Che vuoi farci è la vita: Giovanni Lindo Ferretti, a cuor contento

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Ricevo una telefonata di un amico che dice: dai, prendi su e andiamo al Live Club, che Ferretti ha cambiato la scaletta del suo tour, “A cuor contento“, e ci ha infilato un sacco di roba dei CCCP e CSI. E ci ricordiamo i vecchi tempi. Ok, faccio io, se ci tieni andiamo, però lo sai che poi esco da questo tipo di concerti con un sottile senso misto tra l’abbattimento e l’affanno che non mi abbandona per giorni, lasciandomi un po’ così, stirato dal tempo, senza riferimenti né slancio verso ciò che devo fare nell’immediato. Non dire cazzate, mi risponde. Sei appena andato a vedere i Litfiba versione new wave, gli Swans che non mi sembrano proprio gente di primo pelo, e poi eri quello che voleva mettere in fila Melvins, Black Flag, Discharge e chi altro deve venire a Milano a suonare? Ah, e poi ti ricordi che un po’ di anni fa ci siamo girati mezza Brianza per vedere i Misfits con Dez Cadena alla chitarra? Dai. Ok, va bene. Non parlo più, sono in pieno reflusso retromane. Mi hai convinto, andiamo.

Giovanni Lindo Ferretti sale sul palco con passo svelto e silenzioso, avvicinandosi al leggio che dà un’aria un po’ più solenne all’evento. Lui, in centro, e ai lati Ezio Bonicelli – violino e chitarra – e Luca Rossi – basso, chitarra e smanettamenti su laptop – entrambi reduci della stagione Ustmamò. Iniziano con “Canto eroico“, pezzo di chiusura dell’ultimo disco da solo, “Saga“, tratto dai piccoli spettacoli che ha portato in giro negli ultimi tempi: “Ciò che fu /ciò che è stato / canto eroico dei canti / canto sempre cantato”. Eccoci, mi dico, anche se poi il pensiero va subito a lui, non a me, ma alla sua vita, alle Alpi, alle montagne e ai cavalli cavalcati a pelo, a tutto l’immaginario che si porta dietro oggi l’uomo di Cerreto. E ci rapisce non poco.

Non tanto la musica, ma la storia, moderna, contemporanea, quotidiana di Giovanni. Storia che gli dà schiettezza di lingua, che ammette di rimestare il passato per vivere e sostentarsi, anche se di quel passato non condivide quasi nulla ormai, se non il compiacimento che qualche sorriso a chi gli sta di fronte, giù dal palco, lascia intravedere. A questo serve una “Tu menti” con una batteria elettronica fintissima, che però non rievoca nulla ma dà al tutto un’atmosfera zuccherosa da karaoke e fa anche un po’ male. Ma tant’è… Che ci aspettavamo?

Meno male che i pezzi ci sono, quelli che anche in un’altra veste hanno la capacità di uscire dal tempo, dal “come stavamo ieri”: “Amandoti” in questo contesto è splendida e quel “Che vuoi farci è la vita” illumina le nostre facce strette dentro un bicchiere di qualcosa di alcolico, preso al volo per respingere quella strana e asettica nostalgia, che spinge forte con “Tomorrow” e “Mi ami?” e “Battagliero“.

Poi cambia qualcosa, e “And The Radio Plays” rallenta il passo su un beat di dub elementare ma efficace e si apre, di nuovo, un mondo. Questa volta più evocativo, e positivo, che continua con i pezzi a seguire, alcuni tagliuzzati nei testi, alcuni valorizzati come “Cupe Vampe“, anche se lontana anni luce dall’originale su disco dei CSI. Bonicelli e Rossi si danno un gran daffare e spesso sono dentro la cosa, anzi sono una cosa sola con la voce salmodiante del Nostro, il quale non si cura d’altro che di cantare. “Annarella”, “Del mondo”, “Morire” non cambiano il corso della serata, e così i pezzi a seguire, fino al sussulto “Emilia Paranoica“, che però fila senz’anima né contesto né l’imbarazzo di rinascere oggi, anno domini 2013, al pari della conclusiva, e un po’ comica, “Spara Jurij“. Ma Giovanni Lindo Ferretti si ama per la sua lucida sintassi, per l’analisi di un mondo che ci è sfuggito di mano senza nemmeno accorgecene, un mondo che – dice – “ha fatto della domenica un giorno qualunque”. E allora pensi che in fondo questo è il Ferretti che hai amato, e che forse hai capito, in tutti questi anni, mentre il tempo scorreva, la vita ti cambiava e tu cambiavi la tua vita.

Usciamo dal locale in fretta. Piove. Ci mettiamo in macchina alla volta di Milano, prima in silenzio, sopraffatti dai pensieri, poi con lo stereo acceso collegato a un iPhone con cui il mio amico disgraziatamente rapito dai migliori anni della nostra vita manda vecchia roba degli Ustmamò, cose tipo “Lieto finale” e “Filicudi”. Lo sapevo. Sapevo che sarebbe finita così.

Marco Castrovinci

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