‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’: la scommessa di Alessandro Gassmann

La sfida di portare a teatro un testo del genere è coraggiosa. Perché è un testo reso celebre da un film, e il film è un capolavoro. Cercare di proporre qualcosa di simile non sarebbe un’idea felice perché – in casi come questi – se il termine di paragone è un capolavoro la sfida è persa in partenza. La scelta di Maurizio de Giovanni (scrittore napoletano, già creatore dell’Ispettore Lojacono) è invece quella di stravolgere ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’ e renderlo più contemporaneo e più geograficamente vicino allo spettatore italiano. Così ha preso Randle Mcmurphy – il rissoso protagonista di origini irlandesi che pur di non rimanere al fresco si finge pazzo – e l’ha convertito in Dario (un giovane napoletano interpretato da Daniele Russo), gli ospiti in ‘Pazzarielli’, e le World Series nella finale dei mondiali di calcio. Questo precisa anche il tempo della narrazione: Tardelli evocato a gran voce dagli ospiti dell’ospedale psichiatrico ci riporta subito all’assolata estate dell’82, Italia-Germania Ovest. Siamo quindi in Italia, fortemente in Italia, con i suoi dialetti, le sue culture, i suoi costumi, i suoi modi, le sue battute. In un periodo storico, sia pur lontano da quello attuale, ma che sentiamo più vicino della vicenda originale (che si svolgerebbe nel ’62).

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La struttura narrativa è un crescendo di situazioni che mettono in luce i disagi dei pazienti contro le vessazioni di medici e infermieri, che culmina in un climax cinematografico, nella scena finale, quella in cui ramon riesce finalmente a scappare, a volare via.

Gli apparati scenici, degni di nota, riproducono l’interno di un ospedale psichiatrico. I muri scrostati, illuminati in modo leggero, e di sopra, lungo la parete del piano superiore, quello dei pazienti cronici, sono ordinate minacciose porte, attraverso le cui feritoie s’intravede ora qualche fioco barlume ocra, ora l’ombra di una mano implorante, di una testa.
Usati con sapienza, gli intermezzi spezzano il ritmo e alleggeriscono alcuni momenti. Su uno schermo trasparente montato sul boccascena, vengono trasmesse immagini evocative, la musica (bellissima, di Pivio e Aldo De Scalzi) riempie la sala e la platea piomba in un’atmosfera irreale, di sogno.

La regia dello spettacolo a cura di Alessandro Gassmann è più vicina al cinema che al teatro. Ma non a quello di Miloš Forman (autore della trasposizione cinematografica del 1975), per intenderci, ricorda piuttosto certe commedie italiane in cui i personaggi secondari sono tutti a servizio della storia, macchiette per lo più, che non hanno una vita ma piuttosto una funzione, quella di aiutare lo sviluppo della storia e la mutazione progressiva del protagonista. Dall’arcigna caposala suor Lucia (Elisabetta Valgoi), ai pazienti del manicomio, dal personale alla prostituta, i personaggi nel corso dello spettacolo non cambiano, non evolvono. Più spesso sono soltanto dei caratteri utili ora per far ridere, ora per commuovere lo spettatore e dare modo al protagonista di agire e reagire lungo il suo personale cambiamento. L’unico personaggio che cambia insieme a Dario è Ramon, un sudamericano (voce narrante nel testo originale) che si finge sordo per isolarsi da un mondo troppo grande e ostile per lui, e che alla fine, incoraggiato dal protagonista, trova la forza di scappare. Vicini alla commedia anche la cifra recitativa e gli schemi di interazione attoriale, i botta e risposta, le scene infarcite di gag con battute spesso a sfondo sessuale. In una rivisitazione molto personalizzata, che fa sorridere e scorre in maniera piacevole e senza intoppi lungo quasi tre ore di spettacolo.

Qualcuno volò-OBBLIGATORIA_Gliozzi_Valgoi_Russo_foto Francesco SquegliaNonostante funzioni, suscita qualche perplessità. Il testo, scritto da Tom Kasey in seguito alla propria esperienza come volontario all’interno di un ospedale per veterani, racchiude in sé una forte denuncia sociale. La vicenda è ambientata all’interno di un ospedale psichiatrico proprio per segnalare gli episodi di sopraffazione da parte delle équipe mediche nei confronti dei pazienti che in questi luoghi avvengono, di violenza, di svalutazione dell’individuo, per descrivere gli ambienti inospitali nei quali vivono i malati. Un testo che entra in contatto empatico con i malati, con le loro esigenze, le loro paure, la loro percezione del mondo e della vita stessa, rivendicando il loro diritto di vivere emozioni fisiologicamente diverse dagli individui cosiddetti sani e di ricevere trattamenti umani, rispettosi della loro persona.

Ma nella messinscena di Gassmann, con le sue risate, il suo ammiccare, il suo appiattimento dei personaggi e delle loro qualità umane, l’intima urgenza, le emozioni primarie evocate dal testo sono messe in secondo piano, se non addirittura eluse, in favore di una funzionalità scenica ottenuta attraverso l’utilizzo di metodi certo più sicuri ma meno fedeli al testo originale. E se l’intento era di rivisitarlo mantenendone il significato intrinseco, l’urgenza sociale e la sensibilità, forse il risultato non è completamente conseguito.

qualcuno volò sul nido del cuculo_foto Francesco Squeglia_1875Così, avvertiti i puristi del film e gli amatori del testo originale, possiamo affermare che lo spettacolo in sé funziona, il pubblico è coinvolto e segue con interesse e, a giudicare dagli applausi, apprezza anche. Certo non è fedele all’originale ma, condivisibile o meno, è una scelta da cui non scaturisce niente di invalidante ai fini della sua efficacia.

Francesco Montonati

 

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