“Exodus”: il Mosè di Ridley Scott dribbla la Storia e la Bibbia e punta allo spettacolo

exodusNon sappiamo se i comandamenti del kolossal storici siano dieci, come quelli più illustri, ma sicuramente uno di essi è: produrre spettacolo. Quanto a rispettare la Storia, bè, forse quella non è una priorità nemmeno nella lista. Perlomeno se si parla del buon vecchio Ridley Scott, uno che sa come confezionare splendide avventure da grande schermo, ma che poi è capace – come fece ne “Il Gladiatore” – di piazzare una scena improbabilissima come un discorso pubblico alla popolazione romana tenuto da una donna, al centro di un’arena gladiatora…

In “Exodus – Dei e Re” – in uscita nelle sale il 15 gennaio – Scott la prende ancora più liberamente. Maneggia i fatti biblici in assoluta leggerezza, tratteggia il personaggio di Mosé in modo molto personale, gioca tra Credo e interpretazione positivista con astuzia, e si lascia andare a imprecisioni storiche da far correre i brividi lungo la schiena. Un solo esempio per tutti? Nei primi minuti del film, il faraone Seti si vede ribattere con puntiglio da una sacerdotessa vaticinante attraverso le viscere degli animali. Nella realtà, la povera sacerdotessa, per quell’insolenza, sarebbe stata uccisa sul posto, e per due volte: in primo luogo, perché rispondere per le rime a un faraone non era nemmeno immaginabile; in secondo luogo, perché l’insolente era una donna.

Sorvolando su tutto ciò, lo spettacolo di “Exodus” regge, regala scene di grande impatto, e insomma può senza alcun dubbio divertire un pubblico mainstream in cerca di evasione. Ecco, forse sarebbe opportuno appendere cartelli all’entrata di ogni sala, recanti il messaggio: “Occhio, le cose andarono diversamente da così”. Tanto per evitare che la gente non si porti a casa, nella testa, una versione autodidatta e raffazzonata della Bibbia. La cornice della vicenda è nota ai più: Mosè è il sopravvissuto di un massacro di primogeniti neonati voluto decenni prima dal faraone, non sa di essere ebreo, è stato allevato dalla sorella di Seti, è un generale valoroso e saggio dell’esercito egiziano e contende al cugino Ramses, figlio di Seti, i favori dello zio/padre. Non esiste una vera rivalità, Mosé è fedele a Ramses ma Seti vede nel futuro patriarca un condottiero più affidabile dell’irruento figlio. Il destino  – attraverso il volere di Dio – porterà a uno sconvolgimento totale: Mosè scopre di essere ebreo, razza schiavizzata dagli egiziani (a proposito: gli ebrei mai costruirono le piramidi, come il film sembra suggerire), viene abbandonato nel deserto a morte certa, sopravvive, si rifà una vita con famiglia in un villaggio ebreo, riceve l’incarico dall’Altissimo di tornare da dove viene, prelevare tutto il suo popolo e portarlo nella Terra Promessa. Come convincere, però, il nuovo faraone Ramses (Seti nel frattempo è morto) a rinunciare alla mano d’opera ebrea? Risposta: con azioni terroristiche di guerriglia prima, e con l’aiuto terrificante di Dio dopo. Quale aiuto? Le sette piaghe d’Egitto, dai coccodrilli alle cavallette (capitolo spettacolare del film). Dopodiché, traversata del deserto, ripensamento di Ramses che insegue gli ebrei lasciati andare con l’intento di “non fare prigionieri”, infine episodio celeberrimo del Mar Rosso che si apre e si chiude salvando gli ebrei e annientando gli egiziani.

Scott mostra tutte queste vicende seguendo il doppio binario della sacralità biblica (i potenti segni divini, il dialogo tra Mosè e Dio rappresentato da un bambino che appare e scompare) e del realismo (ogni segno divino potrebbe avere una ragione naturale, e quelle di Mosé potrebbero essere visioni). Mosè appare un uomo catapultato in una missione più grande di lui piuttosto che un grande profeta predestinato: ma questa interpretazione, pur essendo errata in riferimento a Mosé, è comunque “molto ebraica”, poiché la Bibbia (ma anche il Nuovo Testamento) è piena di personaggi che vengono prescelti per un incarico molto più grande di loro, e quasi sembrano accettare controvoglia la missione. Personaggi che inciampano, dubitano, ragionano, si ribellano, infine capiscono. Così come i dialoghi pungenti tra Mosé e Dio sono perfetti figli della cultura ebraica, in cui l’Onnipotente è sovente raccontato come interlocutore, un Essere Supremo che non chiede una semplice sottomissione ai suoi prediletti.

Quanto alle performance attoriali, Christian Bale si cala nei panni di Mosé con una certa inerzia, Turturro è un Seti un po’ imbalsamato in un ruolo sonnacchioso e vagamente ridicolo, Joel Edgerton non ha nulla della violenza innata dello Yul Brynner/Ramses ne “I Dieci Comandamenti” di Cecil B. DeMille, Sigourney Weaver si guadagna pochi minuti all’interno del kolossal come improbabilissima Tuya, moglie di Seti, Ben Kingsley nei panni del saggio ebreo Nun echeggia, a  cavallo dei millenni, qualcosa dello Stern di “Schindler’s List”: nelle alte sfere della produzione hollywoodiana, se si deve pensare a un attore adatto al ruolo del “buon ebreo”, ormai si pensa a lui.

Ferruccio Gattuso

Exodus Dei e Re
Regia: Ridley Scott
Cast:  Christian Bale, Joel Edgerton, John Turturro
Distribuzione:  20th Century Fox
Uscita nelle sale:  15 gennaio
Voto: 6/10

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