Kozminski. Musica per notti all’ombra dei lampioni

kozminski_orange«Non abbiamo per niente un’anima glamour, né alcuna voglia di esserlo, ci interessa solo cercare la nostra cifra stilistica» e trovare «quella musica che manca alle nostre orecchie». Una ricerca che per i cinque Kozminski parte da un certo post-rock di fine anni Novanta e se ne passeggia fino a quegli anni Sessanta che lasciano il loro sapore in molti testi ben scritti e negli arrangiamenti densi del loro nuovo disco Il primo giorno sulla Terra, prodotto da Amerigo Verardi, già attivo con Baustelle, Afterhours e Virginiana Miller. Registrato da Giuliano Dottori, voce e chitarra degli Amor Fou e da Andrea Mottadelli, l’album dei Kozminski uscito ieri per New Model Label sarà presentato questa sera all’Arci 75 Beat con uno showcase acustico nella loro Milano, una delle tante città che si incontrano sul fare della sera andando a ritroso nelle loro release, dall’album del 2009 che porta il loro nome, all’ep del 2007 che nel titolo mette a fuoco una piazza  della geografia urbana milanese, Bausan.

E accanto alla Milano di notte, compare un hotel perso nel nulla in provincia di Rieti e ancora Roma e Matera, città disseminate nei tre album dei Kozminski, con le loro strade, le piazze immerse nel buio e le tracce che le persone lasciano su di esse, città vissute o forse immaginate che sembrano tornare anche nelle parole che Italo Calvino nel suo libro Le città invisibili fa dire a Marco Polo: “Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

kozminski_persiane«Un discorso che rientra nelle nostre canzoni – spiega Federico Tonioni, che insieme a Luca Tavecchio è uno degli autori dei testi della band – La nostra non è una visione delle città in generale, non c’è nessuna immagine da cartolina, piuttosto la canzone diventa un momento in cui fermare le sensazioni che danno questi spazi metropolitani, raccontando in una canzone una semplice storia, come può fare Luca che è più narrativo nei suoi testi o concentrandosi su una scrittura per immagini come tendo a fare di più io. Poi parlando con la gente durante i live vengono a galla i diversi punti di vista sulle città, in cui anche chi ci ascolta si ritrova, non ci interessa dire che Milano è così o Roma in un altro modo, preferiamo che chiunque  trovi spazio per sé nelle nostre canzoni, scritte come le abbiamo sentite, senza cercare effetti speciali».

Questa volontà di stare lontano da colpi di scena e forzature nei testi ritorna anche nella musica, «nel primo disco in particolare emerge quasi un’ingenuità musicale – spiega Federico – sulla metà dei pezzi dell’ep non c’era neanche registrato il basso! Nel tempo quest’approccio per cui ci si cerca di concentrare sul cuore delle canzoni è rimasto intatto, anche se negli arrangiamenti le cose si sono evolute. Ultimamente ci capita di suonare tanto  in acustico anche se siamo molto elettrici, così a volte capita di arrangiare i pezzi in modo scarno, altre in maniera più corposa, mantenendo sempre però la fedeltà ai pezzi come sono nati» e che per il batterista Marco Fornara, «hanno origine principalmente da divagazioni e suggestioni, dato che la tendenza in sala prove è sempre stata quella di spaziare, anche se ora siamo più giudiziosi».

O quasi, visto che in studio Federico e Luca arrivano con i testi, «magari anche con una linea sonora definita, un punto di partenza melodico o un abbozzo che ha già dentro un’atmosfera – spiega Fabrizio Milanesi, piano e Rhodes della band -
 insieme poi cerchiamo di colorare l’atmosfera di quello che loro hanno tirato fuori, spesso ci divertiamo a partire da lì per esaltarla…o a volte demolirla in assoluto. Altre volte cominciamo a suonare qualcosa, poi si inizia a dire che questo ricorda quello, che un suono sembra preso da quel pezzo lì e allora diventiamo autofrustranti, perché di base cerchiamo sempre di fare qualcosa che non ricordi qualcun altro, speriamo di riuscirci». Questo non esclude il fatto di avere influenze esterne, come nel caso della traccia Grand Hotel Il Castello, «un rimando a Hotel California in versione nostrana cantata in italiano, sull’onda del modo di operare di Tarantino, che prende un genere, lo stravolge e lo attualizza – spiega Federico – Qui è la stessa cosa: si canta di un albergo che dopo i fasti passati rimane un luogo di fantasmi, come nel pezzo degli Eagles».
kozminski_terraOltre a quest’albergo sospeso in un tempo passato e annegato in un’estate da trascorrere senza neanche un condizionatore, nel disco dei Kozminski affiora la sporcizia del litorale e le sedie di plastica e la stagione calda che cala lontano del singolo Granularia, mentre il riff iniziale di Elliott, lascia scivolare delicato l’ascolto della canzone prima che l’architettura sonora si spalanchi e che nei testi sorga il sole. In tutta la scaletta dell’album notte, buio, ombra si attorcigliano, tendendo al mattino, forse arrivano a toccare l’alba, per poi tornare in orbita nel buio più assoluto sulla Luna, da cui si scorge lontana la Terra nella title track. «Un pezzo che è stato totalmente ribaltato rispetto all’originale durante il lavoro insieme ad Amerigo con cui per un anno ci siamo costantemente confrontati – spiega Marco – la sua produzione artistica è forte e presente, basta sentire qualche altro disco a cui ha lavorato». «Ci ha dato massima libertà nel processo accumulativo – continua Fabrizio – ma ha anche contribuito con suggestioni a cui non avevamo pensato: mi ha fatto registrare parti ex novo, come una parte di clarinetto che non esisteva in pre-produzione per la traccia Grand Hotel Il Castello. Nel suo lavoro è molto tranquillo, ma deciso e anche se magari non l’ha detto esplicitamente, è arrivato da noi sapendo già benissimo cosa voleva: c’erano molti strumenti e noi non abbiamo una line up classica, tutti suoniamo un sacco di cose, allora lui anziché lavorare per sottrazione ha scelto la via opposta, riuscendo a mantenere la nostra identità e valorizzandola grazie alla sua in un’operazione di grande onestà artistica. Ci sono pezzi dell’album come La Notte o Il primo giorno sulla Terra, in cui  con una miriade di inserti e di lavoro su ogni minimo dettaglio è riuscito a creare un paesaggio sonoro onirico perfetto». E anche su quel paesaggio ancora non è sorto il sole.

Serena Valietti

Kozminski. Il primo giorno sulla terra
Showcase di presentazione
Mercoledì 4 Dicembre 2013 ore 21
Arci 75 Beat, Via Privata Tirso, 3 – Milano
Ingresso libero con tessera Arci


I Kozminski sono:
Fabrizio Milanesi. Piano, Rhodes, melodica, clarinetto, voce 

Federico Tonioni. Voce, sintetizzatori, chitarra acustica, basso 

Luca Tavecchio. Voce, chitarra elettrica, chitarra acustica, basso 

Marco Fornara. Batteria e percussioni 

Raffaele Bocchetti. Chitarra elettrica, chitarra acustica, basso
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