“4 5 6”, accesi sfrigolii sotto il coperchio della pentola di nonna

456_a-Cristina Pellegrino, Massimo De Lorenzo e Carlo De RuggieriÈ una realtà incolta e retrograda, quella ritratta da Mattia Torre nel suo 456. Una realtà umana rozza, contadina, periferica, rurale, familiare e paternalistica che non sfigurerebbe di fianco a quella contadina e proletaria dipinta da Annibale Carracci alla fine del Cinquecento.
“456” si svolge nel profondo sud dell’Italia, ed è raccontato, colorato, moderato e rappresentato a partire da una lingua artistica che è un miscuglio di vocaboli dialettali dell’Italia meridionale, e che riporta idealmente quel Nasdat che Anthony Brugess adopera per descrivere il suo mondo e far parlare i personaggi nel suo A clockwork orange (“Arancia meccanica”, it.).

Fu attribuita a Lev Tolstoj la frase: «La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza». Ed è proprio la conoscenza o meglio la sua mancanza – perché rifuggita dai personaggi della pièce – , a renderli ciò che sono. Vivono nell’ignoranza, nella pochezza intellettuale e cognitiva, esseri piccoli e accidiosi pronti a scannarsi l’uno contro l’altro, in attesa del momento giusto per farlo come i cani della muta del cane Buck di londoniana memoria, affidati più all’istinto che al raziocinio, sottomessi alla legge della zanna e del bastone. Prevaricazione e lotta per la sopravvivenza in un’esistenza bislacca e inutile, come la storia narrata da un idiota: piena di strepito e senza significato.

Quasi degli Zanni dei nostri tempi, estratti dal territorio lombardo veneto e piombati nel sud Italia, che sono sì contemporanei ma che vivono la loro esistenza in una dimensione atemporale perché sospesa e circoscritta da una fitta rete inestricabile di paure, rancori e pregiudizi, che non le consentono di abbracciare la propria epoca e la costringono alla non evoluzione.

456_Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo e Cristina Pellegrino-minUn nucleo familiare composto da padre, made e figlio, in cui alberga un’ottusa stupidità. Unità familiare costruita su poco, sulle imposizioni di un padre burbero e dispotico. Su tradizioni e convinzioni ataviche e abitudini invariabili, pena lo sconvolgimento dell’intero sistema e dell’equilibrio familiare. Il figlio che vuole trasferirsi a Roma, ma a Roma “ci sono solo ricchioni”, parola del padre, la cui figura riporta al pater familias di romana memoria, che era custode della saggezza dei padri e al cui volere mogli e figli erano sottomessi. Inconcepibile che il figlio si spinga fuori dai confini da lui decisi. C’è poi l’attesa per un ospite importante, capace con la sua benevolenza di garantire un roseo (e non meglio definito) futuro per l’intera famiglia, c’è la conseguente preparazione della cena, sia a livello di cibo sia a livello di interazione sociale, con ogni frase – che il padre ha deciso come in un copione redatto al fine di assicurarsi i favori dell’ospite – ripetuta fino allo sfinimento. Da qui muovono conflitti e ostinazioni, ognuno rivolto verso se stesso, ognuno contro gli altri. Tutti contro tutti. Come i cani della muta di Buck del “Richiamo della foresta”, appunto.

Le figure del popolo del Carracci, si diceva, ma anche quelle sporche e massicce del Caravaggio, gli aguzzini che crocifiggono San Pietro, per fare un esempio. E proprio al Caravaggio, forse, si è ispirato  Luca Barbati per la costruzione del suo disegno luci, frutto di un efficace minimalismo. I tagli di luce potente danno forma a cose e oggetti, sbalzandoli dal nero dello sfondo ora mostrando ora celando. Nero, il colore di una vicenda, il nero del vuoto, dell’ignoto e dell’inesplorato.

Il sugo può essere letto come la chiave simbolica dell’intera pièce. Il sugo perpetuo di Nonna “Merda”, lasciato in perenne cottura su un fuoco lento quanto il ciclo evolutivo della famiglia, mai levato dal fornello dalla morte della nonna avvenuta quattro anni prima. È il simbolo di una vita che ristagna ma che ugualmente continua, anche senza motivo, alimentata contro ogni avversità. Come se lasciarlo lì a cuocere, conservarlo, presente, a fumigare e a brontolare fosse un modo per mantenere in vita la nonna stessa.

Il testo è ben costruito e dinamico, come la regia (dello stesso autore) attenta a movimenti scenici e tempi comici, perfettamente rispettati dagli attori, sempre concentrati, tesi, esplosivi. Si parte certo dal sorriso, che non abbandona mai lo spettatore, ma tante sono le corde emozionali toccate. Dall’ansia per l’attesa, al senso di insofferenza per la cattività, all’odio stagnante e represso, alla rabbia, allo sfogo… Il tutto giocato sulle note dell’ironia che rallegra e alleggerisce vicende che altrimenti avrebbero ben altro peso. Uno spettacolo apprezzabile e ben realizzato, sotto ogni aspetto.

Francesco Montonati

 

Dal 17 al  21 maggio 2017, Teatro Franco Parenti
scritto e diretto da Mattia Torre
con  Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Carlo De Ruggieri e con Michele Nani
scene Francesco Ghisu
disegno luci Luca Barbati

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