Don’t Mind and “Play The Funk”. Intervista ai Full Treble

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“La band spacca, il cantante no”. Un passaggio di questo tipo, in una recensione come quella pubblicata da Rockit in occasione dell’uscita del loro secondo cd “Play The Funk”, avrebbe affossato l’entusiasmo di chiunque. Non dei Full Treble, però, che quasi quasi ne vanno pure orgogliosi, o almeno così può sembrare se facendo due chiacchiere con loro gli si tira fuori l’argomento. Ridono di gusto, e come prima cosa ti mettono sotto il naso una sorta di rassegna stampa al negativo, con solo i passaggi che parlano male di loro. Cosa che non farebbe mai nessuno al mondo. E allora capisci che nella scala di valori della band questo tipo di cose hanno pochissimo peso: l’importante è suonare, suonare e suonare. Far girare il nome, divertirsi e divertire portando a spasso il verbo, a metà strada tra punk rock isterico e garage, svisate blues da cantina sudicia e alcol invecchiato male, e basso sparato alla velocità della luce che – quello sì – ti fa girare non poco la testa. Stanno suonando in giro un bel po’, soprattutto dalle parti di Milano e del Nord Italia. Noi ci abbiamo fatto una bella e lunga chiacchierata, nel giorno in cui i Full Treble arrivano a Centro sociale Vittoria di via Muratori, a Milano, insieme con gli amici Colin Farrell e The Moes. Buona lettura.

È un momento in cui state girando abbastanza per suonare, vi state facendo vedere sempre di più sui palchi dei locali milanesi (e non solo) e arrivati al secondo disco, “Play The Funk”, cominciano ad arrivare un po’ di frutti. Chi vi segue o chi vi ha visto almeno una volta dal vivo dice che siate esplosivi, diretti, senza troppe sovrastrutture o pose. Ma soprattutto molto, molto spassosi, roba da vero punk rock party.

Suonare dal vivo ci diverte sempre tantissimo e ci divertiamo anche quando ci sono solo una mezza dozzina di persone, ovvero quando il locale è pieno. Siamo abituati dal 2006 a suonare davanti a chiunque, anche qualche manciata di combattenti; a volte sfioriamo qualche decina e a volte anche un solo spettatore. Leggendario quel concerto a Calolziocorte, in provincia di Lecco, davanti a una sola persona, fece headbanging tutto il set con una birra in mano, un grande. Alla fine gli abbiamo anche regalato il nostro primo cd “Louise Market” e siamo stati comunque molto contenti, nonostante tutto. Per quanto riguarda gli ultimi concerti è da settembre che stiamo promuovendo il nuovo album “Play the Funk” e finora l’accoglienza è stata davvero ottima. A luglio chiuderemo con più di una ventina di date e siamo molto soddisfatti.

Qual è stata la data fino a qui più incredibile, quella che vi ha fatto capire, per pubblico e atmosfera, di essere sulla strada buona, di poter continuare a fare le cose come le state facendo ora?

Se dovessimo indicare la migliore data che abbiamo fatto ultimamente, diremmo forse quella al Rock’n’Roll di Milano, anche se molti ragazzi ci hanno detto che la nostra esibizione all’Arci Malabrocca di qualche settimana fa sia stata forse la migliore di sempre.  Però, la più incredibile è stata forse quella al Kasotto a Milano, qualche anno fa, una baracca che stava sul bordo del Naviglio. È stato veramente delirante ma è stata una grandissima serata. Ricordiamo che l’impianto era alimentato da un generatore a strappo, tipo quello dei gommoni, che caricarono con della benzina poco prima del nostro concerto. Suonammo tutto alla velocità della luce, e ci fu un gran pogo; il giorno dopo intercettammo un commento su un forum a noi sconosciuto, ci lusingava sostenendo che non si riuscisse a distinguere un pezzo dall’altro per quanto stessimo suonando veloci. Per quanto riguarda la “strada buona”, non sapremmo davvero che rispondere; più che altro, non ci pensiamo alla strada buona, pensiamo solo a divertirci e a far divertire. Quello che arriva, arriva.

Le recensioni sui vari magazine on line di “Play The Funk” non sono state però troppo lusinghiere. Perché secondo voi? Cosa non hanno capito o cosa avete capito voi che manca al vostro sound, al vostro modo di scrivere?

Le recensioni finora pubblicate non ci sono dispiaciute. Anche quelle meno tenere criticavano punti giusti, mentre quelle positive evidenziavano i punti forti del nostro gruppo. Quindi siamo soddisfatti. I vari siti hanno fatto una fotografia che rispecchia bene o male la nostra realtà. Quelle più critiche ci hanno esaltato. Ad esempio quella di Punk Rock Bible è stata eccezionale. Ci ha massacrato sull’uso delle trombe nel punk sostenendo che un gruppo si possa permettere di infilare i merdosi fiati in un disco punk-rock “solo se sei un indiscusso capo del punk rock” e dato che noi non eravamo un cazzo di nessuno, non potevamo permettercelo. Geniale! Poi quelli di Rockit che hanno esaltato la band e massacrato il cantante, e la cosa ci ha molto divertito. Del resto, diventa molto difficile per noi separare la voce dal resto della band, per noi sono una cosa sola. Quello che abbiamo fatto con “Play The Funk” è stato per noi divertentissimo e ci abbiamo messo dentro tutto quello che avevamo. Di certo per il prossimo disco faremo qualcosa di ancora diverso oppure no, ma del resto qualunque cosa suoniamo, suona incredibilmente Full Treble style e ci va bene così. Certo, potremmo levare le trombe, così la Bibbia potrebbe insultarci su altro: tipo gli assoli di chitarra troppo tamarri.

Alcuni siti forse vi hanno inquadrato da un punto di osservazione forse un po’ troppo settoriale scoprendovi magari fuori target. E in questo senso le critiche sulla parola “funk” nel titolo o per la presenza di fiati hanno un po’ il sapore della boutade, della stoccata caustica. Ma qual è poi il vostro target? È nel circuito punk rocker il vostro pubblico di riferimento?

Assolutamente no. Il nostro pubblico di riferimento è il mondo della gente che ascolta musica, anche la classica, chiunque. Una volta abbiamo suonato davanti a dei metallari veri, ci hanno guardato malissimo per tutto il tempo, ma noi l’abbiamo presa come una manifestazione di affetto. Ale (Alessandro Longoni, chitarra e voce: ndr) gli ha giusto fatto tra una canzone e l’altra il riff di “Raining Blood” degli Slayer e a uno di loro gli si sono accesi gli occhi. Un piccolo momento di felicità gliel’abbiamo regalato, prima di tornare a fare la nostra scaletta. Un’altra volta abbiamo suonato davanti a nostalgici del beat anni ’60. Tutti immobili e lontanissimi dal palco. È stata dura, ma abbiamo portata a casa anche quella. Fortuna che avevamo una cover dei Grand Funk Railroad in scaletta, ci ha dato un po’ di forza per tirare fino alla fine. Gli organizzatori però apprezzarono molto. Massimo rispetto alla Bibbia comunque, ma la verità è che non ci sentiamo per niente punk rock. Siamo i Full Treble da anni ormai e sappiamo fare la nostra musica, qualunque cosa sia. Ale non riesce mica a fare tutto in downstroke, ma un giorno forse ci riuscirà!!! E anche se non dovesse riuscirsi, poco ci importa. Per quanto riguarda le trombe, le ha suonate il grande Rafa T. Bon. La storia sarebbe lunga ma in sostanza l’abbiamo incontrato, ci siamo piaciuti subito, ha capito l’attitudine e ci ha messo le sue bellissime parti di tromba. Rafa ha dato il valore aggiunto che cercavamo per l’album, siamo felicissimi di averlo con noi anche nei live.

Spesso chi fa recensioni, soprattuto oggi con la miriade di siti di musica che ci sono, tradisce la poca pazienza all’ascolto. Parlo in generale, e non solo per quanto riguarda i magazine on line, anche tra i colleghi della carta stampata. Che idea vi siete fatti voi?

Probabilmente per chi ha recensito non ne valeva la pena, forse li avremmo annoiati dopo mezzo ascolto. Ad esempio, la Bibbia lo ha ammesso: avrà ascoltato 30 secondi della prima e 30 della seconda e 4 della terza. Ma va bene così, se uno non ha voglia di sentirsi tutto l’album ci sta, alla grande. Poi se uno decide di fare una recensione così, beh scelta sua. A noi va bene comunque. È la sua visione del disco e quindi ci sta anche chi skippa perché si rompe le palle. Del resto anche noi a volte ce le rompiamo e skippiamo album anche di band che ci piacciono perché ci annoiano. Certo, fa molto più piacere leggere chi se l’è sparato tutto non dico due volte, ma almeno una. Noi per iniziare a capire un disco dobbiamo ascoltarlo 10 volte almeno!!

Sono tutti così poco inclini al travalicamento di genere? Mi pare di capire che alcuni contestino qualche vostro sconfinamento di genere, alcune aperture a soluzioni di stile diverse. Penso a un pezzo come “Deaf Stone Blues”: in che direzione vi state dirigendo, che c’è all’orizzonte, una scrittura più complessa e molto poco punk rock? Poi c’è chi vi ha attaccato invece per la poca varietà e immediatezza delle linee vocali… Insomma, critiche, critiche, critiche.

Guarda noi non ci stiamo troppo a pensare su un pezzo. Lo suoniamo e basta. Se viene due o tre volte allora vuol dire che funziona, se dopo due o tre tentativi non ingrana lo abbandoniamo. Poi magari ci torniamo su due anni dopo, ma poche volte il ripescaggio ha aiutato. I brani vengono senza impazzirci troppo, quando ci accorgiamo che stiamo pensando troppo a un riff, allora quel riff è da buttare nel cesso, semplicemente non va bene per i Full Treble. I pezzi sono come dei lampi: ci appaiono in testa, e noi cerchiamo di tradurli in note, accordi e struttura, e finita lì. Per questo disco eravamo ispirati a fare cose un po’ trasversali. Eravamo contenti e mentre suonavamo i pezzi in saletta venivano fuori così vari, non ce lo aspettavamo, e c’è piaciuta come cosa. Allora abbiamo insistito e nell’arrangiamento abbiamo esasperato la cosa, relativamente per noi, ci abbiamo messo dentro trombe, tastiere, bonghi, acustiche e così via. Le critiche fanno benissimo e siamo aperti a tutto. Non abbiamo mai pensato di fare punk rock, hard rock, punk o blues. Facciamo i Full Treble e vi assicuriamo che è già molto difficile farlo!!!

Tra queste, Snafu, che con voi è stato anche più tenero degli altri: “Le note positive finiscono qui…..colpa del titolo del disco…orripilante, non ci posso fare nulla ma nemmeno Anthony Kiedis chiamerebbe un suo disco così”. Che c’entrano i Red Hot? Soprattutto quelli pre “Mother’s Milk”, come qualcuno ha rievocato? A proposito, vi piacciono quei dischi?

La caserma Snafu è molto attenta nelle recensioni e sostiene sempre la scena efficacemente. Il titolo dell’album è orripilantemente ironico ed effettivamente ci preoccuperemmo sensibilmente se Anthony Kiedis avesse il nostro stesso senso dell’ironia. Non abbiamo mai sentito quei dischi e se ci paragonano ai Red Hot non sappiamo proprio che dire; ci fa piacere, del resto noi siamo sordi, ma forse altri ci battono.

Altri invece invocano i Rancid, che personalmente vedo lontanissimi da voi… E poi, vabbè, c’è chi vi paragona ai Dinosaur Jr… Chi sono i vostri veri riferimenti? Confessate.

Ognuno di noi ha le sue fisse. Siamo in tre e ognuno fa riferimento al suo bacino d’utenza. Crem, il bassista, ha sempre apprezzato il punk-rock e il rock’n’roll più semplice e melodico. Impazzisce per Dee Dee Ramone, Entwistle, Brian Wilson e George Clinton e ha sempre ascoltato con molta attenzione qualunque proposta che incontri il suo lato più hardcore o la sua anima più blues, per quanto possa capirlo. Se dovessimo sintetizzare, Gianluca, il batterista, diremmo che come papà ha i Green River e come madre Elliot Smith. Bell’incrocio: quindi fate voi. Per quanto riguarda Ale, il chitarrista e voce della band, ha imparato a suonare la chitarra ascoltando i Led Zeppelin e la roba grunge, poi da ragazzino si è flippato con i Kyuss e ora le sua band preferite sono i Mastodon e i Daft Punk. Inoltre oggi si trova spesso ad ascoltare band quali Helmet, Hellacopters, Danko Jones, Fu Manchu e Motorhead. Tutta gente che fa sempre la stessa cosa da una vita, un po’ come i Ramones, del resto. Tutte queste band e artisti hanno il nostro rispetto incondizionato. Comunque se dovessimo scegliere una sola band o genere diremmo… boh, non riusciamo a metterci d’accordo ed è forse questo, quello che ha creato il nostro stile.

Alessandro, hai scritto da qualche parte sul funk di cui si parlava prima: “a voi sicuramente non sembra funk ma a noi sì, sicuramente è il massimo del funk che riusciamo a fare” Ce lo spieghi meglio? Forse la risposta sta in questo testo: “My teacher told me one day you shall pump up the bass, but I am Crem the Treble, you don’t know what you are saying, I can’t play the SLAP, I can’t even play the THUMB, I am completely out of tune, but now I get into this FUNK”?

Esatto, quello che suoniamo in quel pezzo è funk. Non lo è? Ma dove sta scritto?. Sicuramente “Play The Funk” racchiude tutta l’ironia con la quale affrontiamo la nostra missione come Full Treble. Crem aveva provato a prendere lezioni di basso da ragazzo ma è stato cacciato da una scuola abbastanza prestigiosa a Milano perché non era in grado di suonare col basso sotto le gengive o slappare come Jaco Pastorius. Del resto lui, povera bestia, sa suonare solo col plettro e con le alte a manetta, se no non ci sente. Lo stile che abbiamo sviluppato è nato dalle nostre limitazioni che a volte poi si sono trasformate nei nostri migliori pregi. Comunque, abbiamo anche ricevuto i complimenti da Sly Stone per questo pezzo, quindi non venite a romperci e del resto anche Dee Dee Ramone si era messo a rappare, vuoi che noi non provassimo a darci di funk?

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Il primo pezzo del disco, la title track, ha una voce pazzesca, corrotta e malata, che però sta solo lì, non compare da altre parti, dove è molto più “normale”. A cosa si deve questa particolarità? Mi pare la migliore performance vocale di sempre per te, Alessandro…

Eh già.  “Play The Funk” ha sta voce roca e tutte le altre del disco no. Rockit ha detto che il cantante non spacca per niente. Di certo se il paragone è Lemmy, è chiaro che Ale faccia schifo. A ogni modo anche a noi piace quella voce ma poi Ale non è riuscito a ripeterla nelle altre canzoni dell’album, perché era in condizioni particolari. Quella giornata di registrazioni aveva dormito un’ora e 15 minuti la notte prima, aveva la gola infiammata dalla nottata precedente e la mattina zero voce. Non vogliamo sapere cosa avesse fatto quella notte. Ha poi passato tutto il giorno nello studio-basement di Julio (chitarrista e cantante dei Push Button Gently che ci ha registrato il disco e che ringraziamo tantissimo) a stare in silenzio, annuire o scuotere la testa, bere tè caldo e miele. Poi alle 18.30 finalmente è stato il suo turno per la voce, ha fatto il primo take dell’unico brano in programma, ovvero “Play the Funk”. Ed è venuta così. Al primo take è andata bene e l’abbiamo tenuta. Poi le altre: solita voce nasale e fastidiosa di Ale. Infatti, il nostro grafico Erugiery lo prende per il culo per la sua rinomata voce e in copertina di “Play The Funk” lo ha raffigurato come un pulcino che pigola. Lui vorrebbe che Ale si prendesse fortissimamente a pugni la gola prima di cantare dal vivo, come certi cantanti hardcore, come dice lui! Boh, è una tecnica che potremmo adottare, ci dovremmo pensare.

La prima volta che vi ho visto dal vivo mi è sembrato di sentire nelle linee di chitarra influenze blues e un approccio molto garage, non solo per una questione di suono, ma anche di attitudine. Quali sono i tuoi riferimenti, Alessandro? E quelli degli altri ragazzi? Penso al modo in cui suona il basso, per esempio, che tira come un treno… E non si può dire che siate strettamente una band garage… Che cosa siete allora?

Non ne abbiamo idea nemmeno noi, ma ci fa piacere che tu abbia sentito blues e garage. È un ottimo inizio. Qualunque cosa la gente possa sentirci nella nostra musica, per noi va bene. Quando sentiamo le band che ci circondano diciamo “ah questi sembrano gli Stooges”, “questi sembrano gli Weezer ma con roba acida”, “questi sembrano i Riverdales ma più mosci”, “questi sembrano un misto di Red Fang e di Zakk Wylde”, “questi tipo i Ministri ma più ballata popolare”, e via dicendo. Certo, proviamo a immaginarci da fuori e non ci viene proprio una soluzione. I nomi li abbiamo fatti prima: Ale non riesce a fare la pennata downstroke tipica del punk rock manco se prega ma gli viene benissimo fare il tamarro hard rock; Crem conosce solo la parola treble, e se non sente il ferro non suona; Gian lo chiamiamo “Ride Magician” perchè lui e il charlie chiuso sono due entità che non si sono mai incontrate; e ti voglio vedere a fare punk rock senza charlie chiuso! È vero quello che dici sul basso che è tutto fuorché punk rock. Se pensi a Dee Dee Ramone, Crem suona in modo completamente diverso. Ma del resto il modo di suonare di Crem si è innestato col tempo sugli assoli continui di Ale e la sua pennata particolare e Gian è bravissimo a cogliere il senso ritmico dei giri di basso e innescare gli assoli di chitarra al momento giusto. Quello che vogliamo difendere è la nostra unicità. Non esisterebbero i Full Treble senza Ale, Crem e Gian.

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Ci raccontate di quella volte che – come avete ricordato anche sul vostro Facebook –  “Gian da duro rocker qual’è, era a casa bloccato con la sciatica, ma era come se fosse con noi” e avete arrangiato un concerto su due piedi batteria e chitarra, tipo White Stripes?

Ci è dispiaciuto moltissimo suonare senza Gian quella sera ma è stato bloccato all’ultimo da un infortunio e avevamo già molti amici che stavano andando al locale e ci sarebbe dispiaciuto tradirli. Abbiamo fatto l’intero pomeriggio al telefono per trovare una soluzione, alla fine è stato lo stesso a Gian a spingerci a fare lo show per ringraziare tutti i ragazzi che stavano andando al Ligera a Milano. Abbiamo quindi imbastito questa cosa: Crem alla batteria e Ale al solito chitarra e voce. Alla fine è andata alla grande: il pubblico e i nostri amici sono stati calorosissimi e ci siamo divertiti tantissimo, è stata una bella serata. Certo Gian è insostituibile e anzi vi sveliamo in anteprima che il prossimo album conterrà un nuovo pezzo celebrativo del nostro batterista che si aggiunge all’ormai celebre “Deaf Stone Blues” che parla di come sia diventato sordo per qualche mese a causa delle alte frequenze del basso di Crem. Suonare a due è stato comunque divertente, ma abbiamo dovuto fare i pezzi più ignoranti che abbiamo (e vi giuro che è stato difficile, non ci crederete) per le parti di batteria dato che Crem conosce solo il tu-pa-tu-pa classico del punk e qualche scrashata ogni tanto. Ma alla fine è andata bene e per fortuna Gian si è ripreso presto dalla sciatica.

E che dire del live acustico alla Casa Malasangre di Seregno per il Layne Staley Tribute insieme a tantissimi altri gruppi. Che avete combinato lì? Siete anche voi – per età – in un certo senso figli dell’epoca grunge? Quali erano i vostri dischi preferiti dell’epoca?

È stata una bellissima giornata organizzata da molti amanti del grunge. Ale e Gian sono appassionati del mondo Seattle e Crem apprezza i Mudhoney e si è anche comprato delle camicie di flanella. In ogni caso, definirci figli dell’epoca grunge ci sembra eccessivo. Sicuro amiamo “Supefuzz Bigmuff”, album che si può vedere anche nel nostro video di “Endless Routine” (video che trovate su You Tube, diretto da Andrea “Berni” De Bernardi, che ci ha anche mixato e masterizzato il disco, ed è stato bravissimo) e i primi EP dei Green River. Ah, scusate amiamo anche tutti gli album dei TAD indistintamente. Fateci dire due parole però sul video di “Endless Routine”.

Prego.

Lì potete trovare moltissime delle nostre influenze, dateci un occhio. Abbiamo girato tutto con una Go-Pro in una giornata nella mansarda di Ale con un budget di 18 euro per pagarci giusto le pizze e un paio di lattine di Coca, del resto le birre erano finite. Abbiamo fatto 4,500 views in quattro mesi, non male per 3 scappati di casa come noi.

Avete accennato a Erugiey, che vi cura le copertine…

Erugiery, al secolo Ruggero Asnago, è il nostro grafico di fiducia dal lontano 2006. È lui che ha curato da sempre l’immagine della band ed è un componente fondamentale del nostro gruppo. Ruggero è stato in grado di catturare ciò che noi siamo e di trasportarlo nelle sue grafiche. È veramente un ragazzo geniale: senza le sue grafiche non so quanto ci avrebbe cacato la gente e vi assicuriamo che l’immagine di una band per noi conta moltissimo. Erugiery ha curato anche tutte le nostre t-shirt e grazie ai suoi disegni siamo riusciti a vendere quasi tutte le 100 maglie che abbiamo fatto in meno di un anno.

E le bellissime locandine dei concerti, chi le fa?

Per le locandine invece ci affidiamo a Giorgia Barbieri. Una parola sola: bravissima! Siamo davvero felici di lavorare con lei, collabora attivamente con la Moquette Records, la nostra attuale etichetta, e sta curando la grafica di molte altre band della scena. Date un occhio alle grafiche dell’ultimo disco dei Push Button Gently e dei Daisy Chains. Sono opera sua.

Roba grunge di una volta a parte, quali sono i vostri ascolti, quelli che vi hanno formato e i dischi che girano ora sui vostri piatti o sull’iPod?

Oltre a tutte le band che abbiamo citato tra le nostre influenze, ultimamente stiamo ascoltando tantissimo le band che ci circondano. Pensiamo che sia fondamentale conoscere la musica indipendente che viene presentata sui palchi della nostra zona. Cerchiamo sempre di sostenere le band che ci piacciono e ascoltare i loro lavori. Ultimamente abbiamo ascoltato con piacere diversi prodotti di molte band della zona quali i Seditius, Greedy Mistress, Black Bear, Loud Nine, Leeches, Labradors, Lactis Fever, Faz Waltz, Mach Shau, Thee Acid Eaters, The Doggs, Bug & The Whatelotion, Push Button Gently, Muruhuay, Colin Farrell, Low Derive e tante altre.

Marco Castrovinci

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