“Virginedda Addurata”, lo sguardo cinico di un’immaginaria Santa Rosalia

doria_vitale_Un brutto fatto di cronaca nera è lo spunto da cui nasce “Virginedda Addurata”. Una donna al nono mese di gravidanza, dopo aver subito per anni soprusi e violenze fisiche e psicologiche da parte del marito, cade nel suo ultimo, fatale tranello. Egli la attira vicino al fiume e, insieme all’amante, le fracassa la testa a colpi di pala. Poi cosparge il cadavere di benzina e gli dà fuoco.

Da qui Giuseppina Torregrossa (autrice della pièce e di numerosi romanzi) inizia a tessere le fila dello spettacolo. La verginedda, la santuzza, Santa Rosalia, non è che un espediente per sollecitare lo spettatore alla riflessione. Riflessione che, come un filo di luce attraverso un prisma, si frammenta in una moltitudine di sfumature variegate e cangianti, tutte legate tra loro ma ognuna diversa e unica. Emergono il tema della violenza sulle donne, quello della dipendenza affettiva, della fede incondizionata e della fede che chiede qualcosa in cambio e non è mai appagata. Il tema della parola per riempire i silenzi e quello dei silenzi che riempiono i vuoti.

Santa Rosalia ha vissuto per anni nella solitudine, nel silenzio e nella preghiera. Eremita, ha trascorso la vita abitando ora una grotta ora un’altra, trasferendosi quando il suo nascondiglio veniva scoperto. L’autrice immagina le reazioni della santa oggi, davanti alla moltitudine di pellegrini che ogni giorno affollano la sua grotta in cerca di un miracolo, magari, oppure soltanto di un gesto che restituisca loro il valore delle loro preghiere.

Ed è a lei che, a turno, si rivolgono anche le preghiere delle protagoniste del dramma. La moglie di Peppino, che sembra amare suo marito nonostante tutto e accettare ogni genere di angherie pur di non rimanere sola; una loro figlia, che non si capacita di come la madre possa resistere in quelle condizioni; l’amante, il cui sentimento per Peppino e la naturalezza con la quale si assume il ruolo della puttana del paese riescono a rendere labile il confine stesso tra bene e male.
Il sacro intervento, ora, è sempre meno sicuro, lo sguardo divino non più garanzia di grazia ultraterrena.

Brave le attrici Egle Doria e Francesca Vitale, energiche e versatili, che portano in scena i modi e la rotondità della parlata siciliana, il profumo di finocchietto selvatico e la potenza dell’Etna.
La poesia di cui è permeato il testo e che di tanto in tanto fa capolino ora in un pensiero ora in un ricordo dei personaggi e la leggerezza con cui è rappresentata la figura ironica e beffarda della santa rispetto a quelle tormentate che le chiedono aiuto mitigano la gravità di temi tanto importanti senza mai privarli del valore e del rispetto che meritano.

Alcune soluzioni registiche (Nicola Alberto Orofino) – un po’ troppo concettuali e reiterate – rischiano di apparire forzate, posticce, e di rallentare il fluire dello spettacolo e della narrazione, in una rappresentazione comunque piacevole e molto stimolante.
“Virginidda Addurada” (in scena al Teatro Libero dal 21 al 23 maggio) è l’ultimo appuntamento di “Palco off – Autori, attori, storie di Sicilia” a cura dell’Associazione “La Memoria del Teatro”, interessante rassegna teatrale dedicata alla Sicilia approdata a Milano lo scorso ottobre.

Francesco Montonati

 

In casa d'altri

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