“L’Ultimo Lupo”: Jean-Jacques Annaud racconta una parabola ecologista in terra mongola

Ultimo lupoL’ennesima parabola ecologica e anti-modernista approda sullo schermo con “L’Ultimo Lupo” di Jean-Jacques Annaud, film in cartellone al Bif&st pugliese, in uscita il 26 marzo nelle sale. Il regista francese già autore de “L’Orso”, nonché cine-guru dell’osservazione da vicino del mondo animale, torna sul tema ambientalista. Lo fa ispirandosi al romanzo “Il totem del lupo”  di Jiang Rong (edizione Mondadori), che in Cina insidiò la popolarità del “Libretto Rosso” di Mao.

Siamo in Mongolia, periferia dell’Impero (quello comunista cinese) durante la Rivoluzione Culturale: sterminate vallate ricoperte di erba, nomadi e pastori, cavalli, neve e ghiaccio letali d’inverno e tanti, tanti lupi. Il lupo è una sorta di divinità: temuto ma anche venerato, per la sua abilità predatoria così come per il suo essere simbolo di libertà. Il giovane studente di Pechino Chen Zhen giunge in Mongolia per istruire le tribuù nomadi analfabete della zona. Il contatto con un mondo radicalmente diverso da quello metropolitano in cui è nato e cresciuto, lo cambia per sempre: il giovane si fa abbracciare dalla nuova vita, e subisce il fascino per i lupi. Nella steppa mongola, Chen Zhen trova un giorno un cucciolo di lupo e decide di allevarlo in segreto. Lo fa per studiare il segreto recondito dell’animale ma, senza volerlo, diventa anche colui che salverà uno degli ultimi esemplari sopravvissuti a uno stermino incessante. I nomadi, che temono i lupi, li uccidono immolandoli alla propria divinità quando riescono a trovarli cuccioli. Le stesse autorità comuniste – che vogliono trarre dalla steppa campi fertili e pascoli utili al procacciamento di cibo per una popolazione affamata (dalle stesse carestie imposte dalle politiche di collettivizzazione e di industrializzazione di Mao)  – procedono allo stermino “militare” dei lupi. Ma uccidere i lupi significa stravolgere l’ecosistema del luogo.

Il plot de “L’Ultimo Lupo” è tutto qui. Il film di Annud si rivela dunque qualcosa di già visto dal punto di vista narrativo (il tema della natura incontaminata, dell’ultimo esemplare, della modernità industriale che corrompe l’equilibrio naturale sono il mantra di tanti film ambientalisti), ma colpisce l’occhio dello spettatore attraverso immagini stupefacenti  dell’habitat naturale mongolo. Spazi immensi, giochi di luce e di vento, la forza della Natura, scene che restano impresse nella memoria (sublime quella del grande cimitero di cavalli rimasti congelati durante una fuga su un lago ghiacciato), riprese  dall’alto mirabili (la produzione è ricorsa ai droni: “Le riprese aeree o da elicottero avrebbero fatto muovere troppo la neve e avrebbero prodotto troppo rumiore, oltre che terrorizzato gli animali”, Annuad dixt), una fotografia che non è possibile definire meno che pregevole (di Jean Marie Dreujou): tutto questo rende “L’Ultimo Lupo” è un’esperienza cinematografica da vivere, però, rigorosamente al cinema. Un film di questo tipo non ha senso a casa, nemmeno ricorrendo  al più grande schermo casalingo. Evidente, inbfine, la metafora del lupo, animale simbolo di libertà selvaggia, compeltamente alieno – e  dunque destinato all’esitinzione – non solo perché sotto attacco della mdoernità, ma perché è l’esatta antitesi del lviellamento sociale e della pianificazione e del controllo di massa rappresentato dal comunismo e dalla sua derivazione più frustrante nei confronti dell’individuo, la Rivoluzione Culturale imposta da Mao nel 1967.

Ferruccio Gattuso

L’Ultimo Lupo
Regia: Jean-Jacques Annaud
Cast: Shaofeng Feng, Shwaun Dou, Ankhnyam Ragchaa
Distribuzione:  Notorious Pictures
Uscita nelle sale:  26 marzo
Voto: 6,5/10

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