‘Uno sguardo dal ponte’, Sebastiano Somma è un gigantesco Eddie Carbone sul palco del Carcano

Cecilia Guzzardi, Sebastiano SommaArthur Miller è uno di quegli autori che con una storia, una storia intima, personale, individuale, è capace di raccontare un intero paese. Una generazione, un grado di malessere diffuso. Raccontare un popolo, disponendolo ai margini di una vicenda narrata. Così è per l’opera del 1955 ‘Uno sguardo dal ponte’, in cui troviamo tutto il senso di inadeguatezza di un popolo che abitava la New York più popolare, portuale, composta di ghetti e quartieri malfamati, i cui abitanti si svegliavano senza sapere se quel giorno avrebbero avuto un lavoro, che si recavano al porto e speravano che il padrone di turno li chiamasse a svuotare la stiva di qualche nave. Che partivano dalla miseria di un’Italia sconvolta dalla guerra alla volta di un’America piena di sogni e miraggi.
Emigranti desiderosi di integrarsi in una società che si evolveva rapidissima, con regole che nemmeno riuscivano a capire prima che fossero cambiate. Una comunità che con tutta se stessa voleva inserirsi in un tessuto sociale saturo, un popolo alla continua ricerca della propria identità smarrita e di un’integrazione sempre più difficile.

S. Somma-Uno-sguardo-dal-ponte-27Così è anche per Eddie Carbone, che torna a casa, stanco dopo il lavoro, per godersi i pochi istanti appaganti dell’intera giornata. Quattro chiacchiere con gli amici, la cena in famiglia. Lui ci vive da anni, ormai. È uno inserito, in quell’ambiente. Uno che quando arriva al porto sa già dove andare.
La vita di Eddie sembra soddisfacente – nei limiti di ciò che la vita di un precario immigrato consente. Vive con la moglie Beatrice e con la nipote Catherine, e crescere una ragazzina a New York per una coppia di immigrati non è affatto facile. I valori che vorrebbero inculcarle sono differenti e non sempre compatibili con le abitudini progressiste e libertine di una New York sfavillante e in totale fermento, nel roboante abbaglio del sogno americano. In cui se volevi potevi.
Da una nave di clandestini sbarcano due fratelli Marco e Rodolfo, cugini di Beatrice. Tra Christine e Rodolfo nasce un reciproco interesse e Eddie, di fronte allo sbocciare del loro amore, è messo davanti alla più cruda delle realtà. Quella che riteneva una gelosia sana, un atteggiamento protettivo verso la nipotina indifesa, diventa progressivamente, col crescere dell’intesa fra i ragazzi, un’agitazione costante. Un assillo. Fino a rivelarsi per ciò che è davvero. Amore. Ossessivo, distruttivo e torbido.
Eddie inizia considerare Rodolfo un rivale, fino a sfidarlo e a denunciarlo all’ufficio immigrazione.

Sebastiano Somma‘Uno sguardo dal ponte’ è un prezioso manufatto. È un crescendo di emozioni e trasformazioni. Uno svelarsi progressivo di intenti, un gioco di ruoli che si mischiano e si scontrano, si affrontano e si temono, si sfiorano e frizionano uno contro l’altro. Un perfetto modello della scrittura teatrale di Arthur Miller, un capolavoro del Novecento che, attraverso una narrazione tesa e magistralmente condotta, tiene lo spettatore incollato e lo porta con sé dove vuole, ora a ridere con la spensierata e ingenua vivacità di Catherine, ora a temere insieme a Eddie Carbone, curvo dietro una porta, l’arrivo di Marco deciso a chiudere i conti.
L’atmosfera grigia e nebbiosa del porto colora l’intera rappresentazione diretta da Enrico Lamanna sul palcoscenico del Teatro Carcano (in scena dal 3 al 14 febbraio). Il ponte che incombe sullo sfondo è un’ombra tetra e paurosa, con le sue allacciature e i sui bracci di ferro stretti uno all’altro in feroci abbracci. Le luci sottili, cadenti e taglienti disegnano volumi e personaggi nella penombra, e un praticabile sopraelevato circoscrive lo spazio teatrale in un quadrato tragico e feroce come un ring di Rocky Marciano. L’Eddie Carbone interpretato da Sebastiano Somma è sanguigno, imponente e appassionato, ed è a testa alta che si affaccia alla consapevolezza dell’approssimarsi di un destino tragico e definitivo quanto inevitabile.
I cambi di registro interpretativo ed emozionale, le micro sfaccettature dei caratteri e i loro intenti nascosti, i sottotesti e il fitto reticolo delle tensioni tessute tra i personaggi sono le difficoltà maggiori con cui il cast dello spettacolo si trova a fare i conti. E che quasi sempre affronta al meglio. Potremmo cavillare su alcune interpretazioni non capaci di rendere al meglio lo svilupparsi delle emozioni e i cambiamenti di un personaggio, o sulla pronuncia vistosamente non siciliana di alcuni attori che stona un po’ nella resa globale, ma sarebbe davvero cercare qualcosa che non va in un’opera, nella sua globalità, riuscita. Capace di donare allo spettatore emozioni, di scuotere nel profondo. E inumidire gli occhi.

Francesco Montonati

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