“Morte di un commesso viaggiatore” all’Elfo Puccini, siamo quello che fingiamo di essere

Nei primi anni del maccartismo l’America era un sogno e il mondo intero viveva quel sogno, e partiva, partivano i migranti a cercare fortuna. L’America del Sogno Americano, che se valevi potevi anche dal niente diventare qualcuno. Diventare ricco, sollevare la tua condizione e guadagnare il tuo posto nel mondo. Costruirti una famiglia, magari, e campare con dignità. Ce la potevi fare, se valevi. Potevi, in un parola, avere successo. È in questo contesto socioculturale che si inserisce “Morte di un commesso viaggiatore”, pièce di Arthur Miller e messa in scena da Elio De Capitani in collaborazione con il Teatro dell’Elfo e il contributo di Fondazione Cariplo.

Schermata 2015-10-18 alle 13.10.33È uno spettacolo robusto, imponente, la cui interpretazione è più vicina all’espressionismo che al realismo teatrale, luci e scenografie di grande effetto, angoli scenici incandescenti e atmosfere ora oniriche ora concrete, sempre in bilico su un ideale asse reale-elegiaco. A fotografie di cruda realtà si sovrappone una cifra recitativa lirica e la narrazione si sviluppa in un fluire alternato tra presente e passato, in una sapiente mescolanza, prova di quanto l’uomo viva del suo passato e sia inscindibile da esso. Non sono flashback, sono scene che entrano nel presente come il protagonista le sente arrivare, sono il passato che l’ha intagliato per com’è adesso, che l’ha forgiato, che l’ha modellato fino all’individuo che è ora. Un uomo disilluso che non riesce, proprio non riesce, ad ammettere il suo fallimento come persona, come lavoratore e come padre. Così è sul figlio Biff che proietta le proprie ambizioni fallimentari, i desideri senz’ali, le delusioni che ha finora travestite da successi, in un cammino inesorabile verso lo scontro con il ragazzo.
Lo spettacolo, come detto, è imponente. Sia per lo spessore del testo, sia per la durata – quasi tre ore –, sia per la profondità delle emozioni. Attori, bravi, nel complesso, scenografie mobili razionaliste e funzionali. A tratti lo spettacolo risente di una lentezza che fa percepire troppo lunghe alcun scene. Qualcosa poteva essere tagliato o reso con un ritmo maggiore, ma in generale funziona, anche se a volte suscita qualche perplessità.

Non sempre tutto fila liscio. Come nella scena in cui Willy Loman incontra Haward, il suo giovane datore di lavoro. È la svolta, la sberla, il punto più basso, il tradimento di tutte le aspettative. Il disincanto definitivo. Le potenzialità della scena di toccare lo spettatore su un piano emozionale profondo, di smuoverlo intimamente, sono elevate. Ma tutto dev’essere perfetto. Gli equilibri, per esempio. Basta una sfumatura, per stravolgerli e inficiare la scena.
Il protagonista, invece, sembra troppo sicuro di sé e le reazioni del giovane Vincenzo Zampa agli impeti di Elio De Capitani sono timide, traballanti, e ne amplificano la potenza. Le forze sono diseguali, lo si percepisce, e la scena non esprime quanto avrebbe potuto. Forse sarebbe stato meglio scegliere per la parte di Howard un attore come Federico Vanni (convincente nei panni di Charley), che con la sua stazza imponente, la voce solida, e una grande presenza scenica, avrebbe fornito adeguato rimando alla figura ingombrante di De Capitani.

fe1b0306Un’altra perplessità che lo spettacolo origina è la scena di nudo. Vi è nel testo la figura di una donna (“la donna”) che appare in alcune scene del passato. Willy ci ha avuto un flirt ed è stato scoperto dal figlio Biff, che da quel momento ha perso per sempre l’opinione positiva che aveva di lui. Nel testo di Miller si parla di una donna che si sta rivestendo, con un dettaglio (si aggiusta il cappello) a suggerire che sia quasi completamente vestita. La donna di De Capitani, invece, è mezza nuda, in lingerie da strip-tease, sobria quanto una ballerina del Moulin Rouge. La scena è chiara. È chiaro il loro rapporto. È chiaro il loro intento e cosa vogliono uno dall’altra. Eppure, improvvisamente, Willy le leva le mutande, lasciando la povera Alice Redini a recitare nuda.
ALICEVa detto che la prima scena dello spettacolo vede i due figli Biff e Happy giocare, danzare, lottare, completamente nudi, avvolti da una luce rossa che disegna una visione estetica, irreale, onirica e simbolica. Non è il nudo che infastidisce. È il nudo forzato, il nudo usato per stupire, per scioccare, forse. Quando è un’aggiunta che non apporta nulla allo spettacolo, nessun significato nascosto, nessun messaggio. Ci ricorda la donna nuda, ornamentale, mercificata di cui abbiamo la televisione intasata; auspicheremmo che almeno il teatro ne fosse scevro.

Un lavoro nella sua interezza convincente e godibile, dove ognuno di noi può trovare qualcosa di se stesso e della sua esistenza.

Francesco Montonati

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