“Sully”: Tom Hanks memorabile, Clint un po’ stanco

 

Una storia americana al 100%, newyorchese  al 200%. Un fatto di cronaca che forse un europeo può ricordare, ma nemmeno troppo bene, soprattutto perché il suo epilogo non fu tragico e la legge crudele dei media la si conosce: tutto è bene quel che finisce male. Clint Eastwood  sceglie il miracoloso atterraggio del volo di linea US Airways 1549 sulle acque del fiume Hudson come sua ultima tentazione cinematografica, per dirci che – con quell’atterraggio e quel lieto fine – l’America tirò un sospiro di sollievo e in qualche modo tornò a pensare positivo dopo la tragica ferita dell’11 Settembre.

La storia di “Sully” – nelle sale dall’1 dicembre – è infatti quella del comandante  Chesley “Sully” Sullenberger che, in duecentootto angoscianti secondi passò dal decollo del proprio aereo all’impatto con uno stormo di uccelli, al danneggiamento totale di entrambi i motori sulle ali e alla decisione di ammarare sul fiume Hudson per non precipitare su New York o sulla strada verso i due aeroporti più vicini, il La Guardia o Newark. Ciò avvenne il 15 gennaio 2009, in una New York immobilizzata dal gelo. Sullenberger e il suo vice Jeff Skiles dovettero in pochissimo tempo prendere delle decisioni per salvare le 155 anime a bordo del velivolo. Una volta ammarati, miracolosamente tutti salvi, sull’Hudson, immediato fu l’intervento dei soccorsi fluviali e delle forze dell’ordine. A pochi anni dalla tragedia delle Torri Gemelle, la comunità newyorchese – e, attraverso di essa, l’intero popolo americano  – dimostrò di essere compatta, solidale, pronta alla mutua assistenza. Sullenberg diventò, nel giro di poche ore, un eroe nazionale, la gente lo elesse a beniamino, ma la compagnia aerea per cui lavorava diede via a indagini per stabilire se la sua decisione di ammarare non fosse stata improvvida, poiché forse sarebbe stato possibile dirigersi in uno dei due aeroporti più vicini. Certo, la possibilità c’era ma – proveranno Sully e il suo vice – solo escludendo il “fattore umano”, vale a dire se improvvisamente i due piloti avessero deciso immediatamente di dirigersi – escludendo tensione, stupore per l’accaduto e valutazione dei pro e contro – verso uno delle piste aeroportuali. Invece – racconta il film e, dietro di esso, racconta Clint Eastwood – la deviazione, la scelta di ammarare ma soprattutto l’abilità nell’evitare il disastro furono nelle mani di Sully. Un uomo.

Per il suo ultimo film Eastwood torna a raccontare la storia di un buon americano, come in fondo lo era il cecchino di “American Sniper”. É Sully a simboleggiare l’americano, suggerisce il vecchio Clint, in estinzione. L’unico che potrebbe ridare speranzam  a un Paese con i suoi valori: il senso di responsabilità verso sé stesso e i propri passeggeri, l’amore per il proprio lavoro e per la propria famiglia. Temi eastwoodiani doc, radicati nell’estetica e nell’epica americana: l’individuo e la comunità da una parte, la burocrazia cinica e senza volto dall’altra. Una storia americano-centrica, in quello che forse si potrebbe definire come il primo film dell’era Trump, e non è un caso che il vecchio Clint abbia tifato per il nuovo presidente che fa storcere il naso all’universo mondo. L’America ha voglia di pensare a sé stessa, cerca di recuperare una propria narrazione positiva, con i propri eroi, i propri luoghi e perfino il proprio linguaggio. Piaccia o non piaccia.

Quel che non ci convince è, però, la stanchezza di Clint Eatwood, il taglio obsoleto (qualcuno l’ha definito “classico”) dell’esposizione, nonostante i moderni balzi avanti e indietro nella storia a ritornare sui famosi duecentootto secondi visti da diverse angolazioni. Non è tanto il thrilling a bordo dell’aereo che interessa a Eastwood, quanto evidentemente la tenzone disciplinare (dal vago sapore maccartista) davanti alla commissione per stabilire eventuali responsabilità. Il film, invece, cola letteralmente a picco nei desolanti, banali dialoghi telefonici tra Sully e la moglie (interpretata da una sprecatissima Laura Linney, eternamente in ambasce e francamente insopportabile). Sarebbe quasi impossibile, dunque, entrare in empatia col film se non si dovesse parlare di uno dei migliori Tom Hanks di sempre, grandioso nel lavoro di sottrazione, capace di veicolare tensione e rigore morale attraverso il semplice sguardo. Accanto a lui un’ottimo Aaron Eckhart nel ruolo del vice pilota Skiles. Cui si deve, peraltro, la fulminante battuta finale del film, in uno splendido primo piano.

Ferruccio Gattuso

Sully
Regia: Clint Eastwood
Cast: Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Uscita nelle sale:  1 dicembre
Voto: 5,5/10

sully

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