Beady Eye, l’importanza di chiamarsi Liam (PlayMilano incontra Our Kid)

Beady Eye_aperturaConcedetemi un breve aneddoto: nel luglio di tredici estati fa – correva l’anno 2000… – gli Oasis tennero due fantastici concerti nell’epico Wembley Stadium di Londra. Non il Wembley che conosciamo al giorno d’oggi (quello con l’arco che svetta in cielo, insomma), ma lo stadio “antico” che vide la Nazionale inglese trionfare durante i Mondiali del 1966 (quelli del “gol-non gol-traversa-linea” ai tedeschi) e che ogni appassionato di calcio britannico associa da tempo immemore alla finale stagionale di FA Cup.

Bene, in quella lontana occasione la band di Manchester – reduce da un album fortemente “big moody”  (“lunatico”) quale fu Standing On The Shoulder Of Giants – spaccò letteralmente quella parte anatomica del corpo umano su cui il sole non è adibito a splendere. Trionfo appurato di fronte ad oltre 140mila persone, anche se Liam Gallagher – raccontano gli insider dell’epoca – non è che fosse proprio dell’umore giusto. “Quando si è presentato nel backstage di Wembley – raccontò il fratello Noel a un noto magazine UK – completamente vestito di nero da capo a piedi, sembrava la sciagura fatta persona. Era completamente pissed off. Meglio non avvicinarlo in quei casi, ma poi sul palco diede il meglio di sè”. Ecco, un po’ come è andata a Milano l’altro giorno, nonostante le debite differenze…

Conferenza stampa mattiniera dei Beady Eye, tutti rigorosamente presenti all’appello (Liam, Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock) e di nuovo quel look in cuoio altamente rock ‘n’ roll e quell’occhiale da sole appiccicato con spocchia al viso che non lasciava presagire nulla di buono. Però poi le cose si sono rivelate meglio del previsto, Liam ha sganciato le bombe verbali (come suo solito) e ha orgogliosamente difeso a spada tratta il secondo lavoro dei suoi Beady Eye. Intitolato BE (Let it… Be?) e che, per chi scrive, galleggia nelle solite acque sicure fatte di Rolling Stones psichedelici, John Lennon solista, riff che sarebbero stati benissimo sul primo, incendiario album degli Stooges, una pacatezza onirica quasi alla Sigur Ròs (beccatevi il gran finale dilatato della stupenda Don’t Brother Me…), una Shine A Light che attacca come Desire degli U2 (!!!) e confetti sixties cantati da un Liam sempre più blues quando allarga il suo famoso vibrato. E non solo quello. “Sono sempre stato un gran chiacchierone”, specifica immediatamente lui, ficcandosi una mano nei capelli freschi di barbiere. “E ogni anno che passa la mia big mouth si fa sempre più larga”. E già, aveva ragione Morrissey quando cantava con gli Smiths l’incazzosa Bigmouth Strikes Again. Ed oggi, chez Liam, ne abbiamo avuto l’ennesima, rivitalizzante conferma. Veniamo alle domande.

Gli Oasis in passato ebbero una lunga tradizione di produttori “di fiducia” – penso ad Owen Morris e a Mark ‘Spike’ Stent – mentre Steve Lillywhite con i Beady Eye ha ballato giusto per un solo disco, subito sostituito da Dave Sitek dei TV On The Radio…

“In realtà Steve non è durato nemmeno la metà di Different Gear, Still Speeding (il primo CD dei Beady Eye uscito nella primavera del 2011, Ndr). Il resto lo abbiamo finito da soli, quando lui non c’era già più”.

Serie divergenze artistiche, mi pare di intuire. Con Sitek, invece, mi sembra sia filato tutto liscio fino all’ultimo…

“Sì, Dave è stato molto più umile nell’approccio e, quando ti comporti così, è facile che i Beady Eye ti diano completa carta bianca sul da farsi. Sai, ci piace quando un produttore cerca di non imporre la sua visione su ciò che combina il resto del gruppo. Noel, ai tempi degli Oasis, accentrava tutto su di sé. Il produttore in incognito era lui, voleva sempre avere l’ultima fottuta parola…”.

BEADY EYE_Grafica live show_bSenti, sofismi shakespeariani a parte, cos’è cambiato dal glorioso 1997 di Be Here Now al 2013 di Be? C’è differenza tra “l’esserci ora” (come sosteneva un certo John Lennon a proposito del potere del rock ‘n’ roll) e l’essere e basta…?

“Boh, non so che dirti. La tua tesi è carina, però”.

Grazie. L’audace tesi di Robbie Williams, al contrario, è che i Beady Eye siano un gruppo noioso perché scrivono pochi ritornelli memorabili rispetto alla band di Live Forever, Some Might Say e Supersonic…

“Ah sì? Beh, piuttosto che accettare un consiglio musicale da quella persona preferirei spararmi con una pistola in mezzo alle gambe!”.

Dunque tutto l’astio che provi ultimamente verso il presunto “bad-boy” dei Take That non è una mera invenzione dei pettegoli tabloid britannici…

“No, purtroppo è tutto vero! Ma che problema c’é? Robbie ha sempre preferito fare il clown piuttosto che il musicista. Lui intrattiene le folle, io canto in una rock ‘n’ roll band. C’è una profonda differenza”.

Beh, l’attuale batterista dei Beady Eye (Chris Sharrock) ha suonato a lungo con Williams in passato e lo stesso Robbie fu protagonista di una buffa invasione di palco a Glastonbury 1995 (che tempi, gente, che tempi! Ndr) quando stavano esibendosi, manco a farlo apposta, gli headliner Oasis… Concordia mancuniana is over, Liam?

“Non mi ricordo bene cosa accadde on stage quella volta. Sai, ero troppo impegnato a suonare vera musica. Rammento il suo taglio di capelli, però: biondo platino con le punte tenute su dal gel. Era carino, Robbie, con quel look… (sbadiglia e mangia una caramellina alla menta, Ndr)”.

Venendo a recensori più seri, la stampa britannica ha parlato di un netto cambio di direzione per quest’album. Per me Be è semplicemente meno monolitico di Different Gear, Still Speeding. C’è più aria al suo interno, soprattutto in una ballad da pelle d’oca come Iz Rite. Sei d’accordo?

“Mmh, io parlerei più di un’apertura degli orizzonti. E comunque i Beady Eye non fanno dischi con il timore di deludere vecchi o nuovi fan. Se la critica non apprezza la nostra proposta, qual è il problema? E se l’apprezzasse cambierebbe forse qualcosa? Certo, a me i complimenti hanno sempre fatto piacere, ma le cose andranno comunque avanti nella solita maniera. A qualcuno piaceremo, ad altri faremo schifo, tutto qui. Ma finché avremo ragazzi e ragazze che ai nostri concerti canteranno ogni singola parola dei nostri brani, beh, vuol dire che avremo vinto noi, amico”.

L’autunno scorso (21 settembre 2012) hai compiuto i tuoi primi quarant’anni. Hai provato qualche sensazione particolare? Un po’ di linea d’ombra in ritardo, magari…

“No, il complesso dei 40 anni ti coglie solo quando non stai in una band di rock ‘n’ roll. Quando ne fai parte, ne sei completamente immune”.

Tu, in quel periodo, hai festeggiato in una maniera del tutto epica. Facendoti cacciare dalla tribuna del Santiago Bernabeu durante l’incontro di Champions League tra il Real Madrid e il tuo Manchester City (finito poi 3-2 per le merengues)…

“No dai, non è vero! Mi hanno mandato via solo alla fine della partita. Ho visto tutti e cinque i gol, te l’assicuro (in realtà il fattaccio è accaduto al minuto 69 quando Edin Džeko ha portato in vantaggio il City gelando l’intero Bernabeu e generando il tifo sfegatato di un Liam che qui siamo ben lungi dal biasimare. Da lì, nel breve giro di una ventina di minuti, sono venuti gli altri 4 gol. Ndr)”.

Liam_Madrid_BernabeuPensavo che dopo il fattaccio di Madrid l’avessi giurata a José Mourinho. Tant’è che poi lo Special One non ha vinto un fico secco la scorsa stagione: Liga al Barcellona, coppa dalle grandi orecchie al Bayern Monaco, litigi a non finire con il simbolo madridista Iker Casillas, un addio burrascoso con destinazione Chelsea…

“Dici? (ridacchia)”.

Cambiamo argomento. Da quando ti conosco e da quello che leggo nelle tue varie interviste mi sembra che Liam Gallagher porti il peso del mondo sulle sue spalle. Perché? In fondo sei già entrato nella Storia e i tuoi fan – oltre a comprare costantemente i tuoi dischi – sono talmente devoti da inseguire perfino ogni tuo ultimo taglio di capelli…

“Hey, io non porto nessun peso appresso a me! Anzi, mi sto divertendo a bestia fin da quel 1994 in cui uscì il primo singolo degli Oasis”.

Liam Gallagher_bandiera italianaA volte, però, mi sembri troppo sulla difensiva. Tipo Muhammad Ali quando faceva boxe…

“Sì, qualche volta va così. Ma è normale, no? Mi piace parlare con i giornalisti e cerco sempre di rispondere con la massima sincerità. Se qualcuno viene da me solo per criticarmi e senza neanche aver ascoltato un secondo di Be, amen. Le stilettate fanno parte del gioco”.

Suonerete ancora in Italia (e in particolare a Milano…) dopo la vostra unica data estiva del prossimo 6 luglio a Pistoia?

“Certo, ci saranno sicuramente altre date italiane più avanti. Forse già quest’autunno-inverno”.

Mi sveli, per l’ennesima volta, tre cose fondamentali per essere un vero Beady Eye?

“Saper suonare uno strumento o saper cantare: questo direi che è fondamentale. Avere accesso a tutte le caramelle gratis di questo mondo (durante l’intervista ne avrà sgranocchiate minimo una decina… Ndr). E la terza, sfoggiare un taglio di capelli perlomeno decente”.

Grazie, Our Kid. Avrei ancora un’ultima domanda da farti…

“Prego”.

Gli Oasis si riformeranno mai un giorno?

“No”.

No?

“Non oggi, intendevo”.

L’addetta-stampa fa strani segni, il tempo è scaduto, Liam G. deve “abbandonare il palazzo” (come si diceva al tempo dei concerti a Las Vegas di Elvis Presley). Peccato, avrei voluto ancora chiedergli essenzialmente due cose. Una relativa al velenosissimo pezzo Don’t Brother Me (con arguto gioco di parole tra “don’t bother me” – ovvero “non mi infastidire” – e “brother”, alias “fratello”…) e un’altra – diciamo così… – di carattere più storiografico (o degna di Toto Cutugno). Ovvero se possiede ancora quel tricolore verde-bianco-rosso che adoperò come mantello quando i Beady Eye suonarono l’ultima volta a Milano. Era il 16 marzo del 2011, quella notte si celebravano i 150 anni della nostra Unità nazionale. E proprio quella sera l’ex ragazzo difficile di Burnage fu più “italiano” del parmigiano reggiano, di Sofia Loren, della Ferrari e di Camillo Benso, conte di Cavour. Torna a trovarci presto, Our Kid, e ovviamente don’t look back in anger.

Simone Sacco

Beady Eye CD

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