Federico Buffa, la pipì di Michael Jordan e quella pazza idea del Dream Team

DSC_2110_bn_cutEstate, tempo tradizionale di vacanze. E tempo strategico, questa metà di luglio, affinché PlayMilano vi sveli il titolo del libro che ha già deciso di mettere in valigia in vista dell’agognata “chiusura per ferie”. Procediamo con l’apertura della busta: il suddetto volume si chiama Dream Team, l’ha scritto con grande verve da cronista Jack McCallum (uno stimato giornalista di Sport Illustrated con la fissa del basket) e potrebbe approcciarlo anche un qualsiasi profano di pallacanestro. In cerca però di ottime storie provenienti aldilà dell’Oceano.

Lettura appassionante Dream Team, quindi, la cui unica pecca è un sopportabile ritardo sull’effettivo ventennale (diritti di copyright, sospettiamo…). Ritardo che lo fa uscire tradotto nella nostra lingua a 21 estati di distanza da quella grande (e sporadica) avventura mediatica che fu il Dream Team dei vari Michael Jordan, Larry Bird, Magic Johnson, Scottie Pippen, Charles Barkley e imbattibile compagnia yankee. “I Beatles più gli Stones raggruppati in un’unica squadra di basket”, come ha argutamente semplificato/sintetizzato qualcuno. La più grande macchina da guerra agonistica, aggiungiamo noi.

Gente che arrivò alla medaglia d’oro delle Olimpiadi barcellonesi del ’92 quasi senza bagnare di sudore la canotta della nazionale USA e con il sorriso (beffardo) costantemente stampato in volto. E il rispetto reverenziale verso gli avversari? Non scherziamo, visto che la finalissima con la Croazia – giusto per citare un match oltremodo ‘combattuto’ – vide gli americani puntare al metallo più pregiato grazie ad uno scarto-record di 32 punti… No, il Dream Team non era davvero affare di questo mondo. E difatti, dopo anni e anni di negoziazioni febbrili, durò appena lo spazio di un mese prima di eclissarsi in un tripudio di aggettivi giornalistici, fama senza confini, isterie assortite (beccatevi le adunate oceaniche quando il loro bus li portava a spasso per la capitale catalana…) e contratti pubblicitari.

dream-teamE per quanto riguarda il resto che non è comunque poco, facciamocelo raccontare dalle pagine (non prive di argomentazioni piccanti…) dello stesso McCallum. Oppure da Federico Buffa, “the voice” italiana (assieme al collega Flavio Tranquillo) del basket statunitense, a cui passiamo prontamente la palla per una serie di imprescindibili schiacciate verbali. Prego avvocato, adesso tocca proprio a lei…

Ancor prima di disquisire sul Dream Team, vorrei chiederti se hai mai pensato di scrivere un libro tutto tuo al 100%. Voglio dire: i tuoi articoli antologizzati in Black Jesus sono materia di culto ormai; e pure questa tua ultima prefazione al libro di Jack McCallum profuma di grande letteratura (non solo sportiva)…

“Beh, proprio oggi ho consegnato a un editor di cui nutro enorme stima un progetto su cui ho lavorato nei mesi scorsi e che ho voluto intitolare Looking for a Patrimony. In breve è una storia di basket filippino. Hai presente Erick Thohir, quell’uomo d’affari indonesiano che è in trattativa con Massimo Moratti per acquistare l’Inter?”.

Certamente. Se non sbaglio possiede anche una parte societaria dei Philadelphia 76ers…

“Esatto. Comunque Thohir è attualmente presidente della sezione Sud-Est asiatica dell’Eurolega. Ovvero il torneo dove giocheranno i Saigon Heat, praticamente la controparte Pacifica dei ben più celebri Miami Heat che invece stanno sull’Oceano Atlantico. Pare proprio che le cose si stiano ingrossando da quelle parti e io, nel mio piccolo, spero di potervelo raccontare quanto prima”.

Torniamo a razzo sul Dream Team di ventuno anni fa. Non pensi che in maniera abbastanza paradossale quella squadra sia sì entrata nella leggenda, ma abbia pure peccato di enorme tracotanza?

“Cosa intendi dire con tracotanza?”.

Che nello sport la prima regola (non scritta) per entrare nella Leggenda è l’equilibrio tra le forze in campo, non l’annichilimento fisico e psicologico dell’avversario… Prendi il calcio, ad esempio: tutti ci ricordiamo di Italia-Germania 4-3 (Messico ’70) o di Italia-Brasile 3-2 (Spagna ’82), ma non delle goleade per dieci a zero che certe grandi squadre hanno inflitto ad avversari molto meno blasonati.

“Sì, capisco: il tuo è un paradosso stimolante… Io però continuo a vedere la nascita del Dream Team come una trovata commerciale senza precedenti. Un’idea di business globale venuto alla luce dopo che NBA e FIBA riuscirono a scovare una rarissima forma di dialogo tra di loro. Tant’è che la cosa in seguito non si è mai più ripetuta…”.

Sportivamente parlando, invece…

“Poco da aggiungere: quelle di Jordan e compagni non sono state partite ‘umane’ solo per il semplice fatto che non hanno mai chiamato un time-out per tutta la durata del torneo olimpico! Non un solo misero time-out: riesci a capire cosa significa tutto ciò? Le loro non furono ‘gare’, ma impeccabili esibizioni di potenza. L’unico ad averci creduto seriamente è stato il povero Drazen Petrovic (la guardia dei New Jersey Nets che morì nel 1993 in seguito a un incidente d’auto, Ndr) che allora giocava con la casacca della Croazia. Gli altri scesero in campo solo per ottenere degli autografi. O per farsi fotografare mentre i loro idoli li stavano massacrando”.

DSC_2124_dream teamQuale fu, secondo te, l’immagine simbolica di quel Dream Team?

“La gomitata che Charles Barkley rifilò al giocatore dell’Angola: una scena dal respiro quasi cinematografico”.

Se mi concedi l’eufemismo, Barkley – a causa del suo esasperato agonismo e della sua sfrenata ‘vida loca’ lungo le Ramblas – rischiò quasi di oscurare Jordan durante Barcellona ’92…

“Sì, Charles fu senza dubbio il collante della squadra e lo spirito più genuino di quella compagine di marziani. Pensa che accettò di essere il ‘numero 2’ non durante quelle calde giornate catalane, ma soltanto l’anno dopo quando i suoi Phoenix Suns persero contro i Chicago Bulls di Jordan in una delle finali più belle di sempre. ‘Ok, – disse Barkley nel ’93 – ora MJ è migliore di me’. Semplicemente divino”.

Manca alla NBA odierna una lingua lunga come la sua? Nonostante da commentatore – va detto – le spari ancora grosse…

Barkley resta decisamente un personaggio degli anni ’90. Quando in campo criticava i suoi contemporanei era una cosa; adesso un’altra, nonostante resti sempre molto convincente nei suoi ‘point of view’. Soprattutto quando consiglia agli atleti di oggi di metterci più passione, nonostante tutti i milioni di dollari guadagnati grazie a sponsor e contratti. Non che i giocatori di vent’anni fa fossero poveri (basta pensare al solito Jordan!), però a livello di ‘passion’ quella restava gente di un altro pianeta”.

dream_team HPParliamo un attimo di Earvin Johnson e Larry Bird: è indubbio che per loro il Dream Team rappresentò il crepuscolo degli dei. Magic, infatti, aveva già commosso il mondo l’anno prima con l’annuncio-shock della sua sieropositività mentre Larry era al capolinea, afflitto da terribili dolori alla schiena…

“Onore a loro visto che, senza Magic e Bird, il Dream Team non sarebbe mai esistito. Mai e poi mai. Pensa a cos’era la NBA negli anni ’70 prima del loro arrivo, con tutte quelle voci sull’uso di cocaina e gli spalti mezzi vuoti… Jordan, che è una persona molto intelligente, sapeva benissimo in quel 1992 che se non ci fossero stati loro due in campo fin dalla mitica finale di NCAA del 1979 tra Indiana e Michigan, lui non sarebbe mai diventato ‘MJ, the greatest of all times’. Eppure, nonostante l’enorme blasone ed anzianità di Larry e Earvin, volle comunque fare ‘pipì territoriale’ sulle loro scarpe, sfottendoli oltre misura e cercando la zuffa verbale. Ah, il cinismo leggendario di Jordan…”.

Chi selezioneresti oggi per un eventuale Dream Team 2013 a stelle e strisce?

LeBron (James, Ndr) non te lo sto neanche a citare e quindi, per completare il quintetto base, metterei dentro anche Stephen Curry, Chris Paul e Carmelo Anthony che ha comunque fatto una grande stagione con i New York Knicks. Sull’esterno invece devo pensarci per bene…”.

Cambio quesito, nel frattempo. Con la firma del nostro Gigi Datome per i Detroit Pistons, gli italiani nella NBA sono saliti a quattro dopo Bargnani, Gallinari e Belinelli… Un buon segno, no?

“Beh, se in Italia se ne accorgessero molte più persone, sarebbe sicuramente un buon segno! Sai, se un filippino dovesse mai giocare nella NBA tutti i telegiornali di quel Paese aprirebbero subito con una news epocale del genere. Qui da noi, invece, è già tanto se la stampa scrive un trafiletto. È un atteggiamento sbagliato, irriguardoso e pure molto triste”.

Le foto di Federico Buffa e della presentazione del volume Dream Team (331 pagine, Sperling & Kupfer) avvenuta presso lo store Mondadori-Duomo di Milano sono state gentilmente scattate da Cecilia Gatto.

Dream Team_libro

Simone Sacco

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