“Locke”: Tom Hardy guida verso il proprio destino in un film gioiello

lockePresentato fuori concorso (quasi inspiegabilmente) all’ultimo Festival di Venezia, “Locke” è la seconda opera dello sceneggiatore-regista inglese Steven Knight dopo “Redemption – Identità nascoste” ed è, senza mezzi termini, un capolavoro. Atteso nelle sale il 30 aprile (e anche in questo caso bisogna parlare di una scelta commerciale abbastanza penalizzante), l’eccellente film interpretato da un magistrale Tom Hardy è un’occasione da non perdere. Se possibile, in lingua originale.

Che Knight ci sappia fare con la scrittura è assodato da titoli come “Piccoli affari sporchi” e “La promessa dell’assassino”, per cui si è guadagnato la Nomination Oscar. Che l’idea di “Locke” sia originale e –  prima ancora che potentemente cinematografica – teatrale, lo si intuisce dalla cornice della storia. Una vera sfida narrativa che pone un individuo al centro di una tempesta di eventi ed emozioni che lo raggiungono – lui, immobile – all’interno dell’abitacolo di un’automobile. Perché è lì dentro che Ivan Locke, uomo comune, onesto, affidabile padre di famiglia, ottimo professionista nel ruolo di capo cantiere, deve compiere una serie di telefonate che cambieranno la sua  vita per sempre. Alla vigilia di una importantissima colata di calcestruzzo da svariati milioni di dollari (un’operazione rischiosa alla base della costruzione di un grattacielo) l’uomo abbandona il campo e si tuffa, a bordo della sua auto, in autostrada, diretto verso Londra. Ad attenderlo laggiù, una donna che deve partorire. Che non è sua moglie. Locke deve, tenendo salde le mani sul volante e guidando verso un destino che si è scelto senza esitazioni, gestire la colata di calcestruzzo pilotando a distanza un collega sottoposto letteralmente terrorizzato dalla responsabilità (Andrew Scott, cui si devono i momenti di alleggerimento da commedia in quello che è a tutti gli effetti un dramma), affrontare la rabbia dei superiori che intendono licenziarlo, calmare la donna in sala parto che gli sta dando un figlio inaspettato, dichiarare alla propria moglie il tradimento consumato in una sola occasione, parlare coi figli che lo attendono per vedere una partita di calcio importante. Alla fine di questo viaggio, non è dato sapere cosa aspetta Ivan Locke.

Da questo habitat claustrofobico, sfruttando le possibilità tecnologiche di comunicazione contemporanea, Knight ci tiene incollati allo schermo per 85 minuti buoni: lo fa utilizzando non più di tre macchine da presa concentrate sull’unico protagonista (gli altri attori sono mere voci telefoniche), confidando nel volto di Tom Hardy. E la missione riesce perfettamente. Lo spettatore, telefonata dopo telefonata, delinea il profilo di Locke, ne comprende le ragioni e le scelte anche dolorose, identifica un uomo che sa assumersi le proprie responsabilità, e che senza esitazione – proprio come fa la sua automobile – tira diritto verso i propri doveri. Locke non farà come suo padre, che abbandonò casa e famiglia, a costo di perdere tutto – amore, famiglia, lavoro –, sarà al capezzale di quella donna che partorisce suo figlio, anche se per lei non prova nulla. E mentre un’operazione edile titanica dipende dalle sue scelte, mentre un grattacielo potrebbe, di fronte a un errore suo o dei suoi colleghi, essere destinato al crollo, così la sua vita potrebbe finire in macerie.  La cronaca  di questi ultimi tempi – nazionale e coreana – ci ha raccontato di uomini piccoli in fuga dalle proprie responsabilità, di uomini che “abbandonano la nave”: Ivan Locke è l’antitesi di queste figure, è un grande uomo qualunque che affronta lo scotto dei propri errori, che non si dà alla macchia. Il destino, per circostanze particolari, gli impedisce di guardare negli occhi tutti coloro che deve affrontare. Ha solo un telefono e la propria voce. Ma non si tira indietro. I comprimari della storia vivono letteralmente accanto a lui, e noi come spettatori li immaginiamo, ne intuiamo i volti, lo stupore, il dolore, le attese. Sul “set” le telefonate venivano realizzate veramente, per mantenere la genuinità del dialogo. Tom Hardy si affidava a un canovaccio di dialogo, mentre un “gobbo” davanti a lui gli suggeriva il percorso degli argomenti, così da poter improvvisare “jazzisticamente”. Soluzioni ardite ma efficaci, che trasformano il film di Steven Knight in un’autentica perla, qualcosa che – proprio perché “capolavoro” – lascerà il segno e genererà, ne siamo quasi certi, diversi “surrogati”. A dire il vero un altro film, godibile ma molto pù banale, sfruttava una situazione simile.

In  “Buried – Sepolto” (2010) dello spagnolo Rodrigo Cortés, qualche affinità drammaturgica è presente: Ryan Reyolds nei panni di un soldato si risvegliava all’interno di una bara (!) armato solo di un telefono cellulare per farsi identificare e salvare. Ma lo struggente fascino di “Locke” è che la situazione in cui il protagonista si trova è quotidiana e “normale”. Hardy è gigantesco nell’evocare ogni passaggio emotivo attraverso minimi scatti del volto, degli occhi, dei gesti. Le poche cadute di tono nella narrazione si possono legare ai “caricati” monologhi/dialoghi (ben tre…) del protagonista con il ricordo del padre detestato. Un film da vedere assolutamente, ma sul cui successo commerciale  al botteghino italico – affamato di banalità, film manieristici e commediole ebeti – non scommetteremmo.

Ferruccio Gattuso

Locke
Regia: Steven Knight
Cast: Tom Hardy, Ruth Wilson, Andrew Scott
Distribuzione:  Good Films
Uscita nelle sale:  30 aprile
Voto: 9/10

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