Mimosa, il disco e la “Terza guerra” per immaginare un futuro diverso, senza paura. L’intervista di PlayMilano

Mimosa 2C’è una forza invidiabile nelle canzoni che escono dalla penna di una come Mimosa, attrice e musicista, al primo disco firmato a suo nome e intitolato “La terza guerra”. Quella maniera naturale e certa di schiudersi davanti ai tuoi occhi, a dare l’illusione che le chiavi di un buon racconto siano tutte lì, un album tutto al femminile per un pianoforte che suona fluido e intenso e personaggi che piano piano prendono forma, contorno e contenuto. «Mi chiamo Mimosa Campironi», scrive nelle note della sua biografia, «ho studiato pianoforte al Conservatorio di Milano, Filosofia a La Sapienza e recitazione alla Scuola nazionale di cinema di Roma. Sono andata via di casa che avevo 15 anni per colpa di questa fame insopportabile, fame di che ancora non lo so. Forse all’epoca mi piaceva l’idea di cominciare un viaggio che mi portasse da qualche parte e di sicuro da allora non mi sono più fermata». “La terza guerra” è sì «il risveglio dell’amore, la più grande arma di “costruzione di massa”», ma è anche – per Mimosa e per la sua idea di musica – un bel punto da cui partire. Ne abbiamo parlato con lei.

Ti abbiamo conosciuta in veste di attrice al cinema e in qualche serie in tv. Da dove arriva l’urgenza di esprimersi anche con la musica e con un disco come “La terza guerra”?

Il pianoforte è stato il mio primo innamoramento, e l’adolescenza l’ho passata studiando la musica, anche se avevo un po’ di difficoltà perché al Conservatorio – che ho frequentato come pianista – c’era molta aspettativa nelle fasi di esame ed esibizione mentre io ero una frana, nel senso che dimenticavo tutto e andavo proprio nel panico. Insomma, avevo molta paura e non sapevo proprio come uscirne. Così mi hanno suggerito di frequentare un corso di teatro interno alla scuola per imparare ad avere coraggio. È andata a finire che oltre a fare l’attrice ho continuato a suonare in segreto e dopo cinque anni – e mi è andata anche bene perché cercavano sempre ragazze che sapessero suonare o cantare, quindi ho fatto sempre ruoli più o meno legati a quello – è successo che è mancato mio papà, la persona che più teneva alla mia musica. E improvvisamente mi è sparita la paura, ho capito cioè che avere paura non ha alcun senso, nella vita in generale, e ho capito che avrei dovuto portare avanti questa cosa e vedere cosa poteva accadere suonando le mie canzoni. Così il progetto è nato.

Queste canzoni mostrano una forte identità, sono il segno di un disco pensato a lungo, per scrittura e progettazione?

In verità è nato molto live, dal momento in cui ho deciso che avrei suonato non ho pensato a formalizzare le cose, ma solo che mi piaceva andare in giro a suonare. Quindi in tutte le situazioni in cui c’era un piano e potevo portarmi dietro una tastiera sono andata e ho suonato dal vivo. I pezzi sono nati da questo tipo di situazioni, dalle donne che ho incontrato e che ho vissuto facendo questa esperienza. Piacevano e sempre di più c’era chi mi chiedeva di poterli riascoltare, facendomi capire che era arrivato il momento di registrarli finendo per formalizzare il tutto in un progetto più definito.
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E come si è sviluppato questo processo? È stato un lavoro che ti ha messa in difficoltà in qualche modo?

Beh, la prima registrazione è stata proprio dura perché era fatta con solo con pianoforte, batteria e voci, ma ci siamo resi conto che per l’ascolto di un disco era meglio renderlo più fruibile anche con altri strumenti. Così, per questa fase successiva, ho trovato aiuto in Leo Pari che mi ha affiancato nel realizzarlo e finalizzarlo come disco. A ogni modo tutto nasce fondamentalmente dal live.

Che rapporto hai col pianoforte, strumento che qui ha un ruolo di primo piano?

Al Conservatorio suonavo il piano e ho vissuto una storia d’amore con lo strumento, come può succedere con un ragazzo. Abbiamo avuto quindi la fase di conoscenza dell’adolescenza, poi mi sono arrabbiata con lui, non ho suonato più e ci siamo lasciati. Poi ho iniziato a prenderlo a pugni e a picchiarlo. Ora siamo in una fase in cui posso anche picchiarlo e farci un po’ l’amore.

Ti hanno accostata a nomi importanti della nostra canzone, da Patty Pravo a Carmen Consoli e Mina. Cosa hai pensato nel leggerli? Nelle tue cose si possono sentire anche altri rimandi, a Regina Spektor ad esempio…

Sono nomi enormi, in effetti. E Regina Spektor l’adoro. Il riferimento a lei è corretto, amo anche le cose tipo Dresden Dolls…. I nomi che sono stati fatti sono incredibili e non me l’aspettavo. Mi rendono orgogliosa anche se non so se mai potrò esserne all’altezza. Un’altra che mi piace tantissmo, ma che però non è stata citata, è Alice. Se mai nella vita mi capiterà di cantare qualcosa con lei ne sarei davvero onorata.
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“Terza guerra” cita situazione che rimanda in qualche modo alla vicenda Smeraldo-Eataly. Oggi una storia simile a Milano sta accadendo con il Cinema Apollo e la Apple. Scriverne è segno che non hai paura di raccontare e di esporti, che la tua musica ha delle cose da dire.

Diciamo che se la musica non dice niente è un problema. Quello che ho scritto in “Terza guerra” l’ho fatto volendo raccontare delle cose che ho visto, che sono accadute e che hanno vissuto anche altre persone. Ci si può leggere della critica? Non so.

Usi però un certo stile, c’è spesso del sarcasmo e dell’ironia, il che indica una sorta di giudizio sulle cose che racconti…

Penso che le cose che accadono intorno a noi siano quelle che permettiamo che accadano e questo, come nel caso dell’Apollo, ci dovrebbe indurre a immaginare un futuro diverso. Quello che per me è la “terza guerra” è la possibilità di immaginare una realtà diversa e di non aver paura di immaginarla. Invece di lasciarci andare a un futuro che ci viene presentato così grigio e così nebuloso dovremmo provare a immaginarlo in un altro modo. Non avrà magari i contorni che avevamo previsto, ma già pensandolo sarà comunque diverso. La “terza guerra” però è legata a un lato femminile e sensibile che in realtà abbiamo tutti, ce l’hanno anche gli uomini: un lato di sensibilità che potrebbe aiutarci a immaginare una guerra che costruisca e non distrugga, per rivoltare al positivo le parole brutte di cui siamo circondati: crisi, paura, terrorismo.

Un pezzo come “Arance” affronta un argomento diverso ma lo fa con uguale piglio.

“Arance” è una storia d’amore tra due persone, di cui una sta per morire. E c’è il profumo delle arance di questo giardino meraviglioso che si trova a Roma, bellissimo, che si può ammirare soltanto attraverso il buco di una serratura. Non si può entrare. Ma attraverso questo buco è possibile vedere un mondo meraviglioso, col giardino, l’aranceto e in fondo la cupola di San Pietro. Una poesia meravigliosa.

Parli di diritto, di coraggio, ma scrivi anche canzoni d’amore.

Sì, a modo mio sì (ride). Mi piace, anche se ancora devo imparare a scriverle bene e mi vengono un po’ così, perché sono ancora un po’ timida a riguardo. Devo imparare a essere un pochino più romantica. La canzone più ardita che ho scritto è “Il ragazzo sbagliato”, quindi…

Il 26 novembre sarai dal vivo all’Arci Ohibò, qui a Milano.

Voglio fare sentire le canzoni del disco, sono molto dentro a quello che ho fatto e voglio far ascoltare la musica per come è. Il live sarà una mediazione, come sempre. Io suono il piano, alla batteria ci sarà Stefano Conigliaro e Simone De Filippis suonerà i sintetizzatori. Quindi ci sarà anche quella parte di mondo che abbiamo aggiunto nel disco. A Milano sarà così, saremo un trio.

Nel 2012 avevi partecipato a X Factor…

Uh, sì.

Adesso è ricominciato. Cosa ricordi di quell’esperienza e cosa ne pensi ora che è passato del tempo e tu sei andata avanti per la tua strada?

È stato molto difficile e duro… È stato per me anche un momento legato all’inesperienza, al non aver ancora capito che cosa sarei andata a fare e credo di non essere assolutamente adatta a fare quella cosa lì. Per tanti è sicuramente un’occasione, ma secondo me ci sono molti limiti, non puoi decidere cosa fare, cosa cantare mentre invece preferisco poter decidere, essere anche un pochino più stonatella ma avere più libertà. Io non posso essere qualcosa che non sono, non ce la posso fare. Ma poi dipende anche da come uno si sente. Io non sapevo ancora bene cosa volevo, sono andata lì trascinata dagli eventi e sono contentissima comunque di essere arrivata fino a lì. Anche se sono ancora più felice di come stanno andando le cose ora.

Intervista di Marco Castrovinci

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