“Creed”: Sylvester Stallone allena il futuro Rocky

Finalmente l’ha trovato. Il vecchio Sly Stallone da un po’ pensava al suo erede sul ring e ora sembra essere riuscito nell’impresa di nominarlo. É  Michael B.Jordan, ventinovenne attore di talento che il pubblico più cinefilo ha già notato nell’ottimoProssima fermata Fruitvale Station del 2013. Il settimo episodio cinematografico collegato al nome del mitico Rocky Balboa, però, è uno “spin off”. Dal quale Stallone spera di poter generare una nuova saga, questa volta legata al figlio (illegittimo) dell’ex rivale Apollo Creed. Non che “Rocky Balboa” (2006) fosse un’impresa mal riuscita: anzi, essa sembrava poter riportare lustro in una parabola umiliata, negli anni, da pesanti dosi trash. Ma lo show deve andare avanti, e se vuoi tenere al centro del ring la boxe fatta come si deve, l’anagrafe non la puoi dribblare: servono muscoli nuovi, rabbia nuova, una nuvoa carta d’identità.

E dunque, la storia di “Creed” nasce così, dal figlio illegittimo  Adonis Johnson, teppistello cresciuto in istituti per orfani problematici, con una naturale propensione a far a pugni. Ma guarda un po’. La vita però cambia d’un botto quando all’istituto si presente la vedova di Apollo, Marry Anne (Phylicia Rashad) per prenderlo con sé. Dai dormitori malandati il ragazzino passa alla vita da milionario. Ma di un futuro programmatogli dall’apprensiva matrigna (che naturalmente odia la boxe assassina del marito e vuole per lui una carriera alla scrivania) Adonis non sa che frasene. Il richiamo è, ovviamente, il ring. Ma chi lo prenderà sul serio, nel mondo della boxe, essendo lui facilmente etichettabile come “rampollo”, “figlio di papà”, “uno che non è cresciuto con la rabbia della fame”? La soluzione, pensa il ragazzo divenuto ormai trentenne, sta nell’ex rivale e poi amico di Apollo, Rocky, che vive ancora a Philadelphia. Sarà lui ad allenarlo. Dopo un’iniziale esitazione (anche Rocky ha le sue ferite esistenziali da curare, e dalla boxe si tiene lontano) , il vecchio ex pugile si arrende: Adonis è il figlio che non ha mai potuto avere, perché quello naturale vive lontano e non si interessa a lui, malinconico ex eroe che vive nel ricordo doloroso della moglie morta Adriana e degli amici che non ci sono più. Ricomincia il grande circo, dunque: Adonis cerca gloria, Rocky cerca una nuova linfa di vita, entrambi cercano una catarsi dalle ferite famigliari (il vero “match”, ricorda più volte Rocky nella storia, “è contro sé stessi”).

Il film scritto e diretto da Ryan Coogler (già regista del succitato “Prossima fermata Fruitvale Station”) sa condurre lo spettatore sul rischioso filo della nostalgia, senza cadere. Gli accenni alla saga di “Rocky” non possono mancare, ma sono serviti con un senso della narrazione mai banale. Il “plot” dell’episodio è naturalmente elementare, e non può che seguire il meccanismo tradizionale della preparazione al match, con conseguente sua cronaca spettacolare (il cui esito manteniamo ovviamente segreto). La variazione “romance” è data dall’incontro tra il bell’Adonis e l’ancora più bella  Bianca (Tessa Thompson), vicina di appartamento e cantante di club, inizialmente diffidente e poi avviata a diventare – se la saga proseguirà – l’Adriana del futuro. A rendere “Creed” un capitolo imperdibile per i fan – e comunque una pellicola godibile anche dai profani  – è l’intensa interpretazione di Sylvester Stallone, meritatamente insignito del Golden Globe. Come già aveva dimostrato in Cop Land (1997) di James Mangold, Sly con i ruoli drammatici, e per di più dimessi, ci sa fare eccome. Sa lavorare in sottrazione, sa calarsi con genuinità in ruoli stanchi, disillusi e fragili. Il Rocky di “Creed” è un uomo che si strugge per la propria solitudine, che non teme di morire (vedremo che le battaglie e i ring nella storia sono due…) perché i suoi cari sono tutti “dall’altra parte”, che dialoga con la tomba di Adriana e che rifà la mitica scalinata di Philadelphia arrancando e chiedendosi ironicamente se “non hanno aggiunto alcuni scalini”. Ma in cima Rocky ci arriva, sorretto da un figlio inaspettato.

Quanto alla resa cinematografica, ci appare ottima. Al netto di una colonna sonora smaccatamente tonitruante nei momenti “epici” della storia, di assoluto godimento estetico sono invece le sequenze di combattimento (memorabile la prima, in un efficace piano sequenza che si muove tra il quadrato del ring, le corde e l’esterno del ring) così come sinergica, per così dire, ci appare la fotografia di Marise Alberti, francese che già firmò nella sua categoria di competenza l’eccellente “The Wrestler”  di Darren Aronofsky. Chi ama la saga di “Rocky” troverà “Creed” assolutamente soddisfacente, chi ne è alieno non penserà mai per un attimo di aver gettato alle ortiche il prezzo del proprio biglietto.

Ferruccio Gattuso

Creed
Regia: Ryan Coogler
Cast: Sylvester Stallone, Michael B. Jordan, Tessa Thompson,
Distribuzione:  Warner Bros. Pictures Italia
Uscita nelle sale:  14 gennaio
Voto: 7/10

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