Spam&Sound Ensemble: assemblaggi sonori dietro le quinte

IMG_2110Non contano tanto le coordinate di tempo o di spazio, sono quelle di senso che accorciano le distanze tra la sperimentazione elettronica degli anni Cinquanta, il camaleontico e geniale Beck, l’attenzione maniacale al dettaglio dello scrittore americano contemporaneo Thomas Pynchon e uno scheletro in legno scolpito da un artista australiano, un’opera dal titolo “The exact dimensions of staying behind”. Le dimensioni esatte del restare dietro, un titolo che suona decisamente meglio in inglese e funziona perfettamente come manifesto ipersintetico di cosa significhi per Ivan A. Rossi sia “produrre” – perché dietro gli album di artsti come Zen Circus, OvO e Virginiana Miller c’è lui – sia “assemblare” Spam&Sound Ensemble, il primo disco in cui non fa i suoni per gli altri ma per sé. Un progetto nato per stratificazione da registrazioni su nastro analogico, dove spesso delle tracce sono rimaste “nascoste” dietro le altre nella sovraincisione, come molti contenuti e riferimenti rimasti sullo sfondo, da compositori e pionieri dell’elettronica di oltre mezzo secolo fa, a un’idea di disco che suoni come un libro postmoderno è scritto.

Succede che Ivan nel 2005 se ne vada a Venezia alla Biennale d’Arte e nel padiglione australiano si trovi davanti al lavoro di Ricky Swallow e al titolo della sua scultura, forse ancora più forte dell’opera stessa per uno che per anni è rimasto dietro, cercando di mantenere un equilibrio e un’esattezza nel trattare i suoni, cercando di affinare «una capacità di controllo dell’ego per capire quanto o quando devi entrare nel lavoro degli altri quando produci – spiega – il punto è che non deve saltare all’occhio quello che sto facendo, deve venire fuori il gruppo. Una delle cose di cui sono più fiero a questo proposito sono i due dischi dei Bachi da Pietra (Tarlo Terzo e Quarzo, ndr), loro non li puoi snaturare, hanno un carattere fortissimo. Eppure anche se alcune cose non sono immediate per lo spettatore, ci sono tanti piccoli particolari, qualche effettino in cui ci sono anche io, che pur restando dietro cerco di dare una direzione al lavoro».

E proprio loro, Giovanni Succi e Bruno Dorella dei Bachi da Pietra per una full immersion lunga trenta giorni e preceduta da mesi di scambi e confronti, hanno collaborato con Ivan al progetto Spam&Sound Ensemble, «un disco pensato per creare delle atmosfere senza il testo che te le suggerisca, il lavoro è sul suono delle parole, sulla metrica, sugli effetti. Un punto fondamentale è che i testi non rimandano a nessun immaginario, non vogliono denunciare o dire niente, sono funzionali al suono e basta. Giovanni ha lavorato molto sulle metriche delle mail spam accettando quello che c’era, senza cambiare niente, riassemblando solo per ottenere determinati effetti, come nella parte centrale della traccia d’apertura Cap.Tom Isaac, dove recita le stesse parole con tre intonazioni diverse, montate poi da me per creare una data atmosfera» insieme a Bruno Dorella, che suona una batteria fatta di pentole e scolapasta di metallo.

bachi da pietra«L’idea dei testi è tutta di Giovanni, che da tempo stava raccogliendo delle mail di spam, risultate la risposta perfetta alla mia richiesta di lavorare insieme a un disco sui non-luoghi», termine coniato dal sociologo Marc Augé per definire spazi urbani senza contesto e storia come un centro commerciale o luoghi di passaggio come la metropolitana o un aeroporto. Luoghi perfetti per il field recording, «la raccolta di campioni sonori che registro quando sono in giro, su cui poi intervengo secondo processi che rimandano all’elettronica anni Quaranta e Cinquanta. Su questo poi si sono innestate le mail spam, un vero e proprio non-luogo letterario».

Il concetto del non-luogo poi ritorna anche nella modalità di lavoro su un disco, «che è tanto vario da non avere una sua identità, ma un concetto alla base, anche se un filo conduttore estetico è assente e si attinge da fonti differenti. Considero l’album più un assemblaggio che una composizione, per una forma di rispetto nei confronti di chi realmente ha composto, come i grandi Schoenberg e Cage, ma anche come Beppe Scardino, che ha fatto la sezione dei clarinetti di Spam&Sound, trovando un suo modo in musica di dire una cosa. Assemblare lo preferisco come verbo anche perché rimanda al risultato di un processo di stratificazione che viene da anni e anni di ascolti di ogni genere».

Così in Spam&Sound Ensemble compare Anna Maria Alexander, «un pezzo alla Grace Jones, uscito per caso perché Giovanni giocava con un mio pedalino, un delay e io ho sentito quel suono e…“fermo! Si registra”. Amo anche il plastic pop di musicisti come lei o il Bowie di Young Americans e più di una volta in questo disco la struttura e la forma canzone forzata a volte richiamano proprio la struttura standard strofa-ritornello-strofa-ritornello-special del pop», anche se poi si ribalta tutto: «Esitando per esempio è un pezzo che ha il secondo ritornello uguale al primo ma è al contrario».

Ivan A.Rossi«La vera sfida come produttore è far funzionare una cosa pop senza che sia una schifezza, mantenendo alta la qualità. Ciò non toglie nulla al fatto che adori la musica di ricerca». Una passione che riporta Ivan Rossi agli anni Cinquanta americani e alle ricerche di «Raymond Scott, un compositore geniale, autore delle colonne sonore dei cartoni animati della Warner Bros, ma soprattutto inventore di una serie macchinari destinati alla produzione di musica elettronica, come il Rhythm Modulator, in cui si caricavano una serie di pattern sonori. Il pezzo 1024 pills è un omaggio a lui, dove ho innestato il lontananza la voce di Giovanni, che ha letto alcune parti di mail che ci scambiavamo mentre eravamo al lavoro sul disco». 

Oltre a comprendere la cover dei Suicide Ghostrider, il progetto Spam&Sound Ensemble termina con Padreperchèmihaiabbandonato, undicesima traccia dell’album, che comprende tutte le altre.
«Un pezzo nato da un esperimento: dare a un gruppo che apprezzo tantissimo come i Vonneumann dieci sample estratti dalle dieci tracce del disco, perché li remixassero e ne tirassero fuori un pezzo. Qui il mio approccio è reso esplicito: scegli un sistema, degli elementi da combinare e ti crei delle limitazioni nel lavorare, guardando al modo in cui lavorava anche Stockhausen, imponendosi di usare determinate sequenze per comporre. Un lavoro come il suo sfugge a un ascolto superficiale», mentre agli ascolti superficiali sfuggono tantissimi particolari, dettagli e spesso intere atmosfere, suggestioni, che nel caso di Spam&Sound Ensemble sono il risultato di assemblaggi.

«Già dagli anni Quaranta si facevano i primi esperimenti con i sample, ancora prima si lavorava con i fonografi e anche oggi si lavora di riciclo, da considerare però in chiave positiva. La differenza sta nell’accostamento tra i vari elementi da assemblare. In questo senso la letteratura americana postmoderna è esemplare. Thomas Pynchon scrive proprio nel modo in cui mi sarebbe piaciuto che questo disco fosse: volontariamente verboso, a volte poetico, iperdocumentato. Questo mi pare uno dei modi in cui si può ancora tentare di fare ricerca, recuperando, ricombinando e interpretando» che è un po’ l’approccio che porta avanti anche al SAE Institute di Milano dove nel suo corso Cultural Perspectives invita gli studenti a «considerare la musica con una prospettiva storica e di contesto, accostare elementi lontani e risalire alle fonti».

attrezzi-3Tra interpretazione e originalità poi il pensiero di Ivan va a uno dei suoi artisti preferiti, Beck e al suo Song Reader, un disco di venti brani pubblicati sotto forma di spartiti, in cui Mr.Hansen figura solo come autore, lasciando totalmente aperti arrangiamenti e interpretazione: «dato che si è perso l’ascolto di un disco intero, questo album esiste solo se lo suonate, questo è il principio per lui». Un’occasione che il produttore toscano d’adozione, ma di origini calabresi, non ha ovviamente perso, così insieme ai livornesi Bad Love Experience e a un collettivo di musicisti coinvolti per l’occasione, ha partecipato al progetto di Beck, pubblicando sul sito songreader.net dove sono raccolte tutte le versioni dei pezzi anche la propria «interpretazione di Eyes that say I love you, cantata nell’inglese molto Sixties dei Bad Love e approcciata in studio alla vecchia, con archi e fiati seguendo lo spartito essenziale di Beck in stile Broadway, solo con la linea del piano e del canto, al massimo con qualche suggerimento tipo ukulele o una sezione di fiati importante».

Serena Valietti

Spam&Sound Ensemble è disponibile in vinile via Retroazione Compagnie Fonografiche e in digitale via Tannen.

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