Martino Corti e i Monologhi Pop. Quando le canzoni (e il teatro)… contano eccome!

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Se c’è del romanticismo nel senso di rinascita che si porta dietro ogni ripartenza, il viaggio che ha immaginato per sé Martino Corti ha più il profilo di una scelta coraggiosa, il proposito di rialzare la testa per affermare il diritto a esserci, a dare sfogo alla creatività, alla scrittura, alla rappresentazione di pezzi della nostra vita e del nostro tempo, a un mondo che è popolare solo se condiviso. Chitarra in spalla e voce schiarita in gola, Martino Corti è ripartito con i Monologhi Pop, un progetto ambizioso, articolato, che ha una doppia valenza. I Monologhi Pop sono l’occasione per “allargare la rete” della sua arte, stesa a metà tra canzone d’autore e teatro, e insieme “svelare alcuni spazi nascosti e interessanti di Milano e attivi artisticamente e culturalmente”, come ad esempio la Falegnameria Flaminia, lo Spazio Tadini, un luogo d’arte bellissimo dietro piazzale Loreto, la Casa di Vetro, una galleria d’arte”. Tutti luoghi, man mano sempre più grandi e frequentati, dove portare la propria idea di teatro canzone: i Monologhi Pop e il disco che ne traccia lo scheletro, “Le cose non contano nulla”, diventano così pretesto e fine per ridare a se stesso lo slancio vitale comune a chi, come Martino, ha urgenza di comunicare. Giovedì 13 torna al teatro Parenti, questa volta nella più capiente sala AcomeA (150 posti, esauriti), mentre la chiusura di questa prima tranche di tour inaugurata a gennaio si chiude il 20 giugno al DicoCibo di via Antonio Cecchi prima di sconfinare tra giugno e luglio fuori città. I dettagli e le date li trovate alla fine della chiacchierata che abbiamo fatto con Martino Corti.

 

“Questo disco è dedicato a noi e al nostro tempo, nel bene e nel male, perché tra passato e futuro… ci siamo noi”, si legge nelle note di “Le cose non contano nulla“, il lavoro che riflette ciò che da gennaio stai portando in giro per Milano. I tuoi Monologhi Pop sono una formula curiosa, e per più di un motivo…

 

I Monologhi Pop sono un vero e proprio viaggio, non solo mio, ma di Camilla Salerno, responsabile dell’etichetta Cimice, e di tutto il pubblico che si sta pian piano allargando. A me piace dire che sono tutti “gocce consapevoli di essere parte di pioggia”, che poi riprende un passaggio di un testo di una canzone che c’è in “Le cose non contano nulla”. Noi lo crediamo davvero, abbiamo iniziato questo percorso perché eravamo stufi dell’approccio che si ha in questo mondo, nei confronti del fare musica: un meccanismo che non funziona più e che evidentemente è imploso su se stesso e di conseguenza ha fatto implodere artisti ed etichette. C’era passata l’energia, e la voglia. Così abbiamo deciso di provare a fare un percorso completamente differente, lontano dall’etichetta con cui ho pubblicato il mio primo disco, “Stare qui” (la Non ho l’età di Mara Maionchi e Alberto Salerno, genitori di Camilla). Anche se continuiamo a mandare pezzi alle radio e se c’è un’ospitata da fare, ed è sempre in linea con ciò che oggi proviamo a promuovere, la facciamo sempre molto volentieri, ma con la libertà di dare spazio, per esempio, anche alla creatività da copywriter di Camilla. Questo ci ha permesso di ritrovare entusiasmo e ciò che più conta: il contatto fisico con il pubblico. Il tour è fatto per questo. “Ripartiamo da zero”, ci siamo detti, e così ci siamo messi ad andare di persona nei luoghi scovati su Intenet a conoscere i proprietari, chi capisse il nostro progetto (senza budget), persone disposte con entusiasmo a condividere rischi e guadagni della serata.

 

Hai parlato di luoghi particolari, fuori dai soliti circuiti, spazi in linea col progetto. Qual è esattamente la linea a cui vi rifate?

 

La linea da seguire è energetica, gli spazi possono fare qualsiasi cosa, possono essere di diversa natura. In quelli più tradizionali, diciamo, dobbiamo fare attenzione a legarli alla sostanza dei stare Monologhi Pop, a farli sposare col progetto, che ha senso nel momento in cui si vive e si ascolta come se si fosse a teatro. E infatti il teatro resta l’habitat naturale dei Monologhi Pop… Quindi bisogna essere bravi a ricreare ovunque una certa situazione, magari chiedendo di non servire da bere durante lo spettacolo, ma solo prima o dopo, che sia una cena o un aperitivo poco importa. Al centro deve comunque esserci lo spettacolo. Al Teatro Franco Parenti la prima volta eravamo nella sala da 80 posti – ed è stato bellissimo – questa volta in quella da 150, la AcomeA. E questo dà la misura del progresso, lento ma costante ed entusiasmante, del nostro viaggio.

 

Con che dinamiche il progetto sta crescendo sotto i vostri occhi? Che tipo di promozione state attuando? Mi sembra una promozione, come dire, gentile, garbata, lontana dalle logiche aggressive tipiche dell’era dei social network. E che forse, per questo, funziona meglio…

 

La risposta è molto semplice: il passaparola. Certo, siamo usciti su qualche quotidiano o sito generalista, ma questo non ha aiutato granché la causa, non ha influito nel portare le persone ai nostri spettacoli. Ci piace pensare al fatto che dalla data zero a quella di giovedì 13 giugno al Parenti (la dodicesima), sempre di più il nostro pubblico si sia composto da persone che non si conoscevano tra loro. Il passaparola è un percorso bello lungo, ne siamo perfettamente coscienti, ma è molto forte. Così, piuttosto che avere migliaia di fan su Facebook e non riuscire a suonare in giro, meglio creare e coltivare con pazienza un contatto umano vero, e iniziare un viaggio insieme, di cui il pubblico si sente parte, coinvolto in qualcosa di diverso e vissuto come tale. Così le persone diventano spontaneamente molto più attive nel promuoverci tra amici, parenti, semplici conoscenti, invitandoli a vivere quello che hanno vissuto in prima persona. Inoltre, questo spettacolo non ha target di età, e anche questo ci rende felici. Piace cioè ai giovanissimi, così come alle persone più anziane. Quindi sì, semplice passaparola, lento, funzionale.

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Come sono nati i Monologhi Pop? Ci sono le canzoni, ci sono i monologhi, c’è del teatro. Tu esci con un primo disco per la Non ho l’età, poi che succede? Come siete arrivati a decidere di fare da soli fondando la Cimice Records e inventarvi questa sfida?

 

Ero alla ricerca di me stesso, artistica e nella vita. Alla ricerca del mio modo personale di condividere le mie inclinazioni e passioni. È stato un percorso bello lungo, me ne rendo conto. Ho 30 anni e ho iniziato a lavorare con Mara e Alberto quando di anni ne avevo 21 o 22. Ho inziato a scrivere i testi che puntualmente Salerno mi stracciava in faccia, e questo è stato un grande insegnamento. Una grande fortuna avere un maestro così. Ma dai 16 ai 18 anni avevo fatto teatro, mi ero iscritto al Dams di Bologna sempre col pallino del teatro in testa, quindi ho sempre alimentato questa parte teatrale che a un certo punto ho dovuto un po’ abbandonare una volta trovatomi di fronte a una scelta: che fare, teatro o musica? Ho scelto la musica. Ma con certi meccanismi, nonostante siano successe cose bellissime – un album, un singolo suonato molto in radio, un tour con i Nomadi di 80 date in giro per l’Italia – stavo perdendo l’energia. Perché l’approccio tradizionale va per obiettivi, come per esempio tentare di andare a Sanremo, e noi ci abbiamo provato tre volte, due con la Non ho l’età e quest’anno con Cimice, col pezzo “Cavalli Champagne e Cappelli”, un brano molto vicino alla sostanza dei monologhi pop, un misto di monologo e canzone. Ci abbiamo provato perché sentiamo che tutto è parte di un percorso che va avanti a prescindere dalla risposta dei media.

 

E poi, come avete reagito? E a che cosa esattamente avete sentito il bisogno di reagire?

 

Ci siamo organizzati un tour e io mi sono messo in gioco anche come autore. Prima con me c’era Sandro Mussida, il produttore artistico di “Stare qui”, nonché colonna portante di quel disco. A quell’epoca io ero ancora in una fase di ricerca, scrivevo poco a parte i testi a quattro mani con lui, ma le musiche sono tutte sue, gli arrangiamenti anche. Stavo vivendo una grandissima occasione, Mussida riusciva a tirare fuori quello che avrei voluto fare ma che evidentemente non ero ancora in grado di portare avanti. Per me è stato un sodalizio bellissimo, ma “Stare qui” non ha venduto molto e a un certo punto Sandro disse di avere altri progetti. Mi sono sentito perduto, anche se oggi capisco come quel momento fu la mia salvezza, perché mi ha fatto comprendere una cosa importantissima: se avessi voluto davvero fare musica avrei dovuto contare solo sulle mie forze. Così mi sono ributtato a scrivere ritrovandomi in mano sempre più di questi monologhi, e alla fino non ho fatto altro che unire i puntini.

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Così, tra monologhi per il teatro e qualche canzone pronta e scritta di tuo pugno sono nati i Monologhi Pop.

 

Già. Questo era quello che volevo fare, ma bisognava trovare un nome a una cosa che è effettivamente teatro-canzone, ovviamente diverso e lontano da quello di Gaber. L’unica cosa che ho in comune con lui è che anche io mi chiamo Giorgio, anche se solo di secondo nome… Un grande maestro che non sono riuscito a vedere dal vivo, e questo è uno dei miei maggiori rimpianti. Era nostra premura trovare un nome per distanziarci da ciò che il teatro-canzone porta a immaginare. Monologhi e Pop, due parole che riassumono pienamente il progetto, uno spettacolo basato molto sull’ironia, ma con momenti – anche commoventi – di riflessione. Uno spettacolo leggero da vivere, che ognuno percepisce in maniera diversa, per me sempre emozionante e intenso. Pop inoltre rimanda a tutto ciò che è popolare, il più possibile condiviso.

 

Come si sviluppa la tua creatività applicata ai Monologhi Pop? Quale l’equilibrio tra canzoni e monologhi, quale il loro rapporto di forza?

 

Vorremmo mantenere come punto focale le canzoni, la musica. Lo spettacolo è nato con le canzoni in mano, sono stato io a mettere insieme le sue due anime. Cerco di scrivere canzoni su argomenti vari, che mi diano l’occasione di spaziare anche nei monologhi trasformandoli in un legame, un collegamento tra una canzone e l’altra. Le canzoni vengono fuori da ciò che vivo in prima persona o da ciò che mi piace osservare della gente, ciò che accade intorno a me. Osservo l’uomo, cerco di studiarne i comportamenti, la cultura, le inflessioni dialettali, i comportamenti tipici, magari al bar, un punto di osservazione formidabile. Questo fornisce una chiave ironica al tutto ed è un’occasione per il pubblico di riconoscersi in ciò che racconto. “Questo è il mio viaggio ma spero che in qualche modo somigli al vostro”, dico ai miei spettacoli, in realtà ne sono abbastanza sicuro.

 

Chi collabora con te? Con chi hai lavorato per “Le cose non contano nulla?”

 

C’è Damiano Dattoli, che tra l’altro è autore della musica di “Io Vagabondo” (il testo è di Alberto Salerno), conosciuto qualche anno fa. Una collaborazione sporadica, per cui ogni tanto ci sentiamo. Lui scrive musiche e io testi. Il nostro pezzo più bello è “Mente e cemento”, il primo singolo scritto con Cimice. Poi c’è Fabrizio Ferraguzzo, produttore artistico, Luca Pellegrini è il fonico di studio, che ha fatto un lavoro grandissimo con questo disco, registato in un weekend allo studio Mulino di Acquapendente, a mezz’ora da Orvieto. Qualche prova con la band, tre take per canzone e la migliore di queste finiva sul disco. Questo ha reso il suono molto più vero e live, e dato risalto anche ai monologhi. È un po’ come aver ricreato l’atmosfera che si incontra ai nostri spettacoli, tutto suonato senza clic e registrato in presa diretta.

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Il disco segue così un processo “al contrario”, per cui non è la riproposizione di uno spettacolo ma è l’ossatura su cui stai strutturando i Monologhi Pop?

 

Sì, ed è una materia in continuo movimento. Una sera viene a vederci Gianfelice Facchetti, figlio del compianto Giacinto. Era la sera del 4 aprile, la prima al Parenti. Lui è venuto perché la famosa rete di cui ho parlato all’inizio nel frattempo si è allargata. Gianfelice, attore e regista di teatro, ci ha fatto i complimenti e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Ci piacerebbe coinvolgere sempre di più altri professionisti. Pensa se riuscissimo ad avere un regista professionista e due-tre autori che con me si mettono a scrivere. Potremmo fare dei passi avanti notevoli. Con Gianfelice Facchetti ci siamo già incontrati quattro o cinque volte per lavorare ai testi, lui ha un po’ rivoluzionato alcune cose lasciando però canzoni e scaletta, ma è migliorata la fluidità dello spettacolo grazie alla sua sensibilità e intelligenza, sempre garbata. Per me questa è una cosa bellissima, questo continuo e vivo cambaimento mi dà felicità.

 

Ci racconti, per chiudere, qualcosa del tour fatto con i Nomadi?

 

Io lì ci sono entrato in punta di piedi e in punta di piedi sono andato via. Non poteva essere altrimenti. La moglie di Augusto, la prima sera che mi sono esibito a Novellara davanti a 12 mila persone – ed era la prima sera per me lì con loro – mi ha dato il benvenuto “nella famiglia dei Nomadi”. Io mi sono commosso e ho capito l’importanza del gruppo e di ciò che rappresentano. Avevo la chance di condividere la mia musica, cosa volevo di più? Per Radio Bruno a Carpi ho cantato davanti a 60 mila persone “Stare qui”, sono piaciuto al pubblico dei Nomadi e mi è andata bene, perché non era così scontato. A Novellara volevo parlare, spiegare perché utilizzavamo delle parti registrate oltre agli strumenti live. E ho parlato per due minuti e quaranta secondi. Una cosa incredibile da fare davanti a un pubblico esigente come quello dei Nomadi. Come ho fatto, non so. Ma al posto di fischiarmi mi hanno applaudito, e abbiamo cantato bene. Mi hanno preso in simpatia, ed è stato ancora più bello quando siamo tornati l’anno dopo. Quando mi hanno chiamato c’è stata un’ovazione. Lì mi sono emozionato tantissimo. Non era mai successo. Ma mi emoziono e vivo più profondamente le 80 persone, anche meno a volte, che vengono apposta per sentire me. E lo dico con sincera onestà. Siamo partiti a settembre, a gennaio 2013 abbiamo fatto la prima data dei Monologhi Pop e in sei mesi sono successe mille e mille cose. I 150 posti, tutti esauriti, del Franco Parenti ci fanno felici oggi. Troveremo anche il modo di vivere di questo lavoro, perché è troppo emozionante.

 

Intervista di Marco Castrovinci

 

Il 20 giugno Monologhi Pop arrivano al DicoCibo di via Antonio Cecchi 10, a Milano. Cena + spettacolo. Prenotazione necessaria al 338.3850830

Dal 27 giugno comincia il Viaggio negli spazi live Tour. Ecco le date:

27 giugno – Rossosegnale (Mi)

6 luglio – Erbamatta (Torrazza Coste – Pv)

11 luglio – Carcano 10 (Mi)

26 luglio – Bagno Albertina (Forte dei Marmi – Lu)

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