Auguri Paolo Fresu! Festa al Blue Note. Da Berchidda alla conquista del mondo

Paolo Fresu Quintet_bTrent’anni di storia comune. E un viaggio che non si è mai interrotto. Lo rivendica con orgoglio oggi, Paolo Fresu. Ora che da quel 1984, in cui la sua vita è scivolata dentro quella dei suoi compagni Roberto Cipelli, Attilio Zanchi, Ettore Fioravanti e Tino Tracanna, tanto è passato: tre volte dieci anni, e «un anniversario importantissimo» da onorare con un nuovo tour e, soprattutto, un nuovo disco, «¡30!», che è uscito il 10 marzo. Un album che per il Paolo Fresu Quintet «ci doveva essere», dopo «25 dischi pubblicati e un’intera carriera di concerti in giro per il mondo». Che oggi indossa il vestito elegante del Blue Note, Milano, e che domani avrà altri nomi e altre facce.

«¡30!» è sì un disco celebrativo, ma che più che guardarsi indietro, mira l’orizzonte davanti a sé. 
È un album spiazzante rispetto ai lavori del quintetto, perché c’è una struttura molteplice e brani scritti da tutti. «A emergere è la scrittura paritaria di cinque penne diverse, insieme a una serie di composizioni apparentemente lontane dalla nostra cifra stilistica, con elementi che riportano alla poliritmia africana e un utilizzo dell’elettronica come non avveniva per noi da tempo».

Fondamentale, ha detto altrove, è stato il mettere da parte il proprio ego.
«Credo che tutto stia lì, perché ancora prima della musica c’è la vita: stare in viaggio assieme, discutere, litigare, parlarsi, mettere davanti le proprie problematiche, i propri sogni. E quando si va in scena, si suona e lo si fa per costruire musica. Insieme. Se a contare fosse l’ego, probabilmente uscirebbe la parte meno nobile di noi».

Un grande ruolo qui è affidato ai silenzi.
«Il silenzio è parte fondamentale della musica, senza di esso non ci sarebbero la magia, lo spazio. In “¡30!” c’è anche un aspetto evocativo, emozionale, lirico, poetico. Tutte cose che hanno a che fare con il silenzio. Se manca lo spazio diventa difficile dire, perché si finisce per parlarsi addosso».

Il bel documentario “365: Paolo Fresu, un viaggio dentro la musica” descrive con efficacia la sua poetica. 
«Questa è la mia vita! Tutto arriva per me dalla terra. Vengo da una famiglia di contadini e di pastori, ho vissuto sempre la campagna, che è stata il mio luogo di crescita, di scoperta. Il mio apprendistato. Il documentario di Roberto Minini Meròt, che uscirà a breve, si apre con un paesaggio della campagna sarda, una valigia e una tromba. Perché la Sardegna è il posto da cui partire verso il mondo».
Marco Castrovinci
Intervista pubblicata su L’Unione Sarda di giovedì 6 marzo 2014
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