“St. Vincent”: Bill Murray padre acquisito e sgangherato… sulla via della santità

STV_111_DF-01398In tempi in cui si impongono formule burocratesi e politicamente corrette come “genitore 1 e genitore 2”, ecco spuntare una commedia agrodolce in cui un signore vecchio e cinico, e apparentemente cattivo ed egoista, si trasforma in un “padre acquisito” sgangherato ma necessario. Perché forse è meglio avere una figura paterna così, che non averla. Arriva nelle sale – dal 18 dicembre –  “St. Vincent” di Theodore Melfi (al suo esordio come regista di lungometraggio e sceneggiatore), storia anti-convenzionale nella realtà ma convenzionale se si parla di cinema. E pure un bel po’ furbastra in quanto a sentimentalismo (molto amata dal pubblico al Festival di Toronto), egregiamente presa per mano da un attore che non ha bisogno di presentazioni: Bill Murray.

É lui, l’insopportbaile Vincent, pensionato che  – per alcune profonde ferite famigliari – si è rinchiuso in se stesso e non si è più nemmeno sforzato di apparire minimamente ben disposto verso il prossimo. Per far capire a chi di cinema americano ne mastica con regolarità: una versione molto simile al Clint Eastwood di “Gran Torino”. Quando Maggie (Melissa McCarthy), madre single e incasinata nello sbarcare il lunario, si trasferisce a Brooklyn insieme al figlio dodicenne Oliver (Jaeden Lieberher), il vicino di villetta, guarda un po’, è proprio questo Scrooge contemporaneo. Trovato un lavoro in ospedale e dovendo seguire gli orari irregolari che ne conseguono, Maggie – disperata – affida il figlio a Vincent. Il problema è che Vincent ha una filosofia esistenziale tutta sua, pensa sempre a guadagnarci qualche dollaro, punta soldi sui cavalli, frequenta una prostituta originaria dell’Est Europa di nome Daka (Naomi Watts, in un’interpretazione kitsch, per lei inedita, che è tra le cose più riuscite del film) e non è che possa essere un esempio fulgido per il piccolo Oliver (e non pensate che il nome dickensiano sia coniato a caso…). E per quanto sia difficile crederlo, tra il Vecchio Babysitter Improvvisato e il Bambino nasce, giorno dopo giorno, un’alleanza e un’amicizia commovente. Oliver crescerà con qualche regola dura ma utile per sopravvivere nella vita, e Vincent si ammorbidirà.

Scritto con mestiere sentimentale, “St. Vincent”  esce con perfetto tempismo a ridosso del Natale, distribuendo buoni sentimenti che forse irriteranno lo spettatore più cinico (quello che a vedere il film ci andrà per la presenza di Bill Murray, per capirci), ma anche con una morale che, in fondo, è utile e persino – udite udite! – educativa. Senza contare che, con poca retorica, a fine film affiora una definizione di “santità” che è quella corretta (e molto meno laica di quanto si possa credere, anzi alquanto “ortodossa”…): i santi sono uomini e donne imperfetti che producono del bene al prossimo nei modi anche più contorti e imprevedibili. Perché lassù, a quanto pare, gli imperfetti godono di uno sguardo particolare.

Ferruccio Gattuso

St. Vincent
Regia: Theodore Melfi
Cast:  Bill Murray, Jaeden Lieberher, Naomi Watts
Distribuzione:  Eagle Pictures
Uscita nelle sale:  18 dicembre
Voto: 6,5/10

stvincent

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