“Il Labirinto del Silenzio”: quando la Germania ancora non conosceva la parola “Auschwitz”

Benché il regista sia un milanese  di nome Giulio Ricciarelli (classe 1965), “Il Labirinto del Silenzio”  – nelle sale dal 14 gennaio – è la pellicola che la Germania a suo tempo candidò agli Oscar per questa stagione. La corsa non ha avuto buon fine, un altro titolo incentrato sul tema della Shoah si è guadagnato la presenza nella cinquina: il capolavoro “Il Figlio di Saul” dell’ungherese Laszlo Nemes.  Film molto differente da quello di Riccarelli: se “il Figlio di Saul” ci porta nel cuore dell’Orrore, “Il Labirinto del Silenzio” ci serve sullo schermo la riflessione, con conseguente sgomento, sul “stato di (in)coscienza” dell’Olocausto ebraico per diversi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Per quanto ci risulti difficile crederlo oggi, la Germania e il mondo fino alla fino ai primi anni ’60 – con il Processo Eichmann in Israele, le conseguenti riflessioni di Hannah Harendt sulla “banalità del male” e la vicenda giudiziaria narrata in questo film – non aveva una netta idea degli sconvolgenti termini numerici, meccanici, organizzativi, psicologici, criminali del progetto nazista della Soluzione Finale degli ebrei. Le ormai celebri riprese nei campi di stermino compiute da un giovane Alfred Hitchcock erano rimaste in un cassetto, non ne sarebbero uscite fino ai primi anni ’70.

Dunque se un merito “Il labirinto del Silenzio” ha, è quello di raccontarci la realtà storica e sociale tedesca nei primi tre lustri dopo la fine della guerra. Protagonista della storia – diretta da Ricciarelli con un piglio a tratti troppo didascalico e piano, quasi con un intento propedeutico scolastico – è un giovane procuratore di Francoforte di nome Johann Radmann (Alexander Fehling), ambizioso e idealista, stanco di occuparsi di casi minimi, improvvisamente “acceso” da una pista segnalatagli da un amico giornalista (André Szymanski): inseguire i personaggi pubblici e sconosciuti collaboratori zelanti negli ingranaggi della macchina di sterminio nazista. Portandoci nelle pieghe della battaglia legale di Radmann così come in quelle della sua vita privata (il lato romance vuole la sua parte, anche se sempre finalizzata a rafforzare il concetto del sacrificio personale e della battaglia del giovane procuratore), “Il Labirinto del Silenzio”  illustra un affresco ricco di contrasti, dove alle grandi speranze tedesche di ricostruzione e di voglia di ricominciare dimenticando gli orrori della guerra e della sconfitta si contrappone il desiderio di oblio per i crimini del recente passato. Per capirci, e perr quanto possa sembrarci incredibile, in quegli anni la stessa parola “Auschwitz” era del tutto sconosciuta ai più. Insomma, anche se Napoli è ben lontana dalle latitudini tedesche, il motto “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato” sarebbe passato, silenzioso e ingiusto, come in fondo è avvenuto in altre occasioni storiche (i massacri di Pol Pot in Cambogia negli anni ’70, o i tanti carnefici dei regimi dell’Est comunista morti tranquillamente nei loro letti). Il processo su Auschwitz svoltosi a Francoforte dal 20 dicembre 1963 al 20 agosto 1965 grazie al cielo non permise questo oblio.

Ferruccio Gattuso

I nostri ragazzi
Regia: Giulio Ricciarelli
Cast: Alexander Fehling, André Szymanski, Friederike Becht
Distribuzione:  Good Films
Uscita nelle sale:    14 gennaio
Voto: 6,5/10

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