“In nome di mia figlia”: Daniel Auteuil è un padre che non si arrende

 

Ci sono battaglie che non vorresti mai combattere, ma alle quali – quando ti ci ritrovi dentro – non ti puoi sottrarre. Una di esse è quella di André Bamberki (Daniel Auteuil), padre determinato a scoprire la verità sulla morte della propria figlia (Emma Besson): è lui il protagonista assoluto del film “In nome di mia figlia” di Vincent Garenq, nelle sale dal 9 giugno.

Una pellicola asciutta, anzi potremmo addirittura definire fredda nell’esposizione, che non si concede mai al sentimentalismo o a un taglio vagamente “epico” per dare corpo, agli occhi dello spettatore (in questo senso lasciate perdere la deleteria colonna sonora musicale utilizzata per il trailer ufficiale del film, qui sopra), a una battaglia individuale realmente avvenuta e durata oltre trent’anni. Tale è la lunga parte di vita che Bamberki sacrifica – perdendo affetti e amicizie, compromettendo il proprio lavoro – per raggiungere il traguardo della verità, in un percorso a ostacoli disseminato di ostruzionismi internazionali, lentezze burocratiche, inefficienze giudiziarie.  Una storia claustrofobica dal sapore kafkiano che fa pensare, a noi spettatori italiani, che forse la Malagiustizia non sia un copyright esclusivo italico. La storia di Bamberki comincia negli anni Ottanta quando la figlia quattordicenne Kalinka muore misteriosamente mentre è in vacanza con la madre, non più  moglie di Bamberki dal momento che si è da qualche tempo legata sentimentalmente a un suo ex amico, l’affascinante medico Dieter Krombach (Sebastian Koch). Nulla della morte di Kalinka sembra limpido: la ragazza aveva subito un’inspiegabile iniezione di ferro dal patrigno “per motivi di abbronzatura”, dopodiché si era spenta. Dagli esiti dell’autopsia (alquanto sommaria e, scoprirà Bamberki, inficiata dallo stesso Krombach), il padre  viene a scoprire che molto probabilmente la figla ha subito violenza sessuale prima di morire. I suoi sospetti cadono sul patrigno, difeso strenuamente però dalla ex moglie che lo accusa di atteggiamento vendicativo verso colui che gli ha tolto la moglie. Le indagini che Bombarki condurrà con l’aiuto di alcuni legali portano a esiti terrificanti, che fanno pensare a Kormach come a uno stupratore seriale di giovanissime. Bombarki non riesce a far incriminare l’uomo in Germania, dove vive, dunque non gli resta che tuffarsi in una battaglia giudiziaria per trasformarlo in criminale internazionale e farlo estradare.

Il film, come detto, racconta in modo cronachistico e per nulla emozionale la triste vicenda, che si regge fortunatamente sulla bravura di Daniel Auteuil. L’accuratezza giudiziaria della narrazione e la performance dell’attore francese controbilanciano qualche debolezza narrativa di altro genere, come ad esempio la mancanza di qualche suggerimento che aiuti lo spettatore a capire perché la Germania si impegnò così strenuamente a non far punire – anche di fronte all’evidenza dei fatti – il proprio connazionale. Resta il fatto che la vicenda sappia avvincere lo spettatore, a prescindere dalla sua declinazione cinematografica.

Ferruccio Gattuso

In nome di mia figlia
Regia: Vincent Garenq
Cast: Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie-Josée Croze
Distribuzione:  Good Films
Uscita nelle sale:  9 giugno
Voto: 7/10

innomedimiafiglia

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