“Mia Madre”: Nanni Moretti riflette sulla perdita (di affetti e certezze)

MIA MADRE_FTG 47 correttaDopo il profetico “Habemus Papam”, che già aveva a che fare con il tema della stanchezza e di una silenziosa malinconia, Nanni Moretti realizza un film – “Mia Madre”, nelle sale dal 16 aprile – con cui accantona qualsiasi narcisismo. E –  con esso – le ben note, non sempre antipatiche (anzi spesso intriganti), sicumere del passato.

“Mia Madre” è un film sull’interiorizzazione della perdita: di un genitore (mentre ancora è in vita ma ha imboccato il clinico viale del tramonto) così come delle proprie certezze. Un film fortemente autobiografico, quindi, se si pensa che il regista romano perse la madre Agata, professoressa di lettere al ginnasio, proprio durante i lavori finali di “Habemus Papam”. Il motore della vicenda  in “Mia Madre” è infatti la malattia definitiva di una professoressa liceale di latino (Giulia Lazzarini, una vita da attrice teatrale), madre di due fratelli in età matura, la regista Margherita (Margherita Buy, al terzo film con Moretti dopo “Il Caimano” e “Habemus Papam”) e Giovanni (Moretti). Il secondo, un ingegnere, sembra più conscio della situazione e decide di mettersi in aspettativa sul lavoro, fiaccato da questo doloroso passaggio di vita; la prima, nel bel mezzo delle riprese di un film sulla crisi del lavoro, sembra escludere la sola possibilità che la madre possa morire, ne vive il declino con ansia e disperazione, al contempo deve gestire un indisciplinato attore americano sul set (John Turturro), una figlia tredicenne che ha qualche problema a scuola proprio col latino (Beatrice Mancini), un ex marito (Stefano Abbati) e un amante (Enrico Ianniello) col quale ha chiuso da poco una relazione.

Attraverso questa situazione di vita individuale e famigliare semplice e paradigmatica, Moretti utilizza la Buy (forse nella sua migliore interpretazione in carriera, abilmente diretta dal regista romano che le cuce addosso una personalità ansiosa ma dalle nevrosi mai macchiettistiche) per guardarsi allo specchio. Non vi è solo mestizia e dolore, in “Mia Madre”: si ride, e anche molto, in alcuni passaggi di commedia che, però, questa la novità, sono tutti gravitanti sul personaggio di Margherita: nei suoi tic di regista sul set, nel suo riflettere sull’opposizione tra vita reale e la grottesca realtà deformata del cinema. Moretti, nella parte di Giovanni, si mantiene in un ruolo a tal punto defilato (“memorabile” la sua prima apparizione in una scena di ospedale, ai margini dello schermo, senza il minimo suggerimento di una “entrata in scena”) da sembrare quasi non necessario alla storia. Con “Mia Madre” il regista romano propone un intimismo sincero, che ruota intorno al senso della perdita e della morte (non del lutto, che era centrale ne “La stanza del figlio”), offrendo momenti di vero struggimento e commozione (un solo esempio: quando Margherita si innervosisce con la madre constatando che non riesce a fare nemmeno tre passi  lontano dal letto d’ospedale) ma mai scivolando nella retorica. Anzi, quest’ultima – nella sua forma più superficiale e banale degli striscioni  “pubblici” appesi sul muro dell’ospedale per sostenere un malato – viene strigliata (però senza il tradizionale, narcisistico “disprezzo” morettiano) in una battuta del film.

C’è molta saggezza, ancor più malinconia, mai rabbia in quest’ultimo film di Nanni Moretti. A lasciarci sospesi in un finale doloroso è la battuta della madre che, quando le viene chiesto a cosa stia pensando (mentre noi sappiamo che è vicina a una prevedibile fine) risponde: “A domani”. Il cervello e l’anima di un essere umano non sono fatti per accettare il proprio capolinea.

Ferruccio Gattuso

Mia Madre
Regia: Nanni Moretti
Cast: Margherita Buy, John Turturro, Nanni Moretti
Distribuzione:  01 Distribution
Uscita nelle sale:  16 aprile
Voto: 7,5/10

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