I matti sono fuori, il tridente Covatta, Iacchetti, Dix ancora unito in ‘Matti da slegare’

Matti-da-Slegare-01“La paura della solitudine”. Così Enzo Iacchetti ci ha risposto quando gli abbiamo chiesto cosa più lo accomunasse con Elia. E visto che Elia è il personaggio di una commedia, ci è subito chiaro che non siamo qui solo per fare due risate.
‘Matti da slegare’ (in scena al Teatro Carcano dal 17 al 20 marzo per la regia di Gioele Dix) è un testo tratto da ‘Elling & Kjell Bjarne’ del norvegese Ingvar Ambjørnsen e riadattato per il teatro da Axel Hellstenius (da cui il film candidato all’Oscar nel 2002 “Fratelli di Sangue”).

Elia e Giovanni (Giobbe Covatta) hanno vissuto per anni in una struttura psichiatrica. Diverse sono le problematiche che li affliggono. Elia ha passato gran parte della sua vita invischiato in un rapporto morboso, di forte dipendenza dalla madre. E quando questa muore, il senso di vuoto si impadronisce di lui e della sua vita. Lo piega, lo soffoca. Incapace di muovere passi non guidati sul suo percorso esistenziale, viene internato.
Qui incontra Giovanni – un uomo rude, ossessionato dal sesso, tanto chiacchierato ma mai sperimentato – e vi si lega in maniera indissolubile, fondendosi in un rapporto di amicizia. Loro ancora di salvezza e capsula di sicurezza entro cui ripararsi per affrontare la vita.

Elia è un tenero e fragilissimo bugiardo patologico. A sentire lui, con la divisa di ufficiale di marina addosso è stato in ogni parte del globo e ha partecipato a ogni genere di avventura e guazzabuglio sessuale. E sentire lui è proprio quello che fa Giovanni, da anni, lasciandosi ammaliare dalla magia delle sue storie esotiche e piene di fascino. Ben consapevole – più volte la dottoressa della struttura le ha sbugiardate – che sono solo frutto dell’immaginazione di Elia e delle sue reminiscenze letterarie.
È un universo di rassicurante bambagia, quindi, quello in cui vivono, che viene a mancare quando la struttura sanitaria decide di mettere alla prova la loro capacità di autonomia. Dovranno trasferirsi in un appartamento in città. Insieme, ma soli.
Il progetto sarà seguito da Franci, l’assistente sociale interpretata da Irene Serini. Darà loro consigli e imposterà le prime attività, ma starà ai due ‘matti’ trovare il modo migliore per affrontare le difficoltà di ogni giorno.
Un rapporto esclusivo che si concede poche distanze, basato su piccole ma rassicuranti routine e una ferrea distribuzione dei compiti domestici. Dopo un avvio burrascoso le cose iniziano a migliorare, i ruoli sembrano definirsi e il loro rapporto trovare un equilibrio. Finché un giorno, sulle scale del condominio, Giovanni trova una donna incinta e ubriaca. E se ne innamora.
Sarà la ricerca del loro riconoscimento sociale l’obiettivo dei due nel corso dello spettacolo, la chiave per aprire se stessi al mondo e viceversa. Ognuno troverà la sua. Per Elia, sarà l’inaspettata scoperta di un fondo poetico che dal suo essere scaturisce in piccoli zampilli di poesia, luminosa e cristallina. Mentre l’amore aprirà Giovanni al mondo.

La follia, l’inadeguatezza sociale, la dipendenza, la solitudine. Sono questi i temi toccati dalla pièce. E di questi temi non puoi ridere. O devi fare attenzione a come lo fai. Ma il gioco degli attori in scena è brillante e impalpabile, il tocco registico garbato e morbido. Chiaro è l’intento di non appesantire temi già di per sé macigni, ma nemmeno passarvi oltre senza attribuire loro il dovuto rispetto, il valore drammaturgico che meritano.
E lo spettacolo riesce alla perfezione.
Stupisce e ammalia il modo in cui l’ironia e la vita si mescolano in un intreccio dai toni mai troppo invasivi o accesi, sostenuto da un ritmo cadenzato e ben plasmato sulla situazione. Una comicità amara, capace di farti ridere delle sberle che prendeva Giovanni dalla madre alcolizzata. Un bimbo fatto uomo che riesce a restituirle al mondo sotto forma di carezze e attenzioni per il prossimo. Per una ragazza e un bimbo che non gli appartengono.

Lo spettacolo è vivo. La fresca spontaneità delle attrici Irene Serini e Gisella Szaniszló colora e coadiuva una prova attoriale apprezzabile, quella dei due comici, che, senza fronzoli né esagerazioni, caratterizzano due personaggi non facili. Non ci sono Covatta e Iacchetti in scena, ma Giovanni ed Elia. Si respira la libertà degli attori di portare qualcosa di sé stessi, che li rende, per usare le parole di Covatta, “anarchici molto rigorosi”. Vivi sono i gesti di Giovanni, quando sente l’odore di alcol che gli ricorda le botte della madre alcolista, vivo è lo sguardo con cui Elia guarda il quadro della madre spiegandole la sua giornata.
“Gioele” ci racconta Iacchetti, “mi ha fatto un grande regalo facendo in modo che il quadro che appendo durante lo spettacolo ritraesse la mia vera mamma. Mio malgrado, mi ha aiutato molto averla perso da poco. È successo l’anno scorso, d’estate. Anche se era anziana, avevo con lei un rapporto simile a quello di Elia con sua madre, quasi da non potere stare senza. Senza di lei, da un anno mi sento perduto, e il mio personaggio è un uomo perduto, pieno di tic e di strane routine.”
Questa impronta della vita vera è come una linfa luminosa che si snoda e pulsa insieme e nel cuore della rappresentazione, un humus che ne rafforza le fondamenta. Se ne avesse bisogno.

E tornando alla paura della solitudine?
La solitudine c’è anche nella mia vita. E può portare a cose terribili: depressione, suicidi… Quando sento che qualcuno si è suicidato penso sempre al percorso che deve averlo portato a prendere quella decisione. Spesso sono persone sole. Quando lo sento dentro di me, combatto molto questo senso di vuoto.
Anche tu senti di avere un nucleo depressivo?
Un nucleo depressivo ce l’hanno tutti, può sfociare in qualcosa oppure no. Qualche volta mi sento inutile. A volte questo stile di vita non mi piace. Allora forse mi deprimo un po’, e so che devo uscire e trovare un modo per stare con gli altri, magari legandomi ai volontari di Arca (l’associazione di cui è testimonial, che opera per il sostegno delle persone più fragili e per il loro reinserimento sociale e a cui sarà devoluto l’intero ricavato del 25 marzo, ndr), utile sia a me sia agli altri.
Cosa non ti piace della tua vita?
Che è passata troppo in fretta. Ho già 64 anni.
Hai rimpianti?
Rimpianti no. Da piccolo volevo fare questo mestiere e ci sono riuscito con successo. Meglio di così!

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