“Il mondo di McCurry” alla Venaria Reale, sguardi che raccontano storie

mccurry_mostra_4467Vi è mai capitato di finire un libro, chiuderlo e rimanere stralunati a riflettere su cosa vi abbia lasciato? Perché è chiaro che qualcosa dentro di voi si è mosso, anche se non sapete cosa. Un click, una lieve scossa, difficile da comprendere, eppure viva abbastanza da scombussolarvi. E ci pensate, riflettete, fino a rimanere increduli davanti all’evidenza che effettivamente sì, qualcosa è successo: quel libro vi ha cambiato. Il vostro modo di vedere, di percepire le cose, di intenderle e di attribuire loro valore non sarà più lo stesso.
In modo analogo, se visitate questa mostra, fate attenzione. Potreste uscirne diversi.

mccurry_042_peshagfdfgdfwar_-pakistan_-1984_copyright_steve_mccurryNella Reggia di Venaria, grandioso complesso monumentale alle porte di Torino e capolavoro dell’architettura barocca, è allestita la mostra “Il mondo di Steve McCurry” (visitabile fino al 16 ottobre).
Autore del ritratto della ragazza afgana Sharbat Gula
, celeberrima foto di copertina del National Geographic (giugno 1985), McCurry è un punto di riferimento della fotografia moderna. La rassegna, che a fine agosto aveva già registrato più di 120.000 visitatori, comprende una selezione di oltre 250 foto di grandi formati – le fotografie più famose scattate in trent’anni di carriera e alcuni suoi ultimi lavori inediti – e la visita è accompagnata dal commento del maestro con l’audioguida inclusa nel biglietto di ingresso.

La forza espressiva della fotografia di McCurry è stupefacente, capace di sbalzarti dalla comoda dimensione di spettatore a una realtà incerta, in bilico tra la vita e la morte. Un istante, un racconto. Un viaggio. C’è tutto questo dietro ogni immagine. C’è il mondo. Davvero il mondo.
Molti i luoghi lontani e quasi inesplorati che fanno da sfondo a scene di vita aliene ed esotiche. Mondi popolati da soldati bambini, pastori nomadi, mercanti di fiori, monaci guerrieri, o combattenti ribelli. Ma non è la distanza a togliere il fiato. Non sono i costumi e le culture lontane.

zmccurry_09_weligama2_sri_lanka_1995_copyright_steve_mccurryMcCurry è in grado di sorprendere con geometrie perfette, nitide, composizioni in cui l’equilibrio si accorda con la forza evocativa. Davanti a una sua foto potreste iniziare a viaggiare voi stessi, a vivere attimi tra le bombe, gli stenti e la miseria, ai confini del mondo e della civiltà. E infine potreste capire che finora le cose le avete viste, ma quasi mai sentite. Potrebbe capitarvi di rimanere decine di minuti ad ammirare una fotografia, e all’improvviso smettere i panni dei pallidi spettatori, inerti e distanti, e vestire idealmente quelli dei mujaheddin afgani. Strisciare con loro tra le macerie e le bombe, sotto il vorticare furioso degli elicotteri sovietici e il terrore rosso delle esplosioni.

mccurry_01_nuristan_-afghanistan_1979_copyright_steve_mccurry-bassa-come-oggetto-avanzato-1Trasfigurazione, questa, non dettata solo dalla vista dei luoghi annientati dalla guerra. L’unicità delle foto di McCurry, infatti, sta nel mostrare attraverso le persone, cogliendo attimi di unica genuinità. La guerra, per esempio. Non la si legge nei palazzi distrutti o nella polvere del deserto. La si scorge negli occhi degli uomini e delle donne ritratte, preoccupati, sospesi, e talmente vivi da restituire vissuti ed emozioni che a parole non si possono spiegare.
Le composizioni, i pesi chiaroscurali, le geometrie, le prospettive, i colori, il movimento, i tagli, i punti di vista, l’audacia focale, le scene ritratte, i personaggi, la magia dei luoghi, la fugacità dell’attimo; tutto si fonde mirabilmente in un’unione che cattura momenti in modo unico e autentico.

Commentando alcune delle proprie foto, McCurry le definisce meravigliose. Perché le ha fatte lui, verrebbe da dire. No. I suoi sono giudizi lontani dal narcisismo e dall’autocompiacimento. Parla di bellezza, è vero. Ma la bellezza effimera del momento. Perché la foto è lì, nascosta, e il reporter ha il solo merito di saperla scovare. Aspettare l’attimo giusto e renderlo eterno. Questo è ciò che fa McCurry, ogni attimo, ogni giorno della sua vita. Persino quella volta quando, richiamato dal fragore, si è affacciato alla finestra del suo ufficio. È da lì che ha visto il simbolo di New York scomparire a poco a poco.
“Ho preso la macchina fotografica”, racconta, “ e ho iniziato a fotografare. Perché questo è il mio mestiere. Sono un reporter documentarista. E devo documentare”.
Ogni scatto di McCurry è afflato cosmico, poetico, assoluto. Ed eterno, poiché continua a vivere nello spettatore.
Una mostra, quella alla Venaria Reale, che vi offrirà tutto questo.

Francesco Montonati

Foto © Steve McCurry

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