Jack DeJohnette: sticks and soul (l’intervista esclusiva di PlayMilano)

 

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Jack DeJohnette. Quattro semplici lettere il nome, dieci il cognome. Nato a Chicago 71 primavere fa. Nero, colto, elegante. Per chi ama il jazz uno dei quattro-cinque batteristi più amati di tutti i tempi. Dagli anni ’70 – epoca in cui terminò il suo sodalizio con un certo Miles Davis e iniziò quello fruttuoso oltre ogni immaginazione con la ECM Records e successivamente pure con Keith Jarrett – probabilmente il più amato (rispettato, venerato, ecc.) e basta. Per la lista delle sue mille e passa collaborazioni (da levare il fiato quella pubblicata sull’onnipresente Wikipedia…) basta digitare quelle quattordici lettere di cui scrivevamo prima su qualsiasi motore di ricerca. Per l’attualità siete invece capitati nel posto giusto. Dato che PlayMilano ha avuto l’onore di dialogare con colui che sa “far cantare” la sua batteria esattamente il giorno dopo la sua prima doppia-data (assieme ai compari Don Byron, George Colligan e Jerome Harris) nel tempio metropolitano e meneghino del Blue Note. Questo è quanto. Procediamo con le doverose presentazioni.

Posso chiamarla Jack oppure preferisce Mr. DeJohnette?

“Jack va benissimo, chiamami pure così.”

Come vuoi. Hai visto il match conclusivo delle World Series di baseball, stanotte? (N.B.: l’intervista si è svolta lo scorso 31 ottobre, subito dopo la vittoria finale dei Boston Red Sox contro i St.Louis Cardinals)

“No, niente baseball per me. Non sono un grande appassionato di sport, a meno che non si parli di boxe. Quella sì che mi piace seguirla! (sorride)”

Esibirti in Italia per te assume un gusto particolare oppure è solo un’altro concerto in agenda? Te lo chiedo perché questo è un Paese dove il jazz ha fondamenta saldissime, nonostante tutto il caos sociale e istituzionale (per non dire della cultura in affanno) che spesso ci ridicolizza all’estero…

“Beh, l’importante per me è suonare. Voglio solo comunicare vibrazioni positive girando il mondo con i miei vari progetti e, da questo punto di vista, non faccio differenze sostanziali tra nazione e nazione. Però aspetta, uno show italiano mi è rimasto di più nel cuore rispetto ad altri… Fu un concerto a La Scala di Milano che avvenne nei primi mesi del 2003, poco prima che George W. Bush decidesse di invadere l’Iraq. Ricordo una città invasa di bandiere della pace, una voglia tangibile che quell’imminente tragedia bellica non avvenisse mai. E invece…”

Ieri sera ho notato che, nel pieno di un assolo al clarinetto di Don Byron, hai riparato la tua batteria adoperando una striscia di scotch nero. C’era la pelle del rullante non fissata bene…

“Sì, ho avuto questo piccolo inconveniente tecnico. Nulla di grave, comunque.”

Ecco, lì mi sono detto: “Jack DeJohnette è rimasto un rookie nello spirito, uno che non se la tira”. Le leggende viventi di solito non si comportano così; si alzano spazientite, interrompono bruscamente lo show e mandano un tecnico a levargli le castagne dal fuoco…

“A me interessa solamente che la musica funzioni. Sul palco come all’interno di uno studio di registrazione. Tutto qui. La definizione di ‘leggenda vivente del jazz’ la lascio volentieri ai critici e a chi ama il mio modo di ‘far cantare’ la batteria. Ve ne sono grato, ovviamente, ma per me le cose viaggiano su di un altro livello. L’espressione sta alla base di tutto, non i complimenti o la frase fatta che leggi sui giornali.”

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Parliamo di musica registrata allora: soddisfatto che a marzo di quest’anno la ECM abbia pubblicato un prezioso box-set dedicato ai tuoi quattro dischi – incisi tra il 1979 e l’84 – assieme agli Special Edition?

“Yeah, è stato un bellissimo regalo per i miei settant’anni… (gli si illuminano gli occhi) Anche perché quegli album (per la precisione ‘Special Edition’, ‘Tin Can Alley’, ‘Inflation Blues’ e ‘Album Album’, Ndr) erano di difficile reperibilità da tempo e chi ama il ‘Jack batterista’ si sarà stupito ad ascoltarmi pure in veste di pianista, addetto ai synth e compositore delle varie musiche. Si tratta anche in questo caso – come ti dicevo prima – di ‘pura espressione’. Niente regole, solo musica che scaturisce dal profondo e si fonde magnificamente tra i suoi esecutori. Amo molto il periodo degli Special Edition…”

Se invece dovessi recensirmi sul momento ‘Somewhere’, l’ultima creazione dell’amato trio Keith Jarrett/Gary Peacock/Jack DeJohnette…?

“Mmh, è un disco che si evolve, cambia di minuto in minuto, un po’ come capita da sempre all’interno della nostra musica. Prendilo come un’esplorazione tra jazz e ricerca, non sai mai dove ti porta…”

Domanda impossibile: album preferito tra tutti quelli registrati assieme a Jarrett e Peacock?

“Ce ne sono tanti. I fan di solito citano ‘Tokyo ’96’ o ‘The Out-of-Towners’, ma a me piace tornare agli anni ’80, al feeling pazzesco di ‘Still Live’. Ma è impossibile fare classifiche.”

A livello di Standards Trio, tu, Jarrett e Peacock registrate e girate il mondo da circa trent’anni e il livello è sempre altissimo e oltremodo rigoroso nell’approccio alla materia musicale: qual è il segreto del vostro “matrimonio perfetto”?

“La stima e il rispetto reciproco. Suono con musicisti che mi propongono ad ogni occasione ‘fresh things’, cose fresche, e devo essere alla loro altezza. Cadere nel cliché è inammissibile. Sai, per noi che ci conosciamo a fondo da così tanti anni è più semplice di quel che sembra, difficile magari è spiegarlo agli estranei! (ride) Che poi, se ci pensi bene, si tratta dello stesso approccio qualitativo che adopero anche quando faccio musica per conto mio. Prendi il mio ultimo lavoro ‘Sound Travels’, ad esempio: è un attestato di questa filosofia. ”

Uscirà qualcosa di nuovo a nome Standards Trio nel 2014? Ci sono già dei concerti in programma?

“Non lo so, non è ancora stato pianificato nulla a parte lo show che terremo il prossimo 11 dicembre alla Carnegie Hall di New York per festeggiare il nostro trentesimo anniversario. Per quel che riguarda me, sarò on the road da febbraio ad aprile con lo Spring Quartet (Esperanza Spalding, Joe Lovano, Leo Genovese e me) e e poi forse l’estate prossima battezzerò un nuovo progetto-live, vediamo come si evolveranno le cose.”

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Di questi stupendi concerti tenuti assieme a Don Byron che cosa ne sarà?

“Per ora stiamo registrando tutte le date dal vivo, nessuna esclusa. L’amalgama tra di noi è ottima ma, pure in questo caso, non abbiamo ancora stabilito dei piani. Spero invece venga realizzato a breve l’album dal vivo dei Made in Chicago, alias la performance che è andata in scena lo scorso fine agosto nella mia città natale assieme a Muhal Richard AbramsLarry GrayRoscoe Mitchell e Henry Threadgill. E da lì magari riuscire ad organizzare altre date in compagnia di questi meravigliosi strumentisti, tutti provenienti dal Jazz Institute of Chicago.”

Suoneresti mai con qualche artista hip hop di assoluta qualità tipo Kanye West, Mos Def o i The Roots?

“Certo, perché no? L’importante è che loro si facciano avanti… (sorride) L’hip hop, nel corso degli anni, ha campionato tonnellate di vinili jazz dell’epoca d’oro e quindi non si tratterebbe di una collaborazione forzata. E poi, a dirtela tutta, io ho già lavorato con dei proto-rapper: il sassofonista Gary Thomas, ad esempio, è stato un componente degli Special Edition e lui è sempre stato favorevole a queste contaminazioni tra musica nera suonata e campionata.”

Come la vedi per le nuove generazioni? Ora – se dovesse emergere un nuovo DeJohnette o un nuovo Coltrane – sarebbe immensamente dura: mancano le case discografiche, i talent scout, le strutture, i soldi…

“Già, tutto sta cambiando troppo in fretta. In compenso il CD è morto e la gente sta riscoprendo il fascino del vinile: chissà, magari non tutto è perduto… (riflette) Sai, ci sono giovani al giorno d’oggi che amano la musica jazz esattamente come la amavo io ai tempi dell’AACM, l’Association for the Advancement of Creative Musicians di Chicago. Il nodo, se mai, è capire cosa accadrà in mezzo a tutto questo caos. E io, purtroppo, non ho le facoltà adatte per predire il futuro.”

Ultima domanda, Jack: ti manca mai Miles? (N.B.: De Johnette suonò con l’Uomo dal 1968 al ’72 piazzandoci dentro anche un bel ‘Bitches Brew’ e concerti epocali al Fillmore East di San Francisco)

“No.”

No?!

“No, perché Miles non è mai morto. Il suo spirito è sempre con me. Si trova qua attorno, nell’aria, a volte ci parliamo pure…”

E che vi dite?

“Che un’artista come Miles Davis non morirà mai. Uno che ha inciso ‘Kind of Blue’, ‘Sketches Of Spain’, ‘Bitches Brew’ e decine di altri capolavori non potrà mai sparire del tutto.”

Per avere ulteriori informazioni sulle mosse future di Jack DeJohnette vi rimandiamo al suo sito ufficiale. Qui invece trovate il calendario del Blue Note di Milano relativo ai mesi di novembre e dicembre. Last but not least, si ringrazia Cecilia Gatto per le belle foto realizzate durante l’intervista. E la presenza di Miles, ovviamente.

Per saperne di più su 'Sound Travels' clicca sulla copertina.
Per saperne di più su ‘Sound Travels’ clicca sulla copertina.

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