“Room”: thriller e dramma magistralmente uniti nella cronaca di un incubo

Da quegli undici metri quadrati – quelli della prigione di “Room”, nelle sale dal 3 marzo –  Brie Larson ha estratto un Oscar. Meritatissimo. L’attrice (e cantautrice) californiana aveva già messo le cose in chiaro aggiudicandosi il Golden Globe, ma con la mitica statuetta dell’Academy la consacrazione per lei è totale. Per questo Larson deve ringraziare, oltre che la sua personale intensità di interprete, il regista Lenny Abrahmson, autore di un’opera di grande valore.

Il suo “Room” – tratto dal romanzo di Emma Donoghue “Stanza, letto, armadio, specchio” –  è infatti la perfetta combinazione di due generi, il thriller e il dramma: non fusi, bensì collocati in ruolo di “staffetta”. Dei 118 minuti di pellicola, infatti, il regista irlandese spende la prima ora nell’angusto perimetro di una stanza nella quale il carnefice – uno psicopatico carceriere chiamato Old Nick (Sean Bridgers)  – ha recluso una giovane donna di nome Joy (Brie Larson) e il suo bambino di cinque anni, Jack (lo stupefacente Jacob Tremblay). In realtà, il figlio è il risultato di una violenza carnale da parte dell’orco e di una maternità in cattività. In questa parte del racconto, Abrahmson riesce a mettere in scena il piccolo mondo in cui si muovono i due reclusi, un mondo che per Joy (chiamata per il momento “Ma” dal bimbo) è una prigione da ben cinque anni, nella quale la ragazza eroicamente riesce a mantenere – anche grazie alla compagnia del figlio – una sanità mentale; per il piccolo Jack, questo invece è l’unico mondo possibile, mai conosciuto. Le immagini che sfociano dal piccolo televisore ammesso nella stanza sono, per Jack, creature di finzione, di un mondo che in realtà non esiste. Abrahmson  riesce a muoversi in questa manciata di metri quadri collocando magistralmente la macchina da presa, regalando allo spettatore prospettive ardite, primi piani intensi e punti di vista struggenti (come il pezzo di cielo ammesso dal lucernario nel soffitto, visto dal basso, o i due protagonisti reclusi, visti dall’alto). Se in questa prima parte sono i tempi del thriller e lo “sguardo” del narratore a predominare sulla storia, gioco forza trattenuta tra quelle quattro mura, nella seconda parte – quella dalla fuga rocambolesca del bambino in poi – vince la narrazione drammatica, che Abrahmson confeziona attingendo all’introspezione psicologica dei personaggi e alla puntuale scansione cronachistica di cosa può succedere a un individuo relegato per anni lontano dal mondo e improvvisamente catapultato nella vita normale. Su questo fronte, oltre alla straordinaria interpretazione della Larson, basti segnalare la scena più bella del film, interpretata con incredibile intensità dal piccolo Tremblay: Jack, sdraiato e nascosto sul furgone di Old Nick, che con sguardo inebriato si immerge nella grande quantità di cielo cui finalmente può accedere. Da qui verranno i primi contatti col mondo mai visto, quasi Jack fosse un piccolo alieno su un pianeta sconosciuto. Un film da vedere.

Ferruccio Gattuso

Room
Regia: Lenny Abrahamson
Cast: Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen
Distribuzione: Universal Pictures Italia
Uscita nelle sale:  3 marzo
Voto: 7,5/10

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