“Jimmy’s Hall”: una pista da ballo rivoluzionaria nell’Irlanda degli anni “ruggenti”

Jimmys HallSi stava meglio quando si stava peggio. O perlomeno, quando si stava peggio i cuori pulsavano più forte. Resta questo il ben poco progressista motto di un autore  – Ken Loach – che paradossalmente si definirebbe progressista ma che, per ragioni di passione e militanza, si ritrova sempre e comunque con lo sguardo all’indietro.

Da veterano nostalgico e malinconico, il caro vecchio Ken tira un sospiro in omaggio ai “bei tempi” in cui i “padroni” e i “latifondisti” erano vere canaglie, i “lavoratori” avevano poco o niente e il potere religioso condizionava ogni secondo della vita delle famiglie e degli individui. Un’età del ferro per le ingiustizie perpetrate, ma un’età dell’oro perché, a fronte di quelle ingiustizie, si potevano sbandierare fedi politiche e  opinioni manichee senza che arrivasse quella guastafeste della Storia a dire che tali idee erano elementari, improduttive e soprattutto che la Rivoluzione è meglio che resti utopia: il ben più grigio riformismo, infatti,  fa meno danni e risolve molte più cose.

Ken Loach con “Jimmy’s Hall” – tratto da una piéce teatrale di Donal O’Kelly, qui adattata nella sceneggiatura di Paul Laverty,  in uscita nelle sale il 18 dicembre – non desiste dalle proprie passioni. E dunque eccoci qui, nell’Irlanda tra gli anni Venti e Trenta, contea di Leitrim, tra coline verdi di pioggia e vibrazioni umane da guerra civile. Il racconto si dipana in due momenti differenti. Un “prima” (1921) quando un giovane piacente e carismatico di idee socialiste, Jimmy Gralton (Barry Ward), da una baracca nei campi trae una sala da ballo. La Pearse-Connolly Hall, nelle intezioni di Gralton e dei suoi compagni, dovrebbe semplicemente essere un luogo di aggregazione, divertimento e cultura. Ci vuole ben poco perché lo spazio diventi meta di giovani assetati di novità, e un po’ di più perché il parroco locale, voce della Chiesa più conservatrice, veda in questo focolaio di libero pensiero e vitalità “promiscua” un pericolo da disinnescare. Le pressioni del potere locale si faranno sempre più violente, Jimmy sarà costretto a fuggire in America e la sala da ballo a chiudere. Il “dopo” della storia accade dieci anni più in là:  Jimmy torna a casa, in un’Irlanda che ha attraversato la guerra civile e che sopisce ogni fremito di inquietudine. In quel nulla passionale e culturale, il sogno, quasi involontariamente, riprende piede: sono i giovani del posto a chiederlo, e Jimmy non può che ascoltarli. Perché ascoltando loro, ascolta il proprio cuore.

Ken Loach serve al pubblico una storia nitida attraversata da una precisa linea immaginaria: i Buoni da una parte, i Cattivi dall’altra. Dove i primi appaiono, secondo il principio dei greci antichi, “kaloi kai agazoi”: la loro pulizia ideale traspare nell’aspetto. Mentre i villain assumono fattezze quasi caricaturali e stereotipate. Il grande regista della Reazione – Padre Sheridan (l’ottimo Jim Norton) – sembra l’unico,  a guadagnarsi i galloni di un certo carisma, essendo per lui previsto il ruolo di deus ex machina del Male.  La sceneggiatura di Laverty appare sinceramente troppo elementare, dando ai contorni della vicenda gli aspetti di una “fiaba”. E di fiaba moderna, in effetti, trattasi (qualcuno l’ha malignamente ma acutamente definita una versione autoriale e politica di “Footloose” e, se ci si pensa, è esattamente così): perché in effetti il manicheismo è una forma di infantilismo politico. Riportare la situazione dell’Irlanda anni Trenta al mondo occidentale contemporaneo, avventurandosi nel troppo facile accostamento tra Crisi del ’29 e crisi attuale – come avviene nel finale, attraverso una battuta del protagonista –  è una debolezza che perdoniamo, forse, solo al romantico Loach.

Ferruccio Gattuso

Jimmy’s Hall
Regia: Ken Loach
Cast: Barry Ward, Simone Kirby, Andrew Scott
Distribuzione: Bim distribuzione
Uscita nelle sale:  18 dicembre
Voto: 5/10

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