“Una casa di bambola”, revisione molto ‘particolare’ del testo di Ibsen

Casa di bambola _ foto di Tommaso Lepera (2)Una casa di bambola. C’è l’articolo una a differenziare questa mise en scene dal testo teatrale di Ibsen. E non solo questo. Una rivisitazione di base lo stravolge fin dalle fondamenta.
Se per valutare la riuscita di uno spettacolo ci limitassimo a calcolare l’intensità degli applausi, be’, allora la Casa di bambola di Andrée Ruth Shammah sarebbe un capolavoro. Se liquidassimo così la faccenda, potremmo definire lo spettacolo un successo. Il pubblico è contento e via dicendo. In effetti, lo spettacolo ha molti pregi: l’ottima prova recitativa di Marina Rocco, che resta tre ore in scena senza perdere un filo dell’energia che trasmette dall’inizio alla fine e che, anche nei momenti meno coinvolgenti, tiene viva l’attenzione dello spettatore. La delicata scenografia dai colori tenui e morbidi che ben si accorda con la leggerezza dei costumi. Ovazioni da stadio, poi, quando Filippo Timi (che interpreta ben tre ruoli) raggiunge il proscenio per i saluti. Qualcosa però non ci ha del tutto convinto.

Casa di bambola - foto di Tommaso Le PeraEra il 1879 quando Ibsen scrisse questo testo, piena epoca vittoriana. In cui la donna era considerata alla stregua di un soprammobile, una bambola appunto, per abbellire la casa. La mansione della donna sposata era unicamente quella di badare ai figli, alla casa. E obbedire al marito. Il testo tocca un tema profondo, il risveglio della bambola, la prima timida rivolta di una donna dopo anni di subordinazione al marito, il riconoscimento della sua individualità e del ruolo sociale che da sempre le era stato negato. Un desiderio così urgente da costringere la protagonista ad abbandonare i propri figli pur di conquistare l’affermazione di se stessa e del proprio spazio vitale. È un dramma esistenziale, per lei e per la famiglia. Il primo accenno di uno sconvolgimento che avrebbe coinvolto l’intera società.

Timi è un mattatore della commedia. Facile per lui conquistare e divertire il pubblico con faccette buffe, battute e ammiccamenti. Ma non si può risolvere un tale dramma con battute e sghignazzi. È tradire l’intenzione di un’intera pièce. Di un autore. E persino di generazioni di rivoluzionarie.
Marina Rocco, al suo fianco, recita in maniera diversa, resta in lei tutta l’intenzione del testo. Le sue emozioni sono ciò che la muove, e le sentiamo tutte. I due intenti recitativi cozzano, stridono, fino a sfociare in un paradossale epilogo durante la scena finale, il climax della vicenda. Nora, combattendo con tutta se stessa contro le convenzioni inalienabili che l’hanno accompagnata per l’intera esistenza, contro la sua educazione e idealmente contro l’intera società, rivela al marito di non essere più innamorata di lui. Di volerlo lasciare. Il risveglio della bambola. Quel momento, che dovrebbe essere il più alto, l’istante di pathos più profondo e puro dell’intera vicenda, è compromesso dalla reazione di Timi, orientata alla commedia, alla risata. E finisce che il pubblico, infatti, ride.
È apprezzabile l’intenzione di rendere il testo più fruibile (è stato tradotto e revisionato dalla stessa regista), ma il confine tra rielaborare un testo e snaturarlo è sottile, basta un niente a oltrepassarlo. E se vai a vedere Ibsen e torni a casa dicendo “simpatico”, non hai visto per forza qualcosa di brutto. Semplicemente non hai visto Ibsen.

Francesco Montonati

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