“Alabama Monroe”: musica bluegrass, dramma e melodramma nel “West” belga

alabama monroeMusica bluegrass, utopie geografiche e sentimentali, sogno americano e Belgio, dramma, melodramma e battaglie etiche tra convinzioni laiche e credo religioso. C’è molto, forse troppo, ma in fondo c’è la vita com’è e – considerata la storia – anche come non si vorrebbe fosse, nel film (nominato all’Oscar come miglior film straniero) del belga Felix Van Groeningen “Alabama Monroe” , in uscita nelle sale l’8 maggio.

Ambientata nella periferia rurale della cittadina fiamminga di Gand, il film è la storia di un incontro e di una deriva sentimentale sulle onde del dolore. Elise e Didier (Veerle Baetens e Johan Heldenbergh) si incontrano, ed è colpo di fulmine: lei lavora come tatuatrice in città, lui vive da “cowboy” in campagna, allevando bestiame e suonando il banjo in una formazione di musica “bluegrass” (per i profani basti dire che si tratta di un ramo “purista” e rigorosamente acustico del genere country). Lei ha una bella voce oltre che un bell’aspetto, e dunque entra nelle file della band come cantante: l’armonia che lega Elise e Didier  – lei incide sul proprio corpo i capitoli fondanti della propria vita, lui vive nel sogno di un’America musicale e “terrà delle opportunità” – dà vita a una figlia, Maybelle (Nell Cattrysse). Purtroppo, all’età di sei anni, la piccola viene colpita da un tumore, che non le dà speranze. Elise e Didier fanno quel che possono, seguono la piccola nel calvario delle cure, cercano di portarle il sorriso fino all’ultimo. Poi, giunge la morte. Il lutto devasta completamente l’unità della coppia: rimorsi e accuse reciproche ammorbano ogni secondo di vita insieme, Didier si rifugia in un rancoroso atteggiamento positivista che vede in qualsiasi convinzione religiosa contro l’uso delle staminali (una cura che potrebbe salvare molti malati di cancro) un complotto contro la sua felicità. L’America, in quegli anni retta da George W. Bush, non gli appare più come il mito che ha sempre adorato, e al contempo gli scontri con Elise, per sua natura vagamente religiosa e convinta in un’esistenza trascendente dopo la morte,  si fanno sempre più drammatici. Fino alla rottura.

Van Groenigen (che è anche sceneggiatore insieme a Carl Joos) costruisce un dramma intenso dalle premesse particolari, dove la musica bluegrass si fa commento esterno e al contempo attore in scena. La narrazione a flashback e ritorni al presente, però, appare troppo meccanica e prevedibile, così come l’innesto di alcune esecuzioni “live” musicali. Il tema della malattia terminale legato all’infanzia viene gestito dapprima in modo sobrio, progressivamente però cede a qualche sentimentalismo che lambisce il melodramma. Decisamente improbabile, infine, la lunga arringa laica e anti-religiosa che Didier  si permette di fare dal palco di un teatro, durante un concerto, senza che alcuno tra il pubblico (o tra i compagni di musica) reagisca. Un po’ infantile, inoltre, appare la scelta di “santificare” con la musica bluegrass ogni capitolo della vita dei due protagonisti: matrimoni e lutti hanno sempre e comunque come contorno la band country pronta a intonare canti armonizzati. Certe volte, pensiamo noi, il dolore non dovrebbe permetterci di pensare a come “corredare” delle nostre passioni terrene i dolorosi riti dell’addio. Ma tant’è. A nobilitare letteralmente il film, però, c’è la straordinaria interpretazione dei due protagonisti, perfetti nell’affiatamento così come nei propri “soli” (per restare a una terminologia musicale). Un film che forse è troppo generoso definire “una gemma indimenticabile” (come da Los Angeles Times), ma che certamente si staglia in questa primavera cinematografica di casa nostra.

Ferruccio Gattuso

Alabama Monroe
Regia: Felix Van Groeningen
Cast: Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse
Distribuzione:  Satine Film
Uscita nelle sale:  8 maggio
Voto: 7/10

 

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