L’amore Bugiardo -Gone Girl”: un ottimo thriller cinico e pessimista firmato da David Fincher

gone girlNon sempre ci azzecca, David Fincher, ma se si dà uno sguardo alla sua filmografia, il saldo è decisamente in attivo per lui. E per il pubblico che si accomoda a vedere i suoi film. Non sarà dunque uno strazio come “Il curioso caso di Benjamin Button” o l’inutilità di “Millennium – Uomini che odiano le donne” che ci può far dimenticare cose egregie come “Seven”, “Fight Club”, “Zodiac”, finanche il buon “The Social Network”. “L’Amore Bugiardo-Gone Girl” – in uscita nelle sale il 18 dicembre – appartiene a questa categoria.

Fincher persevera a inquietarci con il suo sguardo disincantato sull’aridità dei rapporti umani, sulla solitudine dell’individuo, sulle ipocrisie di una società – soprattutto quella americana – dove il puritanesimo (anche laico, quello  del politicamente corretto e dei luoghi comuni usati come arme contundenti sui singoli) è una malattia cronica. La storia di “Gone Girl” è un perfetto capitolo di questa narrativa, un film che vibra sulle corde del dramma, della satira, a tratti pure della commedia e, come no, anche del thriller. Anzi, di un thriller di grande scuola, che guarda alla lectio magistralis di Hitchcock, prima di ogni cosa. Tratto dal romanzo di Gillian Flynn (qui anche sceneggiatrice), “L’Amore Bugiardo-Gone Girl” (perdonateci per l’uso della prima parte, italianamente tradizionalmente orribile, del titolo) è la storia, dipanata tra flashback e tempo presente, di cinque anni di matrimonio tra due individui unitisi con troppa fretta, sull’onda della passione,  incapaci di comprendere quanto fossero radicalmente diversi. A New York in occasione di un party, uno scrittore in crisi produttiva, originario del Missouri, Nick Dunne (Ben Affleck) , incontra colei che sembra essere la ragazza dei suoi sogni, Amy (Rosamund Pike). La ragazza è una notorietà letteraria, essendo l’ispirazione reale del personaggio “Amazing Amy”: prigioniera di questa icona adorata dai fan, e altrettanto prigioniera di una coppia di genitori che sfruttano senza remore questo successo mediatico, Amy è ricca ma insoddisfatta. Perlomeno finché non incontra l’uomo perfetto. Ma la vita ha in serbo dolorosi cambiamenti per i due giovani: difficoltà economiche, un trasferimento da New York nel Missouri, e, da questo declino materiale, un conseguente declino intimo tra i due. Ma è tutto vero ciò che viene narrato dai flashback, dalla voce fuori campo di Amy (eco di alcune pagine di diario da lei scritte)? Un giorno Amy scompare, letteralmente. La polizia trova tracce di sangue in casa, oltre a una serie di indizi che sembrano portare Nick al centro di un’accusa per omicidio. Nei 145 minuti di storia, indizi da police-story si intersecano a indizi famigliari: gli equilibri tra i due protagonisti mutano di continuo, piccole grandi verità affiorano. E lo spettatore non sa (perlomeno fino a metà film) se Nick sia colpevole o meno. Dopodiché, un’altra storia prende il via, scivolando in una spirale perfettamente hitchcockiana di soffocante paranoia e mostruosità (an)affettive.

Il pregio di Fincher è quello di maneggiare un thriller da un punto di vista raffinato, potremmo dire anche “colto” e sociologico, descrivendoci l’uso che i media fanno del caso  di apparente omicidio, di come gli stessi media mutino la stessa realtà e chiedano (intimino) ai suoi protagonisti di inscenare una parata (anche con clamorosi “auto da fè” pubblici), di assumere un comportamento e un linguaggio profondamente “veritieri”, più che veri. In “Gone Girl” non c’è solo una storia tinta di giallo, ma qualcosa di profondamente cinico e pessimista, che tinge di nero le prospettive di una società condizionata da un uso amorale dei media e dei social network. Si è anche parlato – al passaggio del film di Fincher al Festival di Roma (fuori concorso)  – di “misoginia”. Senza svelare troppo della storia, a noi sembra che questa supposta “misoginia” serva solo a smontare un suo contrario purtroppo invadente nel nostro contemporaneo, e cioè il “politicamente corretto”, e il conseguente uso di luoghi comuni e di ruoli predefiniti nelle “drammaturgie” confezionate dai media. Una, ad esempio, è quella del “femminicidio”, attinente alla trama di questo film: eletto scandalosamente a categoria a sé  (i casi di violenza mortale maschile sulle donne, numerosi nella cronaca) e a sua volte generatore di categorie ermeticamente inattaccabili, che fanno la felicità dei media che le cavalcano. Quando invece si dovrebbe solo ed esclusivamente parlare di individui, suddivisi in vittime e carnefici. Un ultima nota per i due protagonisti, entrambi perfetti: Affleck nella sua semplicità al sapor di provincia del Missouri, e la bellissima, affascinante e (qui) algida attrice britannica Rosamund Pike, perfetta “icona bionda alla Hitchcock”, in un ruolo che è stato vicino a rivali come Charlize Theron e Reese Whiterspoon.

Ferruccio Gattuso

L’amore bugiardo – Gone Girl
Regia: David Fincher
Cast: Rosamund Pike, Ben Affleck, Missi Pyle
Distribuzione:  20th Century Fox
Uscita nelle sale:  18 dicembre
Voto: 8/10

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