“Colonia”: fuga dal lager più insolito nel Cile di Pinochet

 

Una storia agghiacciante, e purtroppo vera. La storia di una fuga da un lager insolito nascosto al mondo, nel Cile di Pinochet. Va ricordato però che quel posto da incubo  esisteva – coperto da complicità  presenti persino all’interno dell’Ambasciata tedesca a Santiago – anche nel Cile prima della dittatura. Con il colpo di stato dei militari del 1973, il bubbone di cui parleremo semplicemente si incistò con maggiore efficacia, collaborando con i torturatori e rispecchiando appieno la discesa morale agli inferi dello sfortunato paese sudamericano.

La storia è quella di “Colonia”, pellicola diretta dal tedesco Florian Gallenburger (suo l’ormai lontano “Queiro ser”, premio Oscar per il cortometraggio quattordici anni fa), nelle sale italiane dal 26 maggio. Prendendosi qualche libertà furbesca, e giocando abilmente tra romanticismo e politica, Gallenburger racconta la vicenda da incubo di cui sono protagonisti due giovani innamorati tedeschi, Lena (Emma Watson, ormai lontana dalle magie di “Harry Potter” e sempre più carica di bellezza e fascino e Daniel (Daniel Brühl). Lei è una hostess, lui un giovane ambientatosi in Cile e presto diventato un’attivista della sinistra filo-Allende. Quando si realizza il tragico golpe del Generale Pinochet, i rastrellamenti dei dissidenti sono immediati: Lena e Daniel vengono prelevati in strada e condotti al famigerato stadio di Santiago, dove viene compiuta la selezione di chi verrà soppresso, torturato o, fortunatamente, rilasciato. Lena viene liberata, Daniel finisce nel gorgo della tortura. A quel punto Lena non intende più lasciare il paese, cercando di avere notizie del suo ragazzo. Quando le tracce di Daniel portano nel Sud del Cile, in una misteriosa comunità cristiana protestante evangelica – una specie di “villaggio modello tedesco”, Lena decide di entravi spacciandosi per una giovane integralista. Il problema è che, una volta entrati a Colonia Dignidad, uscire diventa impossibile: circondata da filo spinato e allarmi, la colonia è una sorta di lager religioso retto dittatorialmente da un “guru” invasato e pedofilo di nome Paul Schäfer (Michael Nyqvist), detto Pius, uomo potente, amico dei militari, con insospettabili influenze. La vita nella comunità è un incubo: separazione tra donne e uomini, distruzione del nucleo famigliare, violenze fisiche e psicologiche, lavoro duro nei campi, impossibilità di fuga, puritanesimo fanatico. In quell’inferno – sorta di declinazione religiosa di ciò che il Cile è politicamente di fronte al mondo – Lena ritrova Daniel, sopravvissuto alle torture e apparentemente diventato demente. Sarà possibile entrare in comunicazione con lui, e con lui pianificare una fuga, dalla colonia prima e dal paese poi?

É esattamente in questo – dopo l’incipit francamente deludente e insopportabilmente melò – che consiste la migliore dote di “Colonia”. Nel racconto di una realtà effettivamente esistita e di cui pochi se non pochissimi sono a conoscenza: la realizzazione di Colonia Dignidad e la fuga dei due protagonisti. Assistere all’ennesima messa in scena, per di più non scrupolosa, del golpe di Pinochet non avrebbe avuto senso: esistono film artisticamente superiori  e più meritevoli sul tema del Cile e, in generale, delle dittature di destra sudamericane, basti pensare a titoli come “Hijos”, “Garage Olimpo”, “Tony Manero”, “No”, solo per citarne alcuni. Ma tuffarsi nell’incubo di Pius e del suo delirio utopico religioso, sebbene in un film scritto non perfettamente (i dialoghi tra i due protagonisti sono poca cosa, la costruzione dei personaggi è approssimativa) dà al film di Florian Gallenburger una indubbia dote di interesse.

Forse, il film avrebbe dovuto spigarci due o tre cose in più, sulle quali colpevolmente sorvola. Perché non dirci che Paul Paul Schäfer “Pius” era un ex nazista? Perché non specificare, almeno in un veloce passaggio, che la fanatica colonia era di confessione evangelica, e dunque protestante? Si sa che il cristianesimo protestante permette a qualsiasi laico di fondarsi una sorta di Chiesa con adepti, proprie regole e interpretazioni del vangelo, et cetera. Fare di ogni erba (leggasi: di ogni cristiano) un fascio è francamente troppo superficiale. Delle performance attoriali, basti dire che il più convincente è proprio il “villain!” di turno: Michael Nyqvist come Pius nonostante (o forse proprio per questo) sia ossessionato dalla minaccia del demonio è letteralmente mefistofelico. Subito dopo lui, Richenda Carey è perfettamente detestabile nel ruolo della “kapò” Gisela. Emma Watson, detto chiaramente, comincia a farsi le ossa con ruoli drammatici, rivelando barlumi di intensità che, chissà, fioriranno un domani in qualcosa di più solido.  Daniel Brühl, infine, non ci sembri entri mai in empatia con la storia e col ruolo. Come spesso gli accade.

Ferruccio Gattuso

Colonia
Regia: Florian Gallenberger
Cast: Emma Watson, Daniel Brühl, Michael Nyqvist
Distribuzione:  Good Films
Uscita nelle sale:   26 maggio
Voto: 6,5/10

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