Anagogia. Il mio rap è la mia vita, e ve la racconto con stile. L’intervista di PlayMilano

anagogia_1Anagogia. Chi segue e conosce le cose dell’hip hop di casa nostra sa già di che cosa si parla. Quelli che invece il rap italiano lo osservano da lontano, ancora con la curiosità (o con un senso più o meno manifesto di sazietà dopo le abbuffate di questi ultimi anni) di chi si trova davanti a un genere che – piaccia o meno – tira ancora come un carro di buoi, lo scoprirà molto presto. E tira al tal punto che anche la Warner ha deciso di fare il grande passo e allinearsi con le altre major, offrendo un contratto a Marco Maniezzi – 20 anni, da Cento, nel Ferrarese – uno che quando ha il microfono in mano e la lingua pronta a sciogliersi si fa chiamare, appunto, Anagogia. Marco è un talento, producer ed mc dal flow limpido, uscito definitivamente allo scoperto grazie a Mtv Spit, che ora sta covando il suo debutto in Warner, un disco già pronto che ha intitolato “Pillole”. Ma prima è deciso a pubblicare un altro ep, “Memento”, per riscaldare i motori in vista di un 2014 molto intenso. Intanto , il prossimo 20 dicembre aprirà il live al Leoncavallo dell’amico Ensi, Noyz Narcos e Fritz Da Cat. Noi di PlayMilano lo abbiamo intervistato.

Chi è Anagogia? Quali sono le tue origini, la tua idea e il tuo rapporto con la “cosa” rap? Come ti senti ora che tutto è pronto per il decollo, a Milano, lontano da casa?

Vengo da un paese che si può definire una frazione in una frazione, quindi nel momento in cui mi hanno preso da un posto minuscolo per mettermi al centro di una grande città come Milano, mi sono ritrovato un po’ spaesato. Però qui mi è stato detto: “guarda che quello che fai, lo fai bene”. Il mio rap in verità non è assolutamente nulla di così grande e complicato. È semplicemente la mia vita, e forse la cosa piace perché è raccontata magari con un minimo di stile. Sono molti quelli che si propongono di raccontare la loro vita, ma non piacciono perché probabilmente anche se la formula è giusta, non sanno racontarla al meglio. Un po’ come succede per le barzellette. Fanno ridere, ma dipende da chi le racconta.

In apertura di “Pillole”, il disco che pubblicherai a gennaio con Warner, hai messo una intro bella pesta con Dj Slait che a un certo punto dice: “Il mio singolo non passa in radio, che disdetta”. E pù avanti: “Il mio disco è autoprodotto/il tuo disco è un prodotto da mettere sotto collaudo”. Insomma, parti subito con proclami che sanno ancora di sommerso… Come ti stai approcciando alla tua nuova dimensione di artista major?

Sai, la major è un po’ vista da molti come la famiglia cattiva, soprattutto all’inzio, quando vieni dal basso. Ma ero certo che se avessi firmato quel contratto non sarebbe cambiato nulla della mia vita, perché sapevo che la major mi avrebbe preso senza cambiarmi. La mia scelta è dipesa da questo aspetto. Quand dico che il disco non passa in radio (anche se alla fine in radio ci vado), voglio dimostrare lo spirito con cui è stato scritto, e cioè come un album non major. Anche se poi è una major a pubblicarlo. Insomma, tratto tematiche che secondo me spaccano, nonostante sia con Warner.

Mi sembra però che tu però faccia proprio quello che ci si può aspettare, cioè giustificarti per la scelta che hai fatto. Ed è una cosa comunissima tra chi ha fatto il grande passo come te. Perché?

Il fatto della major l’ho presa come la prenderebbe chiunque al mondo, e cioè considerandola una grande opportunità. Il treno passa una volta sola, se non lo prendi resti lì dove sei. Io ho deciso di prenderlo semplicemente perché avevo vissuto talmente in pieno la realtà dove sono nato e cresciuto che a un certo punto mi sono detto: “qui non c’è più niente. Cosa c’è da scoprire o conquistare? Nulla, non c’è nulla da perdere da queste parti, perciò mi conviene spostarmi”. Vivo la paura dell’incognito mista a una grande attrazione.
So che una dei motivi che ti hanno convinto a sbarcare in Warner è stata la loro volontà di accettare in toto le cose che avevi già prodotto, senza cambiarle o snaturarle in qualche modo. È vero?

Certamente. Ho portato alla major un disco che era già chiuso. Aveva soltanto una qualità solo minore, ma era pronto. Sono stati modificati particolari o passi di testo che erano un po’ acerbi nello stile, anche perché dentro trovi cose che mi sono portato dietro per un sacco di tempo, da prima ancora di avere contatti con Warner o con Zeroundici Live (l’agenzia di management e booking che conta al suo interno Ensi, Raige, lo stesso Anagogia, Rise Beatbox e Dj Double S: ndr). Ci sono pezzi scritti ieri e altri scritti anni prima. Quelli più vecchi sono stati semplicemente rivisti seguendo il mood del disco.

Che hai affidato alle cure di Bassi Maestro. Com’è stato lavorare con lui? Che imput ti ha dato e che impronta ha lasciato sul tuo lavoro?

La Warner mi ha detto che avrei potuto riregistrare “Pillole”. Ho pensato: “bella, prendo lo studio più bello del mondo. Anche se poi magari può non essere sempre la cosa giusta da fare, perché se anche fosse il disco più bello del mondo, magari non ha bisogno di essere fatto nello studio più bello del mondo perché non ha bisogno di certe sonorità. Questo però è un disco di rap, che suona come un disco di rap deve suonare e che è abbastanza classico. Chi meglio di Bassi Maestro poteva dare alle mie cose il suono che più meritavano?

Lo conoscevi? Voglio dire, avevi già avuto contatti di lavoro con lui?

L’ho conosciuto così. Mi è stato molto vicino nella fase di registrazione e mixaggio del disco, anche perché è stato molto un affidargli le cose. Con me di fianco, in modo che venissero fatte bene ma come le volevo io. Non si è mai permesso di cambiare le cose, mi raccontava la sua visione su un determinato pezzo, ma alla fine si valutava insieme, provando, rifacendo. Insomma, lavorando insieme. Io avevo solo del materiale da limare, presentato con la faccia tosta di dire: “questo è il mio disco. Se vi sta bene, possiamo renderlo migliore, ma non trasformarlo in un’altra cosa“.

anagogiaSo che non sei uno a cui piace troppo parlare della scena, ma lavori per concentrare l’attenzione su di te e sulla tua musica.

Non parlo molto della scena rap perché in questo momento il rap è, forse, anche troppo sotto i riflettori. Quello che la gente dice, anche persone come me che fanno rap da poco tempo, è preso spesso per oro colato dai ragazzini che ci seguono. Non vorrei dire cose che in realtà non sono vere, perché anch’io ho ancora molto, moltissimo da imparare. Quindi parlo solo della mia musica, che invece posso dire di conoscere molto bene.

In un’intervista recente hai citato Rocco Hunt, un altro giovanissimo che ha sta lavorando con una major, la Sony. Senti di far parte di una nuova generazione? Esiste un confronto-scontro tra generazioni?

Sono entrato in un team come quello della Zeroundici, accerchiato da persone come Raige, che ha fatto un disco, “Tora-ki”, considerato un po’ una pietra miliare del rap italiano. O come Ensi, la cui credibilità non credo possa essere messa in dubbio. Io sono un po’ la nuova scuola che viene accettata dalla vecchia. Vengo rispettato da tutti e mi fa piacere, ma per me non è poi così strano. Molti dicono che la nuova scuola sta andando contro la vecchia. No, non credo sia così. Io le ho sempre portato il rispetto che merita, anche se certamente non potrò mai sentir dire da qualcuno della vecchia scuola che gli devo qualcosa. Rispetto tutto ciò che è stato fatto prima, ma non devo niente a nessuno. Rispetto sì, per chiunque. Che si chiami Kaos One o che sia il primo ragazzino che passa in strada e mi chiede cosa ne penso del rap italiano. Ma sono ancora più convinto che “vecchia” e “nuova” scuola sono distinzioni che non contano. Per me ha sempre contato solo la musica. La musica conta, non da dove vieni.

Prima di “Pillole” hai in cantiere un altro Ep…

Sì, si chiama “Memento” e usicrà subito prima del disco, a dicembre. Per il dopo “Pillole” ancora non ho nulla, ma mi metterò subito al lavoro. Sono giovane e sono appena arrivato. Non posso vedere la poltrona in fondo al corridoio, arrivare proprio lì vicino e decidere di sedermi. Prima devo un po’difendere il mio posto, poi forse potrò sedermi.

Non vivi l’ansia di dover pubblicare in continuazione materiale su materiale per non perdere il passo con quello che succede intorno a te, nella scena? Insomma, essere costretti a sfornare pezzi, metterli in download gratuito, fare mixtape, pezzi ufficiali, dischi con l’etichetta ecc.?

No, perché è una cosa che ho sempre fatto, a dire la verità. Per me il rap è uno sfogo. Ogni giorno, se ero felice, tornavo a casa e facevo un pezzo preso bene, o mi mettevo a lavorare su un bel beat. Se stavo male, al mio ritorno a casa mi sfogavo facendo un beat incazzato, preso male. Non ho mancato un giorno.

Come lavori quando costruisci i tuoi beat? Cosa ti cattura, cosa ti piace? Riesci a interpretare a fondo entrambi i ruoli, quello di beatmaker e mc?

Se devo fare un beat che suoni hip hop allora vado a prendere dei sample funky, soul, jazz perché richiamino quell’hip hop che amo, tutto cassa e rullante. Se invece devo lanciarmi in produzioni più elettroniche, dubstep o come ho fatto per “Sadico” di Salmo, parto proprio da zero, mi piace costruire tutto. E se un è beat costruito bene, con un producer che suona tutto, si sente.

Consideri l’aver dato a Salmo la base per “Sadico” una piccola svolta nella tua carriera?

Dal punto di vista musicale sicuramente sì. Ai tempi in cui non mi cagava nessuno sono entrato d’improvviso nel disco dell’artista del momento. Già da un po’ ero amico di Nitro, che abitava con i Machete a Milano. Un giorno gli stavo facendo sentire qualcosa con Salmo che se ne stava nella stanza accanto. Sentendo il beat di “Sadico” è venuto da noi a chiedere di chi fosse. Beh, era il mio.

Il 20 dicembre suonerai al Leoncavallo, qui a Milano. Che farai?

Suonerò in apertura e sicuramente porterò i due singoli del mio disco, che sono “Panic Room” e “Champions”. Per quella sera ho la fortuna di essere con Ensi, il che per me è la garanzia per fare un buon show. Poi proporrò qualcosa dal mio vecchio Ep “Identity” e qualche traccia di “Memento”, che forse sarà già fuori. Ma la scaletta ancora la sto preparando. Porterò con me il mio producer, Big Zilla, uno che viene dalle mie parti, lo stesso che ha prodotto “Champions” con Ensi. Ho sempre visto partire la gente nel rap con persone fidate, formarsi e formare persone che crescono insieme, senza togliere a ciascuno il proprio ruolo. E così vorrei fare anch’io.

Intervista di Marco Castrovinci

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