“É solo la fine del mondo”: Xavier Dolan porta sullo schermo un dolente kammerspiel

 

 

I cultori del cinema “indie” cominciano già a storcere il naso: budget più importante, cast stellare. E, soprattutto, il fatto che lo straordinario talento del canadese Xavier Dolan ha iniziato a farsi notare ed apprezzare da un pubblico più ampio. Insomma, il fantasma del “mainstream” è dietro l’angolo, se si pensa che Dolan è già al lavoro al prossimo film, la cui produzione e lavorazione sarà americana. Togli il giocattolo della scoperta, il rito carbonaro e insomma i trastulli oligarchici ai soliti cerchi magici con la puzza sotto il naso e getti le premesse per il loro sconforto e la loro irritazione. “É solo la fine del mondo” – nelle sale dal 7 dicembre –, è vero, forse non ha la forza vitale e l’originalità del film precedente di Dolan, “Mommy”. Ma da qui a essere archiviato come “delusione” ce ne passa. Che film di questa qualità escano nei cinema (non parliamo del Grand Prix vinto a  Cannes, perché le onorificenze da festival contano fino a un certo punto) è ancora una fortuna.

Il regista di Montreal porta sullo schermo l’omonima piéce teatrale di Jean-Luc Lagarce, realizzando un pregevole kammerspiel dove a un diluvio di parole corrisponde l’assoluta incomunicabilità. I protagonisti della storia si muovono in un microcosmo claustrofobico sonoro  prima ancora che logistico. Sono le parole dette e non dette, dunque la loro forma in pensiero (rancori, equivoci, incomprensioni, scontri di sensibilità differenti) a creare la prima prigione, la seconda essendo un appartamento in cui si ritrova un nucleo famigliare immancabilmente disfunzionale.

Louis (Gaspard Ulliel), giovane scrittore e sceneggiatore di un certo successo, torna a casa dopo una lunga assenza: la sua distanza, durata dodici anni, ha lasciato una profonda ferita tra i suoi famigliari. In realtà l’uomo è tornato a casa per un motivo più profondo del richiamo nostlagioco per casa: deve annunciare la sua imminente morte a causa di una malattia. Quel che è appare chiaro sin dall’inizio del film è che per Louis, individuo molto sensibile, sarà tutt’altro che facile rivelare la dolorosa verità alla madre (Nathalie Baye), alla giovane sorella Suzanne (Léa Seydoux) che di lui conserva un ricordo più sfumato per averlo visto partire quando ancora era una bambina in tenera età, e soprattutto allo scontroso, solo apparentemente insensibile fratello maggiore Antoine (Vincent Cassell). A completare il quadro, come “ospite” eppure la più affine a Louis per indole e sensibilità, la moglie remissiva di Antoin, Catherine (Marion Cotillard).

Più che le scelte registiche (e musicali, come sempre particolari) di Xavier Dolan, in definitiva molto rispettose della dimensione teatrale della messa in scena (unica eccezione: i primi piani stretti insistiti sui volti, evidente suggestione claustrofobica), sono i protagonisti – tutti assolutamente impeccabili – a dare corpo e sangue a questo film. Sebbene Dolan sia per tradizione molto attento alle figure femminili, è quella maschile di Antoine a dominare, con il suo intreccio di collera, fastidio, rancore e intensa sofferenza. Dopo di lui, a vincere è l’altro estremo caratteriale di questa sconclusionata umanità, la silenziosa moglie Catherine che ha, da subito (in una scena “muta”, tra le più intense ed emozionanti del film),  intuito la verità dietro al ritorno di Louis. Non c’è redenzione nel ritorno dell’evangelico Figliol Prodigo, non c’è parabola. Solo una solitudine che si allontana, dopo averne salutate di altrettante.

Ferruccio Gattuso

É solo la fine del mondo
Regia: Xavier Dolan
Cast: Marion Cotillard, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Nathalie Baye
Distribuzione:  Lucky Red
Uscita nelle sale:  7 dicembre
Voto:  9/10

 

 

 

justelafindumonde

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