Joshua Redman: niente paura, è solo cool-jazz da sogno…

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Elegantissimo. Saremo pure banali e scontati, ma non si trovano davvero altri aggettivi per definire Walking Shadows, il nuovo album del sassofonista californiano (nonché figlio d’arte) Joshua Redman che arriva a quattro di distanza dal precedente e oltremodo pregevole Compass. Stavolta l’erede naturale dell’indimenticabile Dewey (sassofonista a sua volta e famoso negli anni ’60/’70 per le sue collaborazioni con colossi del jazz come Ornette Coleman e Keith Jarrett) ha davvero fatto le cose in grande, tirando fuori sinuose composizioni autografe ma anche cover d’autore (Blonde Redhead, Beatles, John Mayer) nobilitandole con una signora orchestra che a qualcuno avrà fatto venire in mente il miglior Miles Davis di Sketches Of Spain o certe stuzzicanti imprese sinfoniche firmate Charlie Parker. PlayMilano ha avuto l’onore di discorrere con un rilassato Redman poche ore prima del suo atteso gig meneghino in un Blue Note stipato come per le migliori occasioni. Cediamo pure spazio al suo assolo…

In un mondo, quello del jazz contemporaneo, dove artisti hard-bop moderni come Wadada Leo Smith e Colin Stetson cercano sempre più di alzare l’asticella nella loro furiosa idea di free, credi che ‘Walking Shadows’ rappresenti una sorta di proclama smaccatamente “smooth” e basta? Una roba tipo: torniamo ad atmosfere più suadenti e rilassate… ?

“Mmh, non faccio album per diffondere proclami o manifesti di pensiero. La mia musica, se vuoi, è già il ‘proclama’ di per sé. Lo statement di ciò che sono…”

Quindi chi o cosa sei?

“Sono un musicista onesto che, questa volta, ha provato estremo piacere nel realizzare un disco di semplici ballads romantiche. E se il pubblico saprà apprezzarlo esattamente per ciò che è, ossia un lavoro fatto col cuore, beh, quella sarà la mia vittoria principale.”

Per chi conosce già il tuo stile e la tua capacità di passare con naturalezza da passaggi morbidi alla Stan Getz a fiamme strumentali degne del miglior John Coltrane, sarà intrigante vederti stavolta alle prese con un’orchestra sinfonica…

“Mettiamola così: in Walking Shadows volevo degli archi, tanti archi, ma non ambivo a realizzare un’opera completamente incentrata su di essi. Il mio obbiettivo è stato quello di inseguire arrangiamenti più complessi dove si potesse muovere il mio quartetto composto da me, Brad Mehldau al pianoforte, Larry Granadier al basso e Brian Blade alla batteria. Al centro di tutto restiamo sempre noi quattro, non i violinisti.”

In ‘Lush Life’, una delle tracce più riuscite del CD, Mehldau suona il suo strumento con uno stile emotivo più consono a quello di Thom Yorke dei Radiohead che ai classici pianisti jazz…

“L’arrangiamento di quel pezzo però non è di Brad, ma di Patrick Zimmerli. Brad, più che altro, è stato bravissimo a creare quel netto contrasto tra la classica jazz-ballad e un pezzo dal tiro quasi rock (difatti la batteria suona un piacevole 4/4, Ndr). Non so se i fan dei Radiohead la ascolteranno mai, ma è indubbio che con Lush Life abbiamo davvero stravolto un cliché inseguendo la nostra idea di sperimentazione.”

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Nell’album ci sta pure una delicatissima cover di ‘Let It Be’ dei Beatles che improvvisamente diventa funky: solo improvvisazione del momento oppure l’avete provata per bene prima di entrare in studio?

“No, Let It Be è nata qualche mese prima di registrarla, ma non era nostra intenzione farla diventare una traccia ‘importante’ del disco. Anche qui si può parlare di un contrasto azzeccato: nel senso che io ho preferito rallentarla all’inizio suonando note dolcissime al sax, mentre i miei compagni l’hanno energizzata passaggio dopo passaggio. Mi piace, è venuta davvero bene…”

Se ti dovessi chiedere un grande del jazz che ancora manca alla tua ricca agenda di collaborazioni…?

“La lista degli artisti che mi hanno influenzato è lunghissima e, purtroppo, molti di loro non sono più tra noi: Miles Davis, John Coltrane, mio padre (Dewey Redman, Ndr), Stan Getz, , Sonny RollinsOrnette Coleman, Wayne Shorter, Charlie Parker, ecc. Non ti nego che prima o poi mi piacerebbe convincere Keith Jarrett a suonare qualcosa con me, ma nel frattempo mi tengo stretti i giovani musicisti che mi stanno accompagnando in questa tournée. Vale a dire Aaron Goldberg (piano), Reuben Rogers (contrabbasso) e Gregory Hutchinson (batteria). Con alcuni di loro suono anche in trio e a breve pubblicheremo un album dal vivo.”

Altri progetti all’orizzonte?

“Tanti concerti visto che prevedo di essere nuovamente in Europa, ed in Italia, quest’autunno. E poi magari un disco assieme a un quartetto d’archi. Sax e archi, nient’altro.”

È possibile per Joshua Redman scegliere il miglior disco jazz della Storia oppure questa resta una domanda impossibile e priva di risposta?

“Ti direi A Love Supreme di John Coltrane o Kind Of Blue di Miles Davis, ma non mi va di parlare di ‘miglior album in assoluto’. Farei un torto a tanta altra ottima musica che esiste in giro. Quelli che ti ho citato sono dei capolavori a prescindere. Che, nella vita, dovrebbero essere approcciati da chiunque.”

Walking Shadows è uscito ieri (14 maggio) su etichetta Nonesuch/Warner, conta dodici tracce di una bellezza innegabile e – se non volete necessariamente roba free e incendiaria alla Ornette Coleman o Archie Shepp – potrebbe già essere considerato uno dei “must have” di questo jazzy 2013.

Simone Sacco

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