“Jersey Boys”: Clint Eastwood porta su schermo il musical record di Broadway e West End

JERSEY BOYSCominciamo con il dire che questa sarà una recensione incompleta. Per una ragione fondamentale: non abbiamo visto , né a Broadway né nel West End londinese, la versione originale teatrale di questo musical che, da svariati anni sta macinando record al botteghino. “Jersey Boys” non si schioda dal palcoscenico, diverte le platee e le trasporta in quell’angolo di America fine anni ’50 quando tutto poteva sembrare preoccupante se si aprivano le pagine dei quotidiani (si era in piena Guerra Fredda….) ma, se ci si lasciava cullare dalle armonie che uscivano dai juke-box e ci si godeva il nuovo benessere di un’era ottimista ed economicamente florida,  i colori della classica “età dell’oro” erano ovunque. Gli anni di “Grease”, per capirci, quando i giovani cominciavano a realizzare di essere una potenza acquirente sul mercato, venivano coccolati dalle varie industrie di abbigliamento e, va da sé, della musica.

Non possiamo dire, tornando all’ammissione di cui sopra, se Clint Eastwood abbia mantenuto rigorosamente (come spesso richiedono gli autori di musical teatrali) la struttura drammaturgica della piéce da palcoscenico, o se abbia adattato, e dunque mutato, il tutto, magari inserendo parti narrative e dialogate. Giudicando dunque il film per quello che appare sullo schermo, ci duole dire che  – come ormai ci troviamo ad ammettere da qualche tempo  – Clint Eastwood non è più lo stesso. Sembra aver perso quel senso di asciutto realismo, di poeticità sobria e dalla schiena diritta che ce lo faceva ammirare come un discepolo di John Steinbeck in versione cinematografica. L’età sembra averlo fatto scivolare in una serena condizione di sentimentalismo, che però inficia le sue opere, trasformandole in storie senza reale tensione e pathos. Cartoline un po’ patinate nelle quali si muovono personaggi ai quali è difficile affezionarsi nel ruolo di spettatore (ed è naturale pensare a come Martin Scorsese avrebbe potuto illuminare di ben altri colori umani e caratteriali  la realtà italo-americana al centro della storia). Non si riesce a comprendere, inoltre, perché l’autore di “Bird” e di “Piano Blues” abbia provato un trasporto particolare verso il gradevole melodico pop anni ’50 dei Four Seasons, lo storico gruppo  che è poi protagonista di “Jersey Boys”.

La storia è presto detta, e parte proprio dal New Jersey, terra popolata da italo-americani, colorita umanità dove una stretta di mano è un patto siglato, dove i gangster mafiosi possono essere duri ma anche magnanimi, dove gli spaghetti non mancano mai a tavola e dove il Papa e Frank Sinatra sono due icone da appendere sopra il caminetto. Proprio qui cresce, tra furtarelli e un lavoretto da aiuto-barbiere, Francis Stephen Castelluccio (John Lloyd Young, lo stesso interprete della versione di Broadway). Il ragazzo ha una dote naturale: una  voce molto particolare, corredata di falsetto, che arriva al cuore. Soprattutto al cuore del potente boss Gyp De Carlo (Christopher Walken), che crede in lui e gli assicura un futuro da “nuovo Sinatra”. Frank, che poi si sceglierà il nome d’arte di Frankie Valli,  muove i primi passi musicali nella band dell’amico Tommy DeVito (Vincent Piazza), chitarrista e  furbacchione con la passione del gioco. Insieme al bassista Nick Massi (Michale Lomenda) e al tastierista e compositore Bob Gaudio (Erich Bergen) Valli darà vita ai i Four Seasons, band di culto della gioventù bianca americana tra la fine dei ’50 e la seconda metà dei ’60. Un mistero musicale, se si vuole: perché il successo di questa band nacque in modo naturale in un’epoca in cui il pop melodico e le pettinature imbrillantinate avevano un senso, per poi proseguire imperterrito  – sull’onda di successi stellari come “Sherry”, “Stay”, “Rag Doll”, “Walk Like A Man” –  fino al 1967, in piena era di pop e rock psichedelico, di capelloni, di Beatles e Rolling Stones. Tutt’altra roba, praticamente il futuro. I Four Seasons ebbero successivamente una fiammata a metà anni ’70 sulle note della pregevole hit  “December 1963 (Oh, What A Night)”. Valli riapparve, infine, da solo nel 1978 cantando la title-track del fortunatissimo musical “Grease” con John Travolta e Olivia Newton-John.

A Eastwood la cornice sociale e musicale serve per narrare, innanzitutto, la storia di un uomo – Frankie Valli – legato a saldi valori come la famiglia e l’amicizia, capace di sacrificare le proprie ricchezze, guadagnate nella prima fase della propria carriera, per saldare un debito non suo. Non altrettanto originale, invece, appare la parabola della nascita, crescita e morte della band, con le sue tradizionali alchimie che hanno a che fare con le iniziali passioni, le rivalità personali, le scelte di come gestire il successo.

Ferruccio Gattuso

Jersey Boys
Regia: Clint Eastwood
Cast: Christopher Walken, John Lloyd Young, Erich Bergen
Distribuzione:  Warner Bros. Pictures Italia
Uscita nelle sale:  18 giugno
Voto: 6/10

 

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