‘Il marito di Lolo”; io, marito di una pornostar

lolo

Dura la vita delle pornostar, lo sanno tutti. Ma che ne è di chi vive loro accanto? Antoine Jaccoud prova a spiegarselo (e raccontarcelo) con la pièce “Il marito di Lolo” (in scena da martedì 10 a domenica 29 maggio 2016 al Teatro Franco Parent, allestito da Benedetta Frigerio sotto la direzione di Andrée Ruth Shammah), tratto dalla vita di Lolo Ferrari, la pornostar con il secondo seno più grande del mondo.

La desolata scenografia di un edificio diroccato, una sedia. La debole luce di un pomeriggio denso di malinconia. Scarni elementi che ci riportano istantaneamente all’idea di disagio, di emarginazione. Di solitudine. Solo in scena Pietro Micci veste i (pochi) panni di André Borlat, il marito di Lolo, in un monologo con cui il personaggio si racconta, e si (e ci) pone le domande che lo attanagliano. Lo fa in maniera morbida, garbata, e con delicata, quasi infantile ingenuità.

L’intero monologo si dispone lungo l’asse umorale, tagliente e oltremodo scomodo, della solitudine, ed è intriso di quello stato d’ansia e di irrisolto che ci assilla nei momenti in cui ci sentiamo soli. E allora ci si crogiola nei ricordi, nelle nostalgie, nelle speranze e nei timori per il futuro. E ancora ci si perde in domande esistenziali.

È alla donna col seno più prosperoso del mondo che si rivolgono le sue ossessioni. A lei è indirizzata la moltitudine di lettere d’amore e di intenti che quotidianamente le invia. Mai una risposta. E i suoi ricordi, veri o falsi che siano, riempiono i vuoti, situazioni in cui due solitudini si incontrano e si compensano. Con gesti di amorevole premura o frasi che riconoscono e valorizzano l’altro.

Molto bravo Micci che, un’ora in scena da solo e lo spettatore tanto vicino che se allunga un braccio quasi riesce a toccarlo, lo coinvolge emotivamente facendo affiorare tutta una serie di stati d’animo spesso contrastanti. Guizzi improvvisi come momenti di malinconia e dolore, senza orpelli recitativi a caricare la scena o il gesto. Nella voce aleggia sempre un sentimento essenziale. L’amore. Un senso protettivo nei confronti dell’oggetto di questo amore, e una vaga richiesta di ricambiarlo. La domanda è ‘perché la gente si ama?’. Cosa la induce al dare a perdere, senza niente in cambio? Il desiderio di restituire l’amore ricevuto? La ricerca di un accrescimento reciproco? Forse. Forse è questo. O forse soltanto il non voler stare da soli.

Francesco Montonati

 

 

 

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