Xavier Dolan racconta il suo “Mommy” in uscita nelle sale

mommy intervistaXavier Dolan, classe 1989,  franco-canadese, cinque film all’attivo, un Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes (ex aequo con Jean-Luc Godard, il più giovane e il più anziano cineasta in concorso), outsider del cinema internazionale, narratore talentuoso di dinamiche famigliari estreme. E poi anche attore, sceneggiatore. Il regista di “Mommy”, originale dramma in uscita il 4 dicembre nelle sale, è passato da Milano per raccontare il suo film e il suo cinema.

Xavier Dolan, il suo paese – il Canada – ha candidato il suo “Mommy” alla corsa per gli Oscar come miglior film straniero: ne è rimasto stupito?
“Più che stupito, lusingato. Di sfide ne ho già attraversate, a Cannes ad esempio. Certo, Hollywood è una sfida diversa, che non può che rendermi felice”.

Capita di chiedersi se il cinema non abbia già detto tutto sul microcosmo famigliare: poi arriva un film come il suo…
“La famiglia, la figura materna e le relazioni tra madri e figli sono un pozzo senza fondo, un’ispirazione continua. Le figure che compongono una famiglia sono stereotipi immortali, ma nella vita reale ogni essere umano destinato a incarnare queste figure è unico e irripetibile. Sulla famiglia potrei fare due film all’anno fino al mio 85esimo compleanno. Le famiglie sono come le storie d’amore, tutto ciò che occorre è che siano diverse perché i personaggi che le animano sono diversi”.

La scelta finale della madre in “Mommy” fa discutere: lo spettatore potrà interpretare quest’atto come negativo o positivo…
“Dianne, nella storia, è pronta a tutto per tenersi il figlio, per dargli una chance di realizzazione esistenziale. Perde il lavoro, rischia la propria salute mentale. Non vedo nulla di crudele o di egoistico o di negativo in ciò che fa, né nella sua decisione finale. Posso arrivare anche a definire questa donna una madre-coraggio. Prende una decisione amara perché intuisce che Steve  non può proteggersi da sé stesso. Molte donne che hanno visto questo film hanno percepito la luce della positività nella storia. Io amo raccontare questo: che viviamo in un mondo senza speranza, nel quale però la gente non smette di sperare. Perché è l’unica chance che ci viene concessa”.

La musica ha un ruolo importante nella sua narrazione
“La musica per me è fonte di ispirazione. Con la fotografia e l’arte visiva, è la fonte principale di ispirazione. Solitamente non traggo ispirazione da altri film, perché il rischio naturale sarebbe poi quello di imitare. Un’ispirazione per un film, per una storia mi viene da un’immagine o da una canzone. Esattamente da una canzone udita in radio ho ricevuto l’ispirazione per la prima scena attorno alla quale ho costruito questo film, un brano di Ludovico Einaudi, intitolato ‘Experience’… Per lo più,  sono a favore dell’uso diegetico della musica: quando entra sullo schermo è perché i miei personaggi la mettono in onda, accendendo una radio, piazzando un cd nel lettore”.

Il cambio di formato video attuato nel suo film è una straordinaria intuizione, come è nata?
“Ho già giocato con i formati in passato. Il formato 1:1, molto simile al quadrato del social Instagram, mi sembrava non solo contemporaneo, ma anche strategico perché con esso volevo restare vicino agli occhi dei protagonisti, senza distrazioni per lo spettatore a destra e sinistra dello schermo. Volevo l’attenzione massima sugli esseri umani. Una completa aderenza ai personaggi”.

Il suo prossimo film  – “The Death And Life of John F. Donovan”, avrà nel cast una diva di Hollywood come Jessica Chastain: di cosa parlerà?
“Diciamo subito che Jessica Chastain avrà un ruolo non da protagonista, non sarà centrale ma sarà molto eccitante. Lei ha visto ‘Mommy’ a Cannes, le è piaciuto molto e mi ha contattato: ci siamo fatti una cordiale bevuta, ci siamo piaciuti come persone e ora, posso dirlo, siamo amici. Il film racconta la figura di un giovane attore che entra sulla scena cinematografica imponendosi come il nuovo Marlon Brando o il nuovo James Dean, insomma è la star che l’industria, la stampa e il mondo sembravano attendere. La scoperta di una sua relazione epistolare segreta con un ragazzino di 11 anni, un ragazzino che sogna di fare l’attore da grande, pone il divo in una luce sordida. Fioriscono ipotesi pruriginose, che portano a un drastico calo della sua carriera. É un film che non parla delle degenerazioni di Hollywood: piuttosto parla di quale potere abbiano i media nel condizionare divi, produttori, ogni cosa. La Chastain sarà una stupenda cattiva, 100% diabolica e senza sfumature. A molti critici e narratori piace mostrare qualche sfumatura nei personaggi malvagi, come a trovare una spiegazione perché essi siano tali. Questa mia Jessica Chastain sarà del tutto bastarda. Punto”.

C’è qualcosa di autobiografico nel suo cinema?
“Qualcosa di autobiografico c’è sempre. Il personaggio di Steve ha echi della mia infanzia. Lui cova una violenza continua. Quando ero piccolo anch’io avevo un lato distruttivo e violento: litigavo e mi picchiavo costantemente. Il cinema è il canale nel quale ho incanalato tutta la mia energia, forse anche la rabbia che ho per la società, o piuttosto per alcuni gruppi di persone che ostracizzano altre persone. I miei eroi si ribellano sempre, sono in costante scontro con una società di cosiddetti normali”.

Ferruccio Gattuso

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