare le cose esattamente come piacciono a me. Sia che si tratti di musica, girare video, pianificare le tournée o scrivere libri.”

Come suona “la metà” del nuovo CD di Danilo Sacco?

Stiamo lavorando su sonorità più espanse, perfino ‘islandesi’ se vuoi… (aguzza lo sguardo). Mi piace tantissimo quello che stanno combinando i Sigur Ròs o gli ultimi Smashing Pumpkins di ‘Oceania’. L’impresa sarà far coesistere quel suono così psichedelico all’interno della mia musica che deve già tantissimo al rock americano, da Dylan in avanti.

Perdonami la brutalità del quesito, ma credi che – senza il tuo incidente fisico del 2009 – ora saresti già un cantante solista? Oppure avresti proseguito per ancora un po’ di anni la tua esperienza “sicura” nei Nomadi?

In tutta onestà non credo che sarei qui oggi, a fare la mia musica, se l’infarto non mi avesse fatto riflettere a fondo… Lo stare sospeso tra la vita e la morte, quel terribile 22 maggio 2009, mi ha spiegato essenzialmente due cose.

Quali?

La prima è che noi esseri umani non siamo macchine perfette e che quindi il concetto di tempo – che va comunque vissuto e dunque, a suo modo, ‘sprecato’ – non deve mai tenerti troppo lontano dalle cose che vuoi realizzare. La seconda è che fino a quattro anni fa ho vissuto solo ed esclusivamente per la musica, e il mio cuore giustamente non lo reggeva più.

È sbagliato vivere dietro a un’unica passione bruciante?

Sì, la vita offre molto di più e non si può campare pensando solo alle chitarre, alle melodie che ti viaggiano in testa o al prossimo concerto in programma a centinaia di chilometri di distanza… Voglio dire: poi magari quello è pure un concerto che terrai di fronte a 25mila persone e la serata sarà indimenticabile sotto tutti gli aspetti, ma se poi torni da solo in albergo e non hai nessuno a cui raccontarlo, neanche per telefono… (riflette) Bella fregatura, vero?

Cos’hai pensato una volta uscito dall’ospedale?

Che la mia agenda era ancora bella zeppa di cose da fare. E che sarebbe stato un gran peccato se fossi morto a soli 44 anni. Sarei andato via ‘male’, da persona con ancora tanta fame di vita…

Tra l’altro, se uno va a rileggersi certe vecchie interviste dei Nomadi, questa tua predisposizione a voler fare anche “altre cose” (e non sempre il solito compitino vincente) viene nettamente fuori…

Già, ma quella dei Nomadi era una macchina oliata perfettamente e immune alle novità esterne. Non rinnego nulla, ci mancherebbe altro, ma era davvero complicato far filtrare nuovi input dentro quegli ingranaggi ferrei. E se talvolta succedeva, boh, i meriti erano sempre altrui…

I Nomadi tenevano (e tengono tuttora) dei ritmi pazzeschi per quel che riguarda lo stare on the road…

Io, ora come ora, preferisco concentrami su 50-60 date all’anno rispetto alle 150 a cui ero sottoposto in passato. Questo è stato un altro degli insegnamenti che mi ha ‘donato’ l’incidente, anche se c’ero arrivato già da tempo… Voglio dire, cosa conta di più nella musica dal vivo: la quantità o la qualità? Portare le tue canzoni a più gente possibile o far sì che mentre le suoni, queste benedette canzoni, tu sei al massimo della forma?

Effettivamente…

Al pubblico pagante, che ha speso 20 euro per venirti a sentire, non frega niente se quella sera ti manca la voce perché sei reduce da sette concerti consecutivi esaltanti. Loro ti vogliono al massimo ‘right here, right now’, proprio quella sera, e non un’altra.

Chiarissimo. L’hai letta l’autobiografia di Beppe Carletti ‘Io Vagabondo’ uscita recentemente per Arcana?

No. Che si dice di bello in quelle pagine?

Beh, sembra che Carletti abbia diviso la carriera dei Nomadi in due fasi ben distinte: quella con Augusto, ovviamente, dove si parla di musica e di come nascevano i brani storici del gruppo, la fase beat insomma. E poi la band post-’92 che viene raccontata più in qualità di “ente benefico” per via della solidarietà che ha lodevolmente sostenuto in mezzo mondo (Cile, Cuba, Tibet, Africa, ecc.) che come nucleo artistico intento a scrivere canzoni, belle canzoni…

Lo sospettavo. Comunque nessun problema da parte mia: prendo atto che per qualcuno i miei vent’anni spesi con la band non sono stati così importanti come i primi trenta. Ci sta.”

Diplomatico.

Mi permetto di dissentire, ma la cosa finisce qui. Non ho voglia di fare polemica, ma lasciami solo aggiungere che io avrò sempre rispetto per il periodo discografico che va da ‘La Settima Onda’ (1993) a ‘Cuore Vivo’ (2011). Sono state stagioni realmente straordinarie…”

Qual è l’album di cui vai attualmente più orgoglioso, a parte ‘Un Altro Me’?

Il prossimo, quello dalle presunte sonorità islandesi… (sorride)”

I Nomadi dal 14 al 16 giugno prossimi festeggeranno il loro cinquantennale (!!!) con una tre giorni di musica a Cesenatico: ci sono speranze che tu riceva un invito in extremis e salga sul palco assieme a loro per un’ultima volta?

Non penso, anche perché al momento nessuno del management mi ha ancora detto nulla. E non credo nemmeno succederà. Eppure il mio numero dovrebbero avercelo…”

Peccato…

In fondo si tratta di una festa, no? Ed uno alle feste invita esclusivamente chi vuole lui: è un suo diritto legittimo. Non è mica una cerimonia ufficiale…”

Simone Sacco
Libro_Come polvere nel vento_DaniloSaccoDanilo Sacco_CD

4 thoughts on “Danilo Sacco: una (nuova) storia da raccontare

  1. Caro Simone Sacco rispetto la tua intervista ma bisognerebbe ascoltare le due campane! Prima di giudicare sei davvero un professionista ti consiglio di fare un intervista alla controparte! e Cmq il tuo “Sempre Nomadi! Insomma…” non ti fa onore….
    Buon lavoro
    Patuf

    1. Caro Patuf,
      ti assicuro che è mia serissima intenzione intervistare qualcuno dei Nomadi (credo tu ti riferisca al grande Beppe…) quanto prima. La filosofia di PlayMilano.it, però, è avere un “gancio” giornalistico su tale città e quindi finché i Nomadi non annunceranno una data meneghina (o perlomeno nell’hinterland) non posso muovermi in tale senso (anche se – ti assicuro – mi piacerebbe molto). Danilo ha suonato domenica scorsa al Legend (club milanese) e quindi aveva senso come intervista. Tutto qui, nessun intento polemico, ho solo riportato le sue dichiarazioni come faccio solitamente con ogni artista che incontro.
      Grazie per il tuo commento.
      Simone

      P.S.: la frase a cui ti riferisci (“Sempre Nomadi? Insomma…”) è da intendersi esclusivamente in forma ironica ed è stata pubblicata sul mio profilo privato di Facebook. Nessuna attinenza col sito, ti assicuro. A volte bisogna saper sdrammatizzare e tre semplici parole possono aiutare senza voler offendere nessuno.

  2. Danilo, posso solo dirti grazie! Dopo (permettimi di dirlo) il grande Augusto, in tanti eravamo scettici sul futuro dei Nomadi, ma tu hai dato una nuova impronta al gruppo, senza cercare di imitare lo stile del tuo predecessore (e questo ti ha salvato da un paragone che non avresti potuto vincere) e ne sei uscito vincente.
    Purtroppo non sono riuscita a venire al concerto di Milano, ma ti garantisco che so già tutte le tue canzoni ed aspetto con ansia l’uscita del nuovo cd.
    Simonetta

  3. Grazie Simone finalmente con questa intervista si è dissolta un po’ di nebbia che circondava questa uscita di Danilo dal gruppo dei Nomadi . IL mio pensiero è che Danilo si sentiva in gabbia con i Nomadi e siccome Lui è un cavallo di razza (scusa il paragone ) ha preso la propria strada.
    L’anno scorso ho visto il suo concerto a Crema e mi è piaciuto tanto.
    Aspetto una tua intervista al signor Carletti per sentire cosa dice a proposito.
    Ciao e complimenti Gian

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.