“Whiplash”: musica e fanatismo nel film di Damien Chazell

Whiplash-5547.cr2Incensato al Sundance di un anno fa, candidato a ben cinque statuette dell’Academy (miglior film, migliore sceneggiatura non originale, migliore attore non protagonista per J.K. Simmons già vincitore in questa categoria ai recenti Golden Globe, miglior montaggio e miglior suono), “Whiplash” di Damien Chazelle è in arrivo nelle sale il 12 febbraio.

Un film dedicato completamente al tema della musica (in particolar modo del jazz, in particolar modo della batteria) e delle sue ossessioni totalizzanti, questo del regista trentenne franco-americano, originario del Rhode Island, ex batterista deluso, convertitosi  – a quanto pare a buon ragione –  dalla seconda alla settima arte.  “Whiplash”  (letteralmente: colpo di frusta) –  titolo prelevato dal brano standard jazz del sassofonista Hank Levy   –  ha raccolto favori in tutto il mondo, e dunque può benissimo fare a meno di trovarli in queste nostre righe. A nostro avviso la storia raccontata da Chazell accusa troppi difetti per essere quel capolavoro che si vuol far passare. Ancora più imperdonabile è il fatto che Chazell ha voluto, con “Whiplash”, raccontare una storia dal sapore autobiografico, avendo lui studiato musica e batteria e avendo, come il protagonista del film, sognato di diventare un virtuoso dei tamburi.

Proprio perché ha studiato musica  e ha suonato la batteria, Chazell non può trasformare in qualcosa di inverosimile ed enfatico, con tratti da addestramento alla “Full Metal Jacket” e scene da “grand guignol” (passateci la voluta esagerazione), l’esperienza di uno studente – Andrew (Miles Teller) – determinato a diventare il “nuovo Charlie Parker” (che, come tutti sanno, era un sassofonista, ma il paragone ricorrente nel film  serve a significare “il più grande di tutti”). Si può solo sorridere ad assistere al rapporto maniacale e al sapor di Marines tra il durissimo, violento, irrispettoso e angariante professore Fletcher (J.K. Simmons, conosciuto dal grande pubblico per aver vestito i panni di J.J. Jameson nella saga di “Spiderman”)  e il giovane batterista diciannovenne, portato all’interno della big band del prestigioso (immaginario) conservatorio musicale Shaffer di New York. Si può solo sorridere vedendo Andrew sfidare il metronomo per imparare il tempo swing a velocità disumane, sanguinando litri di sangue sul rullante e sui piatti: ben inteso, lo studio con le bacchette impone sacrifici, piaghe sulle mani, anche un po’ di sangue, ma la rappresentazione ipertrofica di “Whiplash”, se non conducesse nel sofisticato mondo del jazz e fosse ambientata in una caserma o in una palestra sportiva (territori più “popolari” ampiamente rodati dal cinema Usa), avrebbe raccolto solo sbadigli, per la reiterazione – tra l’altro, in una trama maniacalmente ripetitiva – dei luoghi letterari affrontati: il “sergente di ferro”, la “recluta”, le “prove di sopravvivenza”. A motivare lo studente all’estremo sacrificio è poi la propria biografia: abbandonato dalla madre, Andrew è rimasto col padre, un romanziere mancato che ha ripiegato sull’insegnamento al liceo. Per questo motivo, sostiene a un certo momento il giovane protagonista, è meglio seguire la parabola di Charlie Parker: morire giovane a causa di alcol e droghe, ma restare eterno per la gloria musicale, che arrivare a 90 anni da signor nessuno.

Più interessante, invece, il tema dell’approccio totalizzante e ossessivo alla musica, quel sentimento che effettivamente si impossessa di molti musicisti, soprattutto nel jazz e nella classica. Quello, per capirci, che spinge Andrew  – un personaggio decisamente realistico, a tratti sgradevole (per lui la musica non è mai gioia, è solo guerra con sé stesso e con gli altri)  – a rinunciare a qualsiasi storia sentimentale per dedicarsi alla scalata del ritmo. Un altro piccolo grande tradimento (o furbata, se la volete chiamare così) è quello della rappresentazione del mondo musicale: il film propone alcune scene assolutamente irrealistiche (un esempio: la “sfida” finale sul palco tra professore e studente), nonché piccole e grandi imprecisioni (che chi ha studiato musica è in grado di afferrare). La furbata dunque è questa: quella di lisciare il pelo al pubblico non esperto di musica, convincendolo illudendolo) di averlo portato nel cuore dei segreti del jazz e di avergli fatto comprendere questo mondo. A nostro parere, dunque, “Whiplash” è un film che, per come narra ciò che narra, non convince. Di contro, di pregio appaiono il montaggio a flash impressionistici e la fotografia calda come il suono degli strumenti acustici impiegati sulla scena: due elementi che concedono alla pellicola una firma originale e dal sapore “indie”.

Ferruccio Gattuso

Whiplash
Regia:  Damien Chazell
Cast: Andrew Miles Teller, J.K. Simmons, Paul Reiser
Distribuzione:  Warner Bros. Pictures Italia
Uscita nelle sale:  12 febbraio
Voto: 5/10

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