Ivan Il’ič si interroga sulla morte

DSC01520Lo spettacolo Ivan Il’ic (dal 9 al 13 marzo al Teatro Franco Parenti) prende spunto da “La morte di Ivan Il’ic”, racconto di Lev tolstoj pubblicato nel 1886 e fortemente influenzato da quella crisi religiosa e spirituale che sfociò nella conversione dell’autore. È permeato quindi di domande senza risposta che hanno per tema dominante la morte. Il significato di morte, dunque, in una rappresentazione che lascia da parte alcune figure importanti del racconto (come la moglie e i figli di Il’ic), per sostare e analizzare il rapporto intenso e genuino che lega il giudice Ivan con il servitore Gerasim, l’unico a capirlo realmente e ad avvicinarsi a lui senza preconcetti o secondi fini.

Lo spettacolo comincia in maniera caotica. Nicola Bortolotti, che interpreta il servitore, introduce, alla stregua di un aedo o di un cantastorie, la situazione. Ci parla del male di Il’ic, di sua moglie, delle sue reazioni e azioni, ed evoca i figli, figure queste che non vedremo mai. Udiamo voci femminili diffuse dagli altoparlanti e letture di stralci che ci ricordano il romanzo Anna Karenina, in un intreccio sonoro, visivo e narrativo piuttosto confuso. Poi, finalmente, ecco apparire Ivan Il’ic, e il suo servitore. E da qui la narrazione si fa più lineare.

DSC01439Ci si sofferma, come detto, sulla fase di avvicinamento tra Il’ic e il servitore, si indaga il loro rapporto e il senso di inquietudine, e a tratti di paura, che invade il malato. La consapevolezza di un evento tanto grande e definitivo quanto sconosciuto e incomprensibile, in un percorso spirituale che porta il protagonista alla pietà, per se stesso e per i suoi familiari, sempre distanti dal suo dolore.

Intrigano le fumose proiezioni che decorano le scenografie con immagini oniriche e ieratiche, dipinti caravaggeschi, colori ora tenui ora vivaci, luci e stelle che fluttuano, e invadono la scena su visioni astratte e fumose, e l’immagine di Ivan Il’ic nudo e ormai defunto, che ci riporta alla mente il Cristo morto di Andrea Mantegna o la celeberrima foto del cadavere di Ernesto Che Guevara. Dal basso, l’immobilità della morte restituisce tratti vitali e mistici, e la serena rassegnazione che accompagna Il’ic all’aldilà.

DSC01130Uno spettacolo stimolante per certi versi, sperimentale, che rivisita in maniera molto personale il racconto tolstojano. Sperimentare – per definizione – significa correre dei rischi, scommettere ogni istante la propria visione contro quella generale e storica legata al racconto che si vuole trattare. Il confine tra rivisitazione e tradimento del testo è labile e non sta a noi, in questa sede, decretarlo. Certo non ci convince del tutto quel preambolo che, pur apprezzabile a livello visivo e sul piano dell’evocazione del mondo tolstoiano, ci appare disordinato, confuso. Raccoglie su di sé la nostra attenzione senza aggiungere molto, come valore e significato, allo spettacolo. Ci proietta in maniera distaccata e frettolosa in uno svolgersi della vicenda, in media res, senza però dotarci di quel bagaglio di conoscenza dei personaggi (e della storia stessa), che ci aiuterebbe a entrare in contatto loro a livello emotivo, empatico e spirituale. Osserviamo da spettatori estranei, non coinvolti, al punto che, di fronte all’incommensurabilità della morte, ci troviamo a sorridere di alcuni farseschi spunti personali del protagonista (Mauro Avogadro, nella foto) che poco hanno a che vedere sia con il racconto sia con il significato profondo dello stesso.
Nonostante la bravura degli attori e il fascino evocativo delle scenografie, usciamo dal teatro pervasi da un senso di irrisolto. E forse di occasione sprecata.

Francesco Montonati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.