Giulia Mazzoni, giocando con i bottoni, tra tradizione e modernità

Giulia Mazzoni_foto di Alessio Pizzicannella_8_bAlla data di mercoledì 16 ottobre, in quel del Blue Note, Giulia Mazzoni si avvicina col sorriso e l’eccitazione di chi, passo dopo passo, vede ricomporsi davanti agli occhi quell’immagine di sé tanto sognata: una (giovane) donna, un pianoforte e un’idea di contemporaneità allargata a ui crede fortemente. A 24 anni, studente del Conservatorio Giuseppe verdi di Milano, Giulia ha vinto il Premio Ciampi per l’arrangiamento per pianoforte di “Quando il giorno tornerà” del cantautore livornese (trofeo che ritirerà il 26 ottobre al Teatro Goldoni di Livorno) ed è uscita a giugno con “Giocando con i bottoni”, disco che tra una lezione e l’altra sta portando in giro. Il 2 dicembre sarà al Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Chi è Giulia Mazzoni? Quali sono stati i passi che ti hanno portato a incidere un disco per solo piano?

Ho iniziato per caso, anche se non vengo da una famiglia di musicisti. Ero alle elementari quando mi sono innamorata del suono del pianoforte che sentivo arrivare da una delle aule della scuola. E allora ho voluto saperne sempre di più, mi piaceva molto lo strumento, e ogni volta che mi era possibile cercavo di giocarci un po’. Poi ho chiesto espressamente ai miei genitori di farmi studiare musica: ho cominciato un percorso in una scuola privata di Prato, la mia città, per poi iniziare a frequentare il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, dove sono tuttora. Studio composizione, mi sto perfezionando. Da sempre però, oltre allo studio, lavoro. Prima di questa esperienza per mantenermi gli studi lavoravo, facevo la cassiera-commessa in un supermercato.  E ho sempre fatto avanti e indietro tra Prato e Milano. Nel frattempo ho continuato a suonare in giro, a fare concerti. Fino a che qualcuno, e cioè il mio produttore esecutivo, (Bollettino Edizioni di Riccardo Vitanza: ndr), non ha apprezzato quello che facevo proponendomi di realizzare un disco. E io sono stata ben felice di farlo.

Avevi già abbastanza materiale tuo all’epoca?

Avevo un centinaio di brani da parte! Scrivo musica da sempre, ho sempre avuto questa capacità, o incapacità: scrivo di continuo, per cui avevo e ho tuttora tantissime musiche. Al produttore avevo proposto già questo progetto, frutto di una mia selezione preventiva. Quello che è finito su disco è il lavoro che ho presentato e che volevo incidere.

Come avete lavorato al disco partendo dalle tue composizione. Che lavoro avete fatto a livello di produzione?

La produzione artistica è stata comunque mia. Ho registrato in uno studio di via Mecenate, a Milano, ai New Blue Spirit Recording Studios delle Edizioni Ishtar. Con la supervisione di Emiliano Alborghetti, che ha fatto la parte dell’ingegnere del suono, curando la parte legata al timbro particolare del piano, con un’altrettanta particolare microfonatura. Un bel lavoro, etusiasmante.
Hai fatto anche qualche lavoro per il cinema, giusto? Hai collaborato, ad esempio con Marcello Becattini, il quale ha lavorato per le colonne sonore di Francesco Nuti

Mi è sempre piaciuta musica da film, da cui sono anche partita scrivendo per diversi cortometraggi indipendenti. E mi è sempre piaciuto comprre per immagini, cosa che vorrei continuare a fare anche in futuro.

Inoltre hai scritto anche uno spettacolo per il teatro…

Ho provato anche a fare questo, sì. Ho scritto le musiche per uno spettacolo teatrale, “Il viaggio: dialogo tra musica, pittura e parola”, di cui ho curato anche la regia e la parte dei dialoghi. Mi è sempre piaciuto scrivere e quando mi hanno proposto di realizzare questo progetto mi sono buttata. Ed è stato molto bello. Non mi sono tirata indietro e ho un bellissimo ricordo di questo spettacolo, fatto tre anni fa circa e messo in scena nel 2011.

Cosa studi al Conservatorio? Che si dice lì del tuo disco, che ha una scoperta vena pop?

Mah, sono appena uscita da una lezione in cui abbiamo ascoltato delle cose di Björk, dopo aver lavorato sul contrappunto e sui corali di Bach. Dell’islandese ci siamo divertiti ad analizzare le forme armoniche, anche se di lei, ovviamente, trovo interessante l’utilizzo della voce, il timbro e il livello sperimentazione che mette nei suoi brani. Personalmente amo anche i Sigur Rós. Ma riguardo alla mia musica la trovo contemporanea, nel vero senso della parola.

Anche se per musica contemporanea si intende spesso altro.

La musica contemporanea si divide in due correnti, quella legata a una ricerca tonale, e al di là della tonalità. Poi c’è un’altra corrente che è sfociata nel minimalismo e che ha incentrato la sua ricerca all’interno della tonalità, e cioè quello che sto facendo io. Mi interessa fare questo adesso, magari in futuro cambierò e mi metterò a scrivere, che so, musica dodecafonica. Adesso scrivo musica che definisco contemporanea nel senso che è musica dei nostri giorni, proprio a livello cronologico. Poi ha un tipo di linguaggio che lavora sì all’interno della tonalità ma che parte dal minimalimo, con criteri legati alla musica impressionista e romantica che arriva fino al pop. Mi muovo tra la tradizione e la modernità.

Giulia Mazzoni_foto di Alessio Pizzicannella_1_b
Quante volte hanno già accostato il tuo nome a quello di Giovanni Allevi?

Beh, non immagini quante. Ma credo fosse per certi versi inevitabile, e tra l’altro abbiamo avuto lo stesso insegnante di composizione: abbiamo alcuni punti in comune nella nostra storia musicale ma io sono io, lui è Allevi. Due persone diverse sia umanamente sia come musicisti. Non mi sento vicina a lui come compositrice semplicemente perché ho altri punti di riferimento, seguo altro compositori.

Al Blue Note suonerai un omaggio ai Daft Punk. Cioè?

Mi sono divertita a fare questo esperimento giocoso, unendo il “Valzer Op. 69 n. 1” (il “Valzer dell’addio”) Chopin, il mio compositore preferito, con “Get Lucky” dei Daft Punk. Tutto è nato da quella canzone, che non riuscivo a togliermi dalla testa. Così ho pensato: e se i tre si incontrassero? È un gioco alla fine che rappresenta quella che sono io, una ragazza di 24 anni che vive la musica anche come un divertimento. Sono sincera e non faccio qualcosa che non sono.

Hai appena vinto il Premio Ciampi per la migliore cover. Ci racconti?

Quella è una traccia registrata dopo l’uscita del mio disco, a giugno. Mentre l’arrangiamento di Ciampi l’ho fatto questa estate, mandandola alla commissione del premio a fine agosto. Ho partecipato così, scegliendo “Quando il giorno tornerà“, e partendo da una vecchia registrazione. Rifarla al pianoforte è stato un lavoro di riscoperta, e quando mi hanno detto che avevo vinto ho pensato fosse uno scherzo. Ma sono felicissima, visto che Ciampi era toscano come me. Un cantautore rivalutato tardi, che ha scritto grandi cose. Dei cantautori ascolto anche Tenco, De André. Ascolto tutto senza distinzioni.

Che farai quindi al Blue Note?

Proporrò i brani dell’album insieme a qualche omaggio, come quello a Michael Nyman, compositore che stimo molto, uno dei rappresentanti insieme a Philip Glass del minimalismo. Lo ritengo quindi un po’ un padre tra virgolette. Un grandissimo compositore. Amo le musiche di “Lezioni di Piano”, “Gattaca”, “Greenaway”. Sono bellissime. Farò qualcosa di suo, oltre al già citato esperimento Chopin vs Daft Punk. Per chiudere con un sorriso la serata.

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Foto: Alessio Pizzicanella

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