Rocco Hunt nella mischia. Da ‘Poeta Urbano’ all’Hip Hop Tv B-Day Party

rocco hunt_1Ci sarà anche lui, Rocco Hunt, al prossimo, imminente party per il compleanni di Hip Hop Tv. Con ‘Poeta Urbano‘, il suo primo street album uscito per una major, la Sony, è entrato nella lista dei nomi del rap di casa nostra alla ricerca di un’affermazione definita e riconosciuta. Lui ci prova, ci ha sempre provato, e spesso ha lasciato a bocca aperta chi pensava non fosse all’altezza, data la sua giovanissima età. Sbagliato. Se l’hip hop italiano è oggi quello che gira realizzando ancora qualche buon numero, Rocco Hunt ha tutto per stare al passo con i nomi più caldi di questi ultimi anni. Scrittura e flow non gli fanno difetto, anzi. E Rocco è pronto per imbastire un disco nuovo, da artista major. Ne abbiamo parlato con lui.

Chi è stato al tuo fianco nel realizzare ‘Poeta Urbano’, lo street album con cui hai inaugurato il tuo nuovo corso alla Sony?

Il progetto è nato come una produzione di Fabio Musta, dal suono molto classico, strettamente anni Novanta, che è poi la sua cifra stilistica più riconoscibile. Poi, andando avanti col lavoro e vedendo la direzione in cui si sta muovendo l’hip hop oggi, ho deciso di ringiovanirne un po’ il suono chiamando produttori diversi. La mia volontà è stata quella di fare una sorta di lifting al disco, aggiungendo quattro o cinque pezzi un po’ più freschi: così ho scelto Shablo e Nazo, che già aveva collaborato con me per due singoli e oltre a essere il mio dj per le serate è artisticamente mio fratello, un punto di riferimento per la mia carriera. Poi gente blasonata come Fritz Da Cat, il cui ritorno con un disco dovrebbe essere a breve, sempre su Sony Music. Sul mio nuovo album sarà presente con due pezzi, c’è un ottimo feeling tra noi. È lui che ha prodotto ‘Io ci sarò’, un pezzo dedicato al mio fratellino, di otto mesi: un po’ una lettera d’amore nei confronti di un fratello nato da poco, un po’ una dedica a un ipotetico figlio, vista la differenza di età che abbiamo (18 anni). Poi in ‘Poeta Urbano’ ci sono sei produzioni di Fabio Musta, oltre a Danny The Cool, produttore della Machete, giovane come Nazo.

Soddisfatto del lavoro, quali sono stati finora i feedback che hai ricevuto?

Ho ricevuto molti complimenti per la scelta delle produzioni. E mi fa piacere, perché ‘Poeta Urbano’ è un passo di vita, oltre a un’occasione per rendere partecipi persone che stimo umanamente, prima che professionalmente. Mi chiedono perché non ho voluto molti featuring, e io dico perché volevo un disco mio. Avrei potuto avere più o meno tutti i featuring che desideravo, visto che il mi nome comincia a girare e ora ho una realtà come la Sony alle spalle. Ma ho deciso di mantenere per questo progetto un taglio street. Perché il disco è uno street album, il mio primo passo nella discografia che conta.

Come stai vivendo il grande salto?

Io questro cambiamento lo sto vivendo molto serenamente. Per il mio disco precedente, ‘Spiraglio di periferia‘, mi sono occupato personalmente delle produzioni, del marketing, del tour e della scrittura, ovviamente. Quindi tutto il lavoro che oggi in Sony mi fanno molte persone me lo sono fatto io. Adesso ovviamente si vedono tutte le differenze, nel modus operandi, nella capacità di penetrazione. Alcuni mi conoscevano già, ma ora abbiamo uno slancio in più per arrivare.

Che ti aspetti ora?

Con un po’ più di hype intorno, aspetto solo che alla gente piaccia l’album, che piaccia ai miei fan. Siamo contenti dei risultati e mi aspetto anche di stare un po’ più calmo con la testa nei prossimi mesi, anche se so che sarà un po’ impossibile. Poi ci sarà da scrivere il nuovo album. Dopo un”estate passata in giro tra serate e dj set, partiremo a novembre con il tour vero, quello ufficiale.

rocco hunt C’è un qualche collegamento tra ‘Poeta Urbano’, alcune atmosfere del disco e il rap degli anni Novanta, che spesso veniva elevato al rango di ‘poesia della strada‘?

Non so se c’è un legame, quello che so è che ho improntato tutti i miei lavori sulla poesia della strada, da ‘Spiraglio di periferia’ a questo. La copertina dell’album ha un particolare. Dietro alla mia figura c’è l’immagine di uno dei quartieri di Salerno che si chiama Q4. Sono quartieri abitati dopo il terremoto, case popolari che non hanno un nome, ma solo una sigla o un numero. Io sono della 104, che solo in un secondo momento è diventata una via. In ‘Spiraglio di periferia’ avevo alle spalle questi palazzi della 104, dove c’è la casa di mia nonna. In ‘Poeta Urbano’ ho quelli del Q4. Vorrei fare in modo che a ogni mio album, in copertina, ci sia un riferimento a un quartiere della mia città che non ha avuto modo di avere visibilità.

Che città è Salerno, vista con gli occhi di Rocco Hunt?

Salerno è cambiata, soprattutto negli ultimi due anni grazie a un nuovo sindaco. Non parlo di politica, anzi mi dichiaro piuttosto apolitico, ma credo che abbia avuto il merito fin qui di creare spazi, sbocchi per il lavoro, anche per mio padre, per esempio, rimasto per circa dieci anni disoccupato, con due figli a carico, lavoro. Musicalmente però sono cresciuto a Napoli. Ho lavorato con Nazo, con ‘Nto degli ex Co’ Sang, con Clementino. Con tutta gente che vivendo a Napoli ha potuto trasmettermi molto del loro modo di lavorare, il proprio approccio alla musica. Napoli ha dato una marcia in più al mio vivere la musica. Essere riconosciuto dall’esterno come rapper di Napoli e non di Salerno non mi turba affatto, anzi. Le influenze della musica napoletanea sono vivissime, il mio talento è un misto tra 70% Napoli e 30% Salerno. Ho un po’ eliminato il dialetto salernitano, ma solo perché mi sono trovato a lavorare con persone che hanno una cadenza marcatamente napoletana. Differenze sottili forse, ma che si sentono.

Come ci sei finito, giovanissimo, nell’arena hip hop?

La passione per hip hop è nata da fenomeni come i Co’ Sang, o Clementino. La mia favola è iniziata quando ho vinto una battle di freestyle nel 2007 e in giuria c’era proprio lui, Clementino. La sfida si chiamava True Milk e l’argomento era il pesce. Io ho fatto il pescivendolo praticamente per due anni, a Salerno ci chiamano i pesciaiuoli, quindi ero nel mio elemento e ho battuto Nazo in finale. Clementino sulla buona cucina è molto sensibile… Ci siamo incontrati di nuovo a Salerno, un paio di settimane più tardi, e lui mi ha proposto di fare qualcosa insieme. Io ovviamente ho subito accettato, anche se qualche suo amico cercava di dissuaderlo dal lavorare con un ragazzino…

Sei molto attivo sui social, e qualche tempo fa alcuni tuoi versi sono stati ripresi anche da Roberto Saviano. Sulla tua pagina Facebbok però sono apparsi molti commenti anche poco carini nei suoi confronti…

Da un po’ di anni il fattore Saviano è un po’ una patata bollente in Campania. Dal punto di vista umano, sono più che solidale con lui perché non è bello quello che sta vivendo, la situazione in cui si trova. E poi a volte la gente parla per ignoranza, non sa cosa accade o non sa come esprimersi. È una cosa che va detta ai ragazzi, certe figure come Saviano vanno apprezzate. Non ci si mette così in ballo solo per i soldi. Lui si è impegnato per il territorio e ha fatto cose importanti. Spero anch’io che un giorno la legalità possa vincere su tutto. Io anche grazie a lui ho imparato a cambiare il mio modo di agire, di lavorare.

In che modo?

Il mondo della musica a Napoli è un mondo sporco. Serate a nero, comunioni, battesimi, cose che mi hanno anche tentato, perché puoi guadagnare molto facendone più di una al giorno… Ma poi pensi: ‘Allora per cosa combattiamo? Per nulla?’ Credo che Saviano abbia fatto scaturire in me la voglia di fare uscire l’arte a prescindere del mercantilismo nella musica. In questo mi ha aiutato. Ho letto sia ‘Gomorra’ sia ‘Zero Zero Zero’. E, postando una mia canzone su Facebook, forse si è rivisto anche lui nelle mie parole.

Intervista di Marco Castrovinci

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