Fabrizio Moro, fragilità e consapevolezza. Quando “L’inizio” è un moto intimo d’indipendenza e libertà

fabrizio moro_1Il tono, mentre inizia a parlare seduto su un divano bianco in un appartamento nel centro di Milano, è basso, soffuso, mite. Fabrizio Moro è qui per parlare del suo disco uscito il 30 aprile, “L’inizio”, e la stanchezza del viaggio da Roma, la sua città, rende il suo animo placido, colloquiale, disposto ad aprirsi alle nostre domande. È felice, Fabrizio. Provato, ma felice per il nuovo corso che ha dato alla sua vita professionale, all’opportunità di ripartire con un disco nuovo, una nuova agenzia che punta ora a farlo uscire dalla regionalizzazzione che ne ha penalizzato lo slancio, un’etichetta personale, la Fattoria del Moro, con cui pubblicare le sue cose, scrivere per altri interpreti e interpretare insieme la sua idea di indipendenza, di libertà. A Milano, salvo qualche apparizione per presentare progetti passati, non ha mai suonato un live tutto suo, e la presentazione fatta il 16 maggio al Mondadori Center di Milano – a cui ha partecipato tantissima gente, molti dei quali rimasti fuori dalla saletta al piano interrato – gli ha fatto capire quanto fosse atteso dai propri fan da queste parti. E lui ha promesso: tornerà presto. Intanto leggetevi questa intervista-confessione, confidenziale e molto umana, che riporta Fabrizio a una dimensione privata, intima e in qualche modo illuminante.

Fabrizio, hai chiamato il nuovo disco “L’inizio” e non essendo certo il tuo primo disco quel titolo ha acquista ovviamente un chiaro valore metaforico, nemmeno troppo nascosto per chi ha seguito fin qui la tua parabola artistica e personale…

Quel titolo è semplicemente l’espressione di quella libertà che sto ricercando da tempo. Non sono mai andato troppo d’accordo con le tempistiche discografiche, perché penso che un disco vada fatto quando senti che sei pronto per farlo. Non ce la faccio a forzarmi, devo potermi prendere il tempo per riflettere: non ho più vent’anni e non riesco più a sottostare a certi compromessi. Di anni oggi ne ho 38, e non riesco più a sgomitare attraverso i vincoli che le case discografiche mainstrem ti costruiscono attorno.

Mi stai dicendo che il nuovo album è un po’ una sorta di riscatto personale?

Sto dicendo che credo di aver raggiunto un certo tipo di equilibrio esistenziale, almeno da quando ho iniziato a scrivere anche per altri artisti. E a guadagnare. Ho collaborato con Gaetano Curreri, ho scritto per Emma, Noemi (la sanremese “Sono solo parole“: ndr), e sto lavorando con altri grandi nomi che non faccio perché i loro dischi usciranno l’anno prossimo.

Quindi è l’attività da autore per terzi che ha stimolato la tua voglia di fare il grande passo, uscire dal circuito delle major e giocarti tutto in prima persona?

Quei lavori mi hanno aiutato ad aprire la mia casa discografica, lasciandomi davvero libero di fare come volevo, di provare a fare le cose che volevo fare.

Prima non era così?

Quando sei giovane e stai ancora costruendo la tua credibilità non hai la forza di fare esattamente quello che vuoi. Ho lavorato tutta la vita per non avere padroni. Oggi ho un po’ di quella stabilità che cerco da diversi anni. Questo però comporta anche grandi responsabilità: un tempo c’era un altro tipo di economia attorno agli artisti, oggi che è cambiato tutto e bisogna stare in prima linea, con la tua squadra. Io ho dei collaboratori che mi seguono da un po’, perché non mi piace cambiare ed è difficile trovare persone competenti di cui ti puoi sempre fidare. E questa formula devo dire che sta funzionando.

A proposito, ti aspettavi tutto questo riverbero quando hai dato a NoemiSono solo parole”, la canzone che ha portato a Sanremo e con cui è arrivata terza nel 2012?

No, non immaginavo tutto questo riscontro, ma non perché non avessi fiducia nei suoi mezzi, anzi. Quel pezzo è stato una bella botta ed è andato molto bene. Ma sono parecchi gli interpreti che stanno prendendo un percorso simile. Ci sono autori che hanno fatto la storia e ci sono quelli che si oggi ci stanno provando, un gruppo di cui credo di far parte anch’io… Anche gente come Emma ha cercato canzoni a casa dei cantautori, forse perché si arriva a un certo punto, quando insomma hai raccolto tanto e senti la necessità di voler raccontare delle cose vere.

fabrizio moro_2Che disco è “L’inizio”? Mi sembra che viva di molti spunti, molte idee anche lontane tra di loro tenute insieme dalla tua scrittura…

È un album dove, al di là delle sonorità, ci sono tante cose. C’è tanta vita dentro e lo dico col cuore. Stamattina per la prima volta mi sono emozionato tantissimo a prendere un mio disco tra le mani e non mi era mai successo.

Non ci credo, nemmeno con i primi dischi?

No, perché non ho mai sofferto così per fare un album. A livello personale sono cambiate una serie di cose da tre anni a questa parte, cose che hanno fatto di me una persona migliore, con una certa stabilità.

Spiegati meglio.

Vengo da un contesto che è tutt’ora disagiato, nasco in un quartiere e faccio una vita non bella fino a un certo punto, fino a che non succede la classica storia di Cenerentola: arriva un pezzo come “Pensa”, fa il botto e io inizio a regolare i conti con la vita. Poi arrivano i dischi, le produzioni mainstream e tutto il resto. Cambio vita, divento una sorta di uomo perfetto, che ha il lavoro che ama, ha superato i problemi economici, ha una famiglia e riesce a comprare la casa dei tuoi sogni. Poi però arriva un momento in cui pensi che la vita non si racchiuda solo in quello. E arrivano i problemi esistenziali.

Che cosa davvero ti tormentava? Avevi raggiunto dei bei traguardi, potevi fare come molti tuoi colleghi, mettere il pilota automatico e godere del tuo lavoro…

Io sono un lottatore, che ha continuamente bisogno di combattere la sua guerra, di avere un obiettivo più alto davanti a sé. Ho intrapreso questo percorso: ancora oggi ho sempre bisogno di dimostrare che posso stupirmi. Questo è il senso della mia vita, e vorrei che i miei figli un giorno mi ricordassero per questa cosa, perché il loro papà ha combattutto sempre e non si è mai lasciato andare. Ha puntato il dito all’orizzonte e, anche quando si è buttato giù, ha continuato a lottare. In quel momento, quando tutto sembrava girare per il verso giusto, tutti questi stimoli non li avevo più. Non c’era più una battaglia da combattere. Così non ho più scritto nulla. Sono stato mesi davanti a un monitor acceso e vuoto, con la chitarra appoggiata da qualche parte nella stanza dove di solito lavoro.

E poi, che è successo?

Poi un giorno c’è stata la magia, ho finito “L’inizio”, la canzone, così com’è successo con i brani più belli che ho scritto, “Sono solo parole”, “Pensa”, “Eppure mi hai cambiato la vita” e altri ancora. E ho pensato: questo è come un nuovo inizio, e non c’è nulla di più prezioso per un artista. Così mi sono sbloccato e ho composto più di trenta pezzi. Ne ho scelti nove perché volevo una scaletta che avesse un senso, lo stesso che avevo ben chiaro nella mia mente. Quelli che ho scelto per il mio nuovo disco sono pezzi che oggi mi rappresentano nella mia totalità.

Il tema della paternità fa da ossatura all’intero lavoro. “L’inizio”, “L’eternità”, “Babbo Natale esiste”.

È vero ed è voluto. Tutte le insicurezze e le paure che nel tempo mi ero lasciato alle spalle, dopo aver vinto le mie battaglie, sono tornate osservando i particolari, i gesti, le parole, gli oggetti di mio figlio Libero. Ossevavo le sue scarpe da ginnastica fuori dalla sua camera, così piccole e consumate… Notavo in lui una certa insicurezza nell’esprimere le proprie idee, magari tipica di un bambino di quattro anni ma che mi ha ricordato il bambino che sono stato, come sono cresciuto e maturato. Questi pensieri mi rendono fragile nei confronti del mondo: osservare mio figlio e vedere quanto è debole e piccolo senza di me, mi fa rivivere la fragilità che era mia fino a qualche anno fa. Sono stato un ragazzo con le paure amplificate per tanto, troppo tempo. Ma mi sono detto: non deve andare persa. Anche se dolorosa, mi ha dato la forza di scrivere, di ritornare sulle mie paure, sulle mie insicurezze con la consapevolezza e la maturità che ho oggi. E, credimi, ci vogliono tanti anni per raggiungere un equilibrio tra l’essere e il non essere. Non bisogna mai smettere di avere paura, perché ti serve ad affrontare la vita, la tua vita.

Hai parlato e parli spesso di battaglie da combattere. Ma di che tipo di battaglie parli esattamente?

Ero in guerra con me stesso e con l’ambiente che mi circondava, con la mia famiglia, con i discografici, con le persone che lavoravano intorno a me, perché non mi sentivo accettato. Perché fondamentalmente non riuscivo ad accettarmi io, ad accettare i miei limiti. Non poter scrivere un capolavoro o non riuscire a vivere con sufficiente diplomazia per assaporare appieno i colori della vita. Sono uno che si ritrova spesso a rimuginare sulle cose, a vedere cosa scrivono su di me in Rete, le recensioni dei miei dischi…

Che mi dici della copertina del disco? È tuo figlio il bimbo seminudo che fa capolino con cappello e chitarra a tracolla?

Sì, è lui. È mio figlio Libero. Mi hanno chiesto: cosa c’è all’orizzonte, in fondo alla strada che si appresta a percorrere? Ho risposto: l’importante è non chiederselo. Pensa che palle se dovessi fare tutta questa strada con la consapevolezza di sapere cosa c’è in fondo.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza in tv per il programma “Sbarre” che hai condotto per la Rai?

Quello era un buon pretesto per fare televisione. Sono cresciuto in un appartamento di fronte al carcere di Rebibbia. Mio padre è di Vibo, ma io sono nato a Roma, anche se ho vissuto da piccolo in Calabria, fino a sei-sette anni, prima di tornare nella Capitale. “Sbarre” era un progetto denso, ricco, un’esperienza pazzesca che mi sono portato a casa. Parlare con ragazzi della mia età che devono scontare tutto il tempo che gli resta da vivere dentro una gabbia ti fa capire quanto è importante e fondamentale la libertà. Sembrerà banale dirlo, ma credimi, non lo è. Lì dentro ho raccolto un rispetto che fuori facevo fatica a raccogliere. Giuro. La mattina entravamo verso le 11 e passavamo tutto il giorno lì. Quando uscivo, verso le 17, mi siedevo in auto, aprivo il finestrino e mi infilavo nel traffico della città. Beh, riuscivo ad apprezzare ogni piccola, infinita, insignificante cosa della mia vita, anche lo smog che mi assaliva. Assaporavo la vita, da persona libera. Quel programma poi ha avuto un buon riscontro dalla critica, perché oltretutto era ben scritto. Poi però, una volta finito, sai che cosa ha fatto la Rai?

Cosa?

Mi hanno chiamato per propormi di partecipare all’Isola dei famosi. Insomma, non avevano capito nulla di me.

Intervista di Marco Castrovinci

fabrizio moro_cover album

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