“Selma”: Martin Luther King e la marcia del coraggio

SelmaMolti si aspettavano una messe di Nomination Oscar da parte di “Selma” di Ava DuVernay, in uscita nelle sale italiane il 12 febbraio. Così non è stato: il film sulla storica marcia per i diritti civili organizzata da Martin Luther King ha raccolto “solo” la possibilità di correre come miglior film e come migliore canzone originale, la “Glory” cantata da John Legend.

Insomma, non tutti gli anni ci può essere un “12 anni schiavo” e smettano pure di alzare il sopracciglio i vittimisti che l’hanno buttata, ridicolmente, sul razzismo. “Selma – La strada per la libertà” è un film convenzionale, diretto in modo poco coraggioso, dalla narrazione compressa tra quadri intimistici e fastidiosa enfasi, con ricorsi banali al “ralenti” nelle scene di violenza subita dai neri, con una carrellata di personaggi negativi dipinti in modo stereotipato e a tratti caricaturale, dal popolino becero razzista dei bianchi brutti e cattivi (si può anche essere belli e cattivi, Ms DuVernay…) al governatore dell’Alabama Wallace (a che serve arruolare un talento come Tim Roth per poi commissionargli un ruolo da politicante ghignante?) al mitico, obliquo capo dell’FBI Hoover (Dylan Baker) . È un film che, come spesso accade quando si devono maneggiare personaggi-icona del nostro contemporaneo o comunque legati alla lotta per la libertà, confeziona eroi cartolineschi e impagliati con la materia retorica delle proprie enunciazioni. Così, dopo la melassa del Mandela di Eastwood in “Invictus”, la retorica dell’Aung San Su Ki di Besson in “The Lady”, ecco servito il Martin Luther King della DuVernay, interpretato dal buon David Oyelowo. Accanto all’icona spicca  una folta umanità di volti minori, che  finiscono per essere altrettanto protagonisti (tra gli interpreti, l’onnipresente Oprah Winfrey, che – come giornalista o attrice –  benedice con le sue parole o col suo volto ogni film-manifesto della stagione obamiana) nella storica marcia che, dalla cittadina di Selma alla capitale Montgomery in Alabama, costituì un capitolo fondamentale per la lotta per i diritti dei neri negli Stati Uniti.

La marcia di Selma, nel 1965, si sviluppò in tre tentativi, macchiati dal sangue di martiri neri e bianchi: fu una sfida e un sacrificio “programmati” con sapienza mediatica e coraggio da King e dai suoi collaboratori. Per ottenere un reale diritto di voto in America, per produrre pressioni sulla Casa Bianca (sul presidente Lyndon Johnson, peraltro non avverso a King, interpretato dall’ottimo Tom Wilkinson) e per mostrare all’opinione pubblica americana il livello di violenza, fisica e psicologica, che il potere locale nel Sud del paese attuava sui cittadini neri. Il film della DuVernay alterna i momenti “pubblici” della marcia di Selma a quelli privati della vita di King, pastore protestante sempre in missione lontano dalla famiglia (poco presente coi figli, e anche infedele nei confronti della moglie, come si accenna in una scena). Risolve troppo velocemente il ruolo di alcuni personaggi storici (ad esempio,  Malcom X). Sceglie una narrazione incapace di scaldare ed emozionare realmente lo spettatore (i brividi scorrono veramente solo alle immagini di repertorio della vera marcia di Selma, nel finale). E come altri titoli  fioccati durante la stagione obamiana – pensiamo a “The Help”, “The Butler”, quest’ultimo diretto proprio da quel Lee Daniels che rifiutò la regia di “Selma”, e infine “12 anni schiavo” – non riesce a scrollarsi di dosso quella sensazione di essere un ossequio al presidente di turno e al fatto che, finché c’è lui, tutto il suo mondo di riferimento (gli amici come Oprah…) è come investito da un diritto divino alla sovraesposizione. Senza nulla togliere allì’importanza degli eventi narrati, tanto più che ricorre il 50esimo della marcia di Selma. Insomma, Hollywood si è sempre giulivamente zerbinata di fronte ai presidenti di parte democratica, ma con Barack Obama si sono toccate vette da record. La narrazione più riuscita di “Selma”, a nostro avviso, resta quella delle dinamiche politiche che videro coinvolto il presidente Johnson (molto più disposto verso King di quanto non voglia far credere il film della DuVernay), stretto tra esigenze tattiche di politica nel palazzo del potere, e sincera volontà di non intralciare il giusto corso della storia e la lotta democratica dei neri. Infine, un plauso alla colonna sonora (ottima musica nera, ovviamente), anche se in questa categoria la Nomination è mancata.

Ferruccio Gattuso

Selma – La strada per la libertà
Regia:  Ava DuVernay
Cast: David Oyelowo, Tim Roth, Cuba Gooding Jr.
Distribuzione:  Notorious Pictures
Uscita nelle sale:  12 febbraio
Voto: 6/10

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