“Cabaret”: al Teatro della Luna Saverio Marconi firma uno dei migliori musical mai allestiti in Italia

Quando si assiste, da appassionati di musical, a uno spettacolo come l’ultimo “Cabaret” di Saverio Marconi  – in cartellone al Teatro della Luna fino al 22 novembre – non si può che esultare.

Come abbiamo scritto recentemente per “Newsies”, i segnali positivi cominciano a essere diversi. Che sia un’opera leggera o, come in questo caso, drammatica e dal corposo substrato letterario (i racconti di Christopher Isherwood), la sensazione è che sia giunto il momento magico: il pubblico (perlomeno quello milanese, il più “europeo” per esigenze teatrali anche legate al genere musical) reagisce soddisfatto a messe in scena di alta qualità e dalla personale firma registica, come hanno attestato i lunghi applausi alla prima di “Cabaret”. Gli addetti ai lavori, dal canto loro,  decidono di  rischiare proponendo titoli di spessore, sorretti da musiche inedite o comunque non così celebri al grande pubblico da trasformarsi in “effetto juke-box”. Dopo “Newsies” al Nazionale e questo splendido “Cabaret” al Teatro della Luna, dal 10 dicembre sarà la volta di “Billy Elliot” al Teatro Nuovo. Senza contare il passaggio dell’edizione britannica, direttamente dal West End londinese, di “Mamma Mia!” al Teatro degli Arcimboldi dal 24 novembre. Insomma, uno splendido autunno in musical.

Nella minimale eppure perfetta messa in scena di Saverio Marconi, “Cabaret” si spoglia di orpelli e minuti (questa versione, la terza per il regista marchigiano fondatore della Compagnia della Rancia dopo quelle del 1992 e del 2007, dura solo due ore rispetto alle quasi tre tradizionali) per guadagnare in intensità e dramma. Un semplice lenzuolo fa da sipario tra vita reale e numeri al locale di cabaret Kit Kat Club nella Berlino dei primi anni Trenta, alla vigilia di quell’autentica tragedia che sarà la presa del potere in Germania da parte dei nazisti. Le originali coreografie di Bob Fosse vengono sostituite da quelle più essenziali  ma esplicite di Gillian Bruce, il personaggio del Maestro di Cerimonie (interpretato da quello che perlomeno noi ricordiamo come il miglior Giampiero Ingrassia di sempre) si fa più crudo e caustico, la Sally Bowles con volto e voce di Giulia Ottonello (impeccabile nel cantato così come nella recitazione) è forse la cosa migliore dello spettacolo, e del resto del cast particolare menzione merita Altea Russo nel ruolo di una Fräulein Schneider mai “di contorno”, intensa e malinconica.  Mauro Simone (per la Compagnia della Rancia non molto tempo fa è stato un Igor da applausi in “Frankenstein Junior”) si ritrova calato in un ruolo drammatico che forse non è nelle sue corde di performer brillante: ottimo nella voce (peraltro per soli due momenti cantati previsti per il personaggio) offre minore spessore sul fronte recitativo. Impeccabile la band dal vivo, quasi perfetto l’adattamento in italiano delle liriche da parte dello specialista Franco Travaglio (il celeberrimo “Money Money” dall’incredibile spinta ritmica affidata all’iniziale lettera labiale “M” perde inesorabilmente forza con la “S” italiana di “Soldi”: va detto anche però che il ricorso a un altro vocabolo era impresa improba). Un colpo allo stomaco il finale di uno spettacolo che è musical (anzi “teatro musicale” come ama dire Saverio Marconi) ma al contempo vero e puro teatro. Da non perdere.

Ferruccio Gattuso

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