“Tracks”: una ragazza sfida il deserto australiano (e il proprio passato)

tracks“Ci sono veri segreti nel deserto […] Il deserto, essendo un luogo rifiutato, potrebbe ben essere l’ultimo avamposto della vita contro la non-vita. Il coyote, il serpente a sonagli, questi frammenti di vita messi a dura prova e allenati alla durezza, potrebbero finire per essere l’ultimo avamposto della vita contro la non-vita”. Questo scriveva il grande scrittore americano John Steinbeck all’inizio degli anni Sessanta  nel suo libro “In viaggio con Charley”. Poco dopo, Steinbeck avrebbe ottenuto il Nobel per la letteratura, nel 1962. Una manciata di righe, questa, che può spiegare con esattezza chirurgica il senso di “Tracks” di John Curran, in uscita nelle sale il 30 aprile, e i risvolti psicologici della protagonista, Robyn Davidson (interpretata da Mia Wasikowska), personaggio realmente esistito, capace di misurarsi con una titanica impresa che è poi la sostanza della storia.

Può una ragazza australiana wasp, nel 1977, decidere di abbandonare la famiglia, la città in cui viveva, ogni sicurezza psicologica e materiale per cimentarsi nell’attraversamento del deserto australiano, da Alice Springs a Uluru e da qui fino all’Oceano Indiano? Può una ragazza, in totale solitudine, percorrere 2.700 chilometri a piedi, in sola compagnia di tre cammelli e di un cane, accettando la sola visita, ogni tre settimane o più, di un fotografo del National Geographic, il cui compito è realizzare un reportage da consegnare al celebre mensile di viaggi, che avrebbe poi reso la Davidson un vero e proprio caso mediatico? La storia della “signora dei cammelli” comincia nel nulla ai confini del deserto, in un territorio difficile, arso dal sole, abitato da gente dura: qui giunge Robyn determinata a impratichirsi coi cammelli, per poi ottenerne tre e partire per il deserto. Il film di Curran si assume la responsabilità di condurre nell’ambiente ostico del deserto australiano lo spettatore per la durata di ben dure ore di film, scandendo i vari passaggi difficili, gli ostacoli, di una traversata che deve tenere conto delle insidie ambientali (la sete, gli attacchi ai cammelli da parte dei cammelli selvatici, i serpenti, il caldo atroce, la solitudine) e di quelle “sociali” (i turisti occidentali importuni e affamati di una foto e/o di un autografo, il rapporto difficile col fotografo del National Geographic che infrange la genuinità del viaggio, i rapporti con gli aborigeni, suscettibili alle antiche tradizioni e alle regole, da rispettare, del deserto).

La morale alla fine della traversata è ben prevedibile: la mèta reale era nel viaggio e  – come da citazione nel film – “i viaggi con i cammelli non iniziano né finiscono, piuttosto cambiano forma”. Cambiano forma in sé e cambiano forma spirituale e fisica di chi li fa. Ti cambiano dentro proprio perché, tornando a Steinbeck, il deserto ti mette di fronte allla tua stessa anima. Che è poi il senso dell’eremitaggio. Nulla di realmente nuovo, quindi, nella storia on the road e nelle suggestioni “filosofiche” del film di Curran. Certo, chi non comprende il “sogno desertico” della protagonista faticherà a comprendere il suo atteggiamento: l’indole “fricchettona”, l’asocialità di base, il suo comodo rifugiarsi (per ferite autobiografiche che emergono in alcuni flashback) nella compagnia degli animali piuttosto che nelle persone, il fuggire dai pensieri (degli altri) e dalle parole (proprie, e degli altri), l’esaltazione di sentimenti animalisti, il rispetto di ataviche regole sociali degli aborigeni  anche quando gli aborigeni non sono presenti (come quando Robyn si imbatte, affamata, in un canguro morto e non se ne ciba perché per gli aborigeni solo gli uomini possono macellare un animale: in Occidente una regola così machilista sarebbe satta combattuta dalla “fricchettona” in questione, che invece batte i tacchi ed esegue). Ma la determinazione e la forza d’animo della “signora dei cammelli” è comunque qualcosa che si guadagna rispetto, da parte del popolo che vive ai margini del deserto così come dello spettatore comodamente seduto nella poltrona della sala cinematografica.

Il pensiero del cinefilo, assistendo a “Tracks”, corre indubbiamente ai più svariati film a tematica “on the road”, il più aderente dei quali è sicuramente “Into The Wild”. Il rapporto tra uomo, animali e ambiente segue regole ben precise, dunque nulla di nuovo affiora, né nelle  tematiche, né nelle modailtà di narrazione. Il fascino intrinseco di “Tracks”, quindi, ci sembra risedere nell’osservazione registica di Curran: asciutta, mai sentimentale, aliena da ogni giudizio e pregiudizio positivo o negativo che sia.  Infine, nell’abilità nel montaggio, che rende le due ore “monotematiche” di quest’opera comunque agibili.

Ferruccio Gattuso

Tracks – Attraverso il deserto
Regia: John Curran
Cast: Mia Wasikowska, Adam Driver, Rainer Bock
Distribuzione:  Bim Distribuzione
Uscita nelle sale:  30 aprile
Voto: 7/10

 

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