“Café Society”: il nostalgismo e l’insoddisfazione esistenziale di Woody in una commedia “letteraria”

Gioca tra cinema e letteratura, prelevando qualche strumento della seconda per calarla nel primo, Woody Allen nel suo ultimo film “Café Society” in uscita nelle sale il 29 settembre. Commedia malinconica, disincantata e idealista a un tempo, che parte elettrizzante e divertente, si   irrigidisce in una certa ripetitività  nella parte finale ma recupera e conquista all’ultimo colpo di reni con una chiusa struggente su due volti, due aspirazioni, un amore reso impossibile dalle circostanze e una dissolvenza incrociata d’altri tempi. Anche in film “minori” come questo, Woody Allen regala la sua ‘weltanschauung’ classica e affascinante, la sua “epica quotidiana” ebraica, l’ironia (seppur dosata col contagocce) e quei movimenti di macchina altrettanto classici ma  infallibili, capaci di portarti letteralmente dentro una scena.

E a occupare quella scena è sempre la vita normale, con i suoi tic più prosaici, anche se si parla di protagonisti – come avviene in “Café Society” – certo non normali, per molti versi esclusivi. Tocca a Jesse Eisenberg vestire il ruolo di ciò che Woody sarebbe sul set se solo l’anagrafe non glielo impedisse. E a dire il vero, Eisenberg si rivela più goffo, fisicamente impacciato, improbabile e inelegante nelle giacche anni ’30 della storia di quanto sia mai stato fino ad oggi il piccolo e certo non avvenente Allen. Nell’America anni ’30 Bobby Dorfman è un giovane ebreo di Brroklyn, stanco della vita da bottegaio accanto al padre e in cerca di prospettive più luminose di dover alzare una saracinesca tutti i giorni, sopportare una tipica yiddish mame insoddisfatta e verbosa, un cognato intellettualoide comunista e un fratello protettivo ma anche molto… gangster. Così, quando nasce l’occasione di tentar fortuna a Hollywood dove lo zio Phil (Steve Carell) fa l’agente delle star del cinema Bobby non se la lascia scappare. Giunto laggiù, non senza fatica riesce a strappare un impiego al potente zio e a conoscere la sua bella segretaria Vonnie (Kristen Stewart), disillusa come lui sulle ipocrisie e le mediocrità dell’universo hollywoodiano: ovviamente, se ne innamora e riesce anche a conquistarla, ma solo parzialmente. Perché Vonnie ha una complicata relazione con un uomo sposato, più grande di lei. Chi sceglierà alla fine Vonnie? Quali decisioni prenderà Bobby che, sempre più disgustato dalla falsità di Hollywood, sente di nuovo il richiamo di New York e vorrebbe portarsi a casa Vonnie come moglie? Lasciamo la risposta a chi andrà a vedere il film.

Woody Allen ha ovviamente buon gioco a portare sullo schermo la Hollywood dell’epoca d’oro – quella dei film citati nella storia, come ad esempio “La signora in rosso” di Robert Florey con Barbara Stanwyck, 1935  – un mondo che adora in modo sperticato per ciò che ha prodotto ma dalla quale professionalmente e filosoficamente si è sempre tenuto alla larga: Errol Flynn, Joan Crawford, Spencer Tracy, Ginger Rogers sono i nomi che, nel film, vengono evocati come note perfette di uno spartito, come quel jazz che egualmente affiora nelle vesti di colonna sonora e anche in quelle di “attore non protagonista” sulla scena. Hollywood è però anche il paradigma dell’eterna insoddisfazione alleniana per la vita e per l’amore: come questi ultimi la Mecca del Cinema nasconde dietro la meraviglia di ciò che scorre sullo schermo – storie bellissime, interpretate da grandi star – la prosaicità della disillusione. L’amore perfetto non esiste o, se esiste in teoria, non può concretizzarsi in una pratica relazione; la vita va vissuta “come se ogni giorno fosse l’ultimo”, il problema è che “prima o poi ci azzeccherai”.

A prescindere dalla storia divertente ma non inedita, il cast – Eisenberg, Stewart e Carell su tutti –  è assolutamente senza difetti. La fotografia di Vittorio Storaro (prima collaborazione con Allen) è “letteraria” quanto le intenzioni narrative dell’autore (che infatti non si risparmia nella voce fuori campo), volutamente evidente e poetica con i suoi caldi colori al servizio dei momenti più struggenti e romantici. Non sarà il miglior Allen, “Café Society” è comunque un film da vedere.

Ferruccio Gattuso

Café Society
Regia: Woody Allen
Cast: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carell
Distribuzione:  Warner Bros. Pictures Italia
Uscita nelle sale:  29 settembre
Voto: 6,5/10

cafesociety

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