“Amy”: toccante e crudo ritratto di una ragazza comune lanciata a velocità folle nell’Olimpo delle star

“Come è possibile che si possa morire così al giorno d’oggi?”
È da questa domanda che il regista inglese Asif Kapadia incomincia a disporre le tessere che compongono il mosaico del docufilm “Amy”. Un tuffo nella vita della cantante, fra i suoi affetti, le sue strambe abitudini, il suo grande e distruttivo amore e gli sciacalli che la circondavano.
Amy Winehouse è una delle più controverse star del 21° secolo e la sua morte, fra le più discusse. Perché aveva 27 anni, quando è morta, come Janis Joplin, Jimi Hendrix e Kurt Cobain. Perché a causare il decesso è stato un avvelenamento da alcol in circostanze non ancora del tutto chiarite. Perché se n’è andata in solitudine (a trovarne il cadavere è stata la sua guardia del corpo). Perché, giovane cantante apprezzata a livello mondiale, si è rovinata la vita fino a provocare la sua stessa morte.

Il compito di Kapadia, già acclamato regista di “Senna”, non è facile. Amy Winehouse è una star amata universalmente  e a toccare la sua immagine, a raccontarne la vita, c’è il rischio di provocare scintille in grado di scatenare grossi incendi. Da una parte ci sono i fan, che amano la loro beniamina e tendono a volerne preservare l’immagine. Da un’altra i parenti, gli amici, i fidanzati, che non sempre si sono comportati in modo leale con lei e temono l’esposizione mediatica. E da un’altra ancora le frecce della critica, minacciosamente incoccate e pronte a essere scagliate su un’opera, contestandola fin sul piano morale.
Per questo motivo il team dei filmmaker si è mosso con cautela. Ha iniziato a cercare del girato inedito tra le persone più vicine alla famiglia Winehouse, e contestualmente a fare interviste. Ce ne sono volute più di cento per arrivare a questo film. Per trovare il filo della narrazione e raggiungere una verità abbastanza provata da realizzarne un documentario credibile.

Assistere a scene inedite della vita di Amy, non da spettatori lontani e distaccati ma come se lo schermo diventasse vita e catapultasse nell’universo della cantante, è un’esperienza toccante, che non lascia indifferenti. Sembra di essere lì con lei mentre scherza con le sue amiche, sembra di salire con lei sui suoi palchi, di vivere con lei le sue angosce esistenziali. Perché ti guarda, e ti parla anche.

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Sì, perché un’attenzione particolare e veramente degna di nota è stata data al punto di vista della narrazione. Sia a quello strutturale, narratologico, sia a quello tecnico.
Accuratissima la scelta delle immagini, delle inquadrature, dei piani focali e delle colorazioni in post-produzione. Si nota quanto sia stato favorito il primissimo piano e, nella scelta del girato, quello in cui la protagonista guarda l’obiettivo e di conseguenza lo spettatore, coinvolgendolo, quasi le sue parole fossero davvero rivolte a lui.
Un altro accorgimento da sottolineare (usato anche nel documentario “Senna”) è che le interviste che scandiscono il filo narrativo del film non sono mai visive, l’intervistato non si vede mai. Si sente la sua voce, mentre continua il girato su Amy. Questo consente allo spettatore di non perdere attenzione, né l’emozione del momento che è la voce stessa ad esprimere e quindi a trasmettere.
Le stupende musiche di Antonio Pinto, poi, si aggiungono contrappuntandosi senza invadenza a quelle dell’artista inglese. Trascinano e raccontano emozioni quanto immagini e parole.

A partire da girati non professionali e da materiali raccolti senza un ordine prestabilito, Kapadia e compagni hanno deciso di sviluppare la narrazione attorno alle canzoni dell’artista. Ogni testo, infatti, è legato a un evento importante della sua vita poiché Amy cercava nella musica una catarsi, un’elaborazione terapeutica delle sue emozioni più forti e meno gestibili. Per questo i suoi testi sono così intimi e intensi.
È una realtà, quella raccontata, scaturita sì da mesi e mesi di ricerca e di interviste, ma che resta comunque parziale. E non sempre piacevole. È anche cruda, tormentata, per certi versi “malata”.
Ma come potrebbe essere altrimenti? Amy Winehouse è morta nel fiore degli anni e all’apice di un successo planetario per abuso di droghe e alcol.
Non c’è da scandalizzarsi se nel tentativo di descrivere l’artista a tutto tondo vengano mostrate immagini impietose. Di lei, della sua condizione fisica, del suo malessere, della sua solitudine, della sua rabbia.
Occorre uno sguardo neutro, a volte crudele, ma in fondo umano, aperto alla difficile condizione di una ragazza ebrea della periferia di Londra scaraventata all’improvviso nel vortice del successo. Una persona intelligente, sensibile, fragile. E comune.

 Francesco Montonati

Amy
Regia: Asid Kapadia
Cast: Documentario
Distribuzione:  Nexo Digital, Good Film
Nelle sale:  15-16-17 settembre
Voto: 8/10

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