“Oasis: Supersonic”: l’ultimo rock prima di… Internet

Tocca a Mat Whitecross, regista di documentari e fiction (suo, insieme a Michael Winterbottom, “The Road To Guantanamo”, Orso d’argento come Migliore regia alla Berlinale 2006) realizzare “Oasis: Supersonic”, nelle sale nei giorni 7, 8 e 9 novembre. Documentario grazie al cielo atipico per costruzione, senza voci estranee fuoricampo, senza commenti di “colleghi” accomodati sulla classica poltrona e senza, soprattutto, troppa enfasi.

La mossa vincente di questa narrazione degli anni più importanti della carriera della rock band di Manchester – dagli esordi ai tour internazionali, fino al mega concerto di Knebworth nel 1996, di fronte a 250.000 spettatori – è quella di affidarsi ai commenti diretti dei protagonisti, soprattutto Liam e Noel Gallagher, i fratelli pestiferi, inconciliabili e talentuosi alla guida degli Oasis. A ciò va aggiunta l’intuzione felice di spiegare la parabola artistica della band anche (ripetiamo: anche) attraverso una lettura, come dire, psicanalitica. I Gallagher vengono rappresentati come il risultato umano di una formazione biografica famigliare per nulla facile, dominata per buona parte della loro giovinezza da un padre di origini irlandesi violento e in continuo contrasto con la moglie, la quale – come madre di Liam e Noel – dà il suo prezioso contributo di commento all’opera. La rivalità ma anche le solidarietà tra i fratelli, il cambiamento di relazione con la musica di Liam, il rifugio nella chitarra di Noel, la durezza dei rapporti interpersonali nelle file della band, tutto sembra avere una spiegazione nella formazione famigliare dei due  Gallagher.

Dopodiché, c’è il racconto musicale legato alle scelte stilistiche, ai cambi di formazione, ai live e alla realizzazione degli album in studio, che difficilmente può deludere coloro (non necessariamente i fan degli Oasis) che per la musica provano interesse. Da questo punto di vista, l’unico difetto del lungometraggio è quello di non offrire a un pubblico di giovane età, a un “millenial” che per miracolo fosse interessato alla storia degli Oasis,  un quadro chiaro di cosa accadeva musicalmente (ma anche storicamente) in quel periodo. Del tutto Oasis-centrico, “Oasis: Supersonic” nomina vagamente qualche altra realtà contemporanea del panorama rock (i Verve, ad esempio), non cita nemmeno per sbaglio i coevi Blur, insomma mantiene un simbolico occhio di bue luminoso sui Gallagher e soci senza interessarsi troppo a ciò che si muove(va) intorno a loro.

Va dato merito però all’opera di ricordare al pubblico che quella degli Oasis fu una delle ultime parabole del rock, prima che la rivoluzione digitale, il mutamento iper-individualista della fruizione musicale, il crollo delle vendite dei dischi e naturalmente Internet stravolgessero ogni cosa. Gli Oasis in primis, ma anche gli altri artisti del Brit-Pop anni ’90, così come anche in America l’universo grunge,  segnarono il ritorno ai suoni rock genuini, ruvidi, se si vuole anche imprecisi e comunque concettualmente non rivoluzionari, ma finalmente non patinati, dopo la sbornia “sintetizzata” e pop degli anni ’80. Dopo tutto ciò, il rock avrebbe detto basta. Oggi, rassegniamoci, ci sono i deejay che osano dire “stasera suono” (nel tal locale). Amen.

Ferruccio Gattuso

Oasis: Supersonic
Regia: Mat Whitecross
Cast: documentario
Distribuzione:  Lucky Red
Uscita nelle sale:  3 novembre
Voto: 8/10

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